Nonostante tutto, Netanyahu è ancora lì
Nonostante il 7 ottobre, i processi in cui è imputato e le accuse di crimini di guerra, il primo ministro israeliano ha discrete possibilità di essere riconfermato
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Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha discrete possibilità di vincere le elezioni parlamentari del 27 ottobre: non è il favorito nei sondaggi, che vedono leggermente avanti la coalizione guidata dal suo principale avversario, il generale Gadi Eisenkot, ma l’esito è comunque incerto. Questa situazione è già un successo per Netanyahu, dato che molti davano per finita la sua carriera politica dopo gli attacchi di Hamas in Israele del 7 ottobre 2023.
Netanyahu era già molto impopolare prima di allora, per il tentativo di far passare una riforma giudiziaria che indeboliva la Corte suprema, ma il fallimento nel prevenire quell’attacco sembrava un errore insormontabile. In più è imputato in un processo per corruzione e guida una coalizione instabile perché sostenuta da forze ed esponenti estremisti, dai ministri Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich ai partiti ultraortodossi.
Nonostante tutto, il governo di Netanyahu è riuscito ad arrivare alla fine della legislatura e il primo ministro ha almeno in parte ristabilito l’immagine che ha sempre voluto dare di sé dentro a Israele: quella di garante della sicurezza, grazie alle incessanti operazioni militari avviate in Medio Oriente e ad alcuni successi militari e di intelligence.
Le elezioni del 27 ottobre hanno preso la forma di un referendum su di lui: Netanyahu si presenta come il politico in grado di dare certezze a Israele, puntando anche sul ritrovato sostegno del presidente statunitense Donald Trump. La carriera politica di Netanyahu è piena di rimonte e di rinascite. Questa sarebbe la più clamorosa finora.

Benjamin Netanyahu durante un appuntamento elettorale a Ramla, il 19 ottobre 2026 (AP Photo/Ariel Schalit)
Netanyahu ha governato Israele per quasi 19 degli ultimi 30 anni: nel 1996 la sua nomina a primo ministro fu proprio il risultato di un’inattesa rimonta elettorale, avvenuta dopo l’assassinio del laburista Yitzhak Rabin e un breve governo del suo successore Shimon Peres, che era dato per favorito. Quella vittoria gli valse il soprannome di «mago», poi molto utilizzato dalla stampa israeliana e internazionale per sottolineare la sua capacità di uscire dalle crisi e restare al potere. Riuscì in altre due inattese rimonte elettorali: nel 2015 e nel 2022.
Nel dibattito interno israeliano la questione centrale riguardo alla sua ultima esperienza di governo non è la conduzione della guerra a Gaza, su cui si è concentrata invece l’attenzione internazionale, ma le responsabilità del suo governo per l’attacco di Hamas del 7 ottobre.
Netanyahu ha sempre rifiutato di assumersele, accusando i vertici dei servizi segreti e dell’esercito e talvolta lasciando intendere che potesse esserci stato un complotto ai suoi danni per tenerlo all’oscuro della minaccia. Oggi resiste su queste posizioni anche dopo che varie inchieste giornalistiche hanno rivelato che fu avvertito della possibilità degli attacchi dal presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed.
Tutti coloro che avevano ruoli nella sicurezza di Israele il 7 ottobre 2023 non sono più in carica, tranne Netanyahu. È anche riuscito a impedire che venisse aperta una commissione d’inchiesta indipendente sull’attacco, sostenendo che se fosse stata nominata dalla Corte suprema, come prevede la legge, sarebbe stata prevenuta nei suoi confronti.

Un manifesto elettorale di Netanyahu a Tel Aviv, il 12 ottobre 2026 (AP Photo/Oded Balilty)
La sua reputazione e la sua popolarità in Israele, che un anno dopo gli attacchi erano scese ai minimi storici, sono migliorate con gli omicidi dei capi politici e militari di Hamas da parte dell’esercito. L’operazione di intelligence che ha portato nel 2024 all’esplosione contemporanea di migliaia di cercapersone dei capi e dei miliziani di Hezbollah, il gruppo sciita libanese armato e finanziato dall’Iran, è stata accolta in Israele come un altro successo per Netanyahu. Il primo ministro ha usato a suo vantaggio anche il fatto di avere ottenuto il ritorno in Israele di tutte le persone prese in ostaggio il 7 ottobre e ancora vive.
Oggi Netanyahu rivendica di aver reso Israele una potenza regionale più sicura e più forte grazie alle prolungate guerre contro i suoi nemici storici: Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, il regime sciita in Iran. L’esercito ha anche consolidato le sue posizioni sulle alture del Golan, al confine con la Siria, sfruttando la rapida caduta del regime di Bashar al Assad, a dicembre del 2024.
La guerra nella Striscia ha di fatto fermato le enormi proteste contro la proposta di riforma del sistema giudiziario voluta dal governo e che nei primi mesi del 2023 avevano occupato il dibattito politico israeliano. Era un tentativo di accentrare ulteriormente i poteri, che passava per uno svuotamento delle prerogative della Corte suprema, unico vero organo in grado di ostacolare le iniziative legislative.

Le proteste contro la riforma giudiziaria il 26 agosto 2023 a Tel Aviv (AP Photo/Tsafrir Abayov)
Netanyahu ha usato gli impegni militari per rinviare lo svolgimento del processo in cui è imputato per corruzione, iniziato nel maggio del 2020. Ha anche chiesto la grazia, sostenendo che il processo sia un ostacolo allo svolgimento delle sue funzioni in un momento in cui il suo paese è in guerra. Per ora il presidente Isaac Herzog non l’ha concessa, ma Netanyahu è riuscito a far sì che la questione non fosse un problema nell’attuale campagna elettorale.
Una nuova vittoria potrebbe dargli la possibilità di archiviare definitivamente quel processo, con la grazia di Herzog o con altri mezzi.
La sopravvivenza politica di Netanyahu è dipesa anche dal rifiuto del suo governo di dare seguito a una sentenza della Corte suprema che avrebbe potuto avere esiti dirompenti per la tenuta della coalizione: cioè quella che di fatto obbligava gli ebrei ultraortodossi a partecipare alla leva militare. Questo ha permesso al primo ministro di arrivare a fine legislatura senza rompere con i partiti ultraortodossi che lo sostengono.
Ora sta cercando una soluzione legislativa che limiti gli arruolamenti: è alla base di un accordo con quei partiti per far parte di una futura coalizione di governo, dopo le elezioni.

Le proteste di gruppi di ebrei ultraortodossi contro l’obbligo di servizio militare, il 16 luglio 2024 (AP Photo/Ohad Zwigenberg)
Anche il crescente isolamento internazionale e il deterioramento dell’immagine pubblica di Israele non sembrano essere stati problemi troppo gravi per Netanyahu. Il suo governo e la sua maggioranza hanno spesso accusato i critici di antisemitismo e descritto tutte le più violente operazioni militari come svolte all’interno del «diritto di difendersi» dello Stato di Israele. La gran parte dei governi, a partire da quelli europei, non ha preso misure radicali e Israele può ancora contare sul sostegno del suo alleato più importante, gli Stati Uniti, nonostante diversi alti e bassi nelle relazioni tra Netanyahu e Trump.

Donald Trump e Benjamin Netanyahu alla Knesset, il parlamento israeliano, il 13 ottobre 2025 (AP Photo/Evan Vucci)
Non è detto che questa resistenza e queste manovre permetteranno a Netanyahu di restare al potere.
Alle elezioni di ottobre si vota per eleggere il nuovo parlamento, che poi nominerà un nuovo governo: i sondaggi indicano che la sua coalizione difficilmente arriverà ai 61 seggi della maggioranza in parlamento, e un accordo post-elettorale con i partiti arabi è da escludere. Se i sondaggi dovessero rispecchiare i risultati, la politica israeliana potrebbe ritrovarsi in una posizione di stallo, cioè senza una vera maggioranza, in cui Netanyahu potrebbe trovare un modo di restare al potere.



