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  • Venerdì 23 ottobre 2026

L’epidemia di ebola in Africa è la più estesa di sempre

Con il primo caso in Nigeria il virus ha raggiunto l’Africa occidentale: per la prima volta ha coinvolto tre regioni del continente

Un edicolante ad Abuja, Nigeria, 21 ottobre 2026 (AP Photo/Afolabi Sotunde)
Un edicolante ad Abuja, Nigeria, 21 ottobre 2026 (AP Photo/Afolabi Sotunde)
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L’epidemia di ebola ha raggiunto anche la regione dell’Africa occidentale, a più di 3mila chilometri di distanza dal suo epicentro, nella Repubblica Democratica del Congo. Martedì le autorità sanitarie della Nigeria hanno identificato un nuovo caso nella capitale Abuja, il primo dal 2014, quando il paese fu coinvolto nella grande epidemia di ebola dell’Africa occidentale.

L’epidemia in corso è quella che si è diffusa di più sul continente, almeno in termini di estensione geografica: tra il 2014 e il 2016 l’ebola si diffuse in più paesi, ma tutti nell’Africa occidentale (oltre ai casi isolati che arrivarono in Europa e Stati Uniti). In questo caso ha già toccato paesi in tre regioni diverse e lontane tra loro: la Nigeria, nell’Africa occidentale; la Repubblica Democratica del Congo (e forse l’Uganda), nell’Africa Centrale; e il Kenya, nell’Africa orientale.

La Nigeria è un paese che ha una buona capacità di sorveglianza e risposta alle epidemie. Già nel 2014, in parte anche grazie alla riconversione delle infrastrutture sanitarie usate durante la campagna contro la poliomielite, riuscì a debellare l’ebola nel giro di un paio di mesi. Le preoccupazioni principali riguardano l’eventuale diffusione in paesi che in questo momento hanno una capacità di risposta scarsa o nulla. Per esempio il Sudan, dove è in corso una guerra civile sanguinosa e decine di milioni di persone vivono in campi per sfollati male attrezzati e con scarse condizioni igienico sanitarie; oppure il Mali, dove i combattimenti tra esercito e gruppi jihadisti hanno causato centinaia di migliaia di sfollati.

La prima persona a cui è stata diagnosticata l’infezione in Nigeria è una donna con doppia cittadinanza ugandese e svizzera. Era appena rientrata in Nigeria dall’Uganda, dove l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) aveva dichiarato la fine dell’epidemia ad agosto. Le autorità dell’Uganda avevano detto che la donna aveva precedentemente viaggiato nella Repubblica Democratica del Congo, dove al 21 ottobre sono stati registrati quasi 10mila casi. La Svizzera ha successivamente negato, e non è chiaro dove possa essere avvenuto il contagio.

La donna aveva manifestato i primi sintomi il 7 ottobre, ma i medici non avevano pensato subito all’ebola. L’infezione era stata confermata solo il 20 ottobre, quasi due settimane dopo, e durante questo periodo la donna ha detto di essere entrata in contatto con almeno 44 persone, tra cui anche molti operatori sanitari. Ora sono tutte sotto sorveglianza. Il ritardo nella diagnosi rende più complicato ricostruire tutti i possibili contatti avuti dalla paziente e ridurre il rischio di ulteriori contagi.

Al 22 ottobre l’OMS contava sul continente africano tre paesi con casi attivi di ebola del ceppo Bundibugyo, identificato per la prima volta una ventina di anni fa in Uganda. È un ceppo diverso da quello che causò l’epidemia del 2014, chiamato Zaire, e questo significa che i vaccini sviluppati allora potrebbero non essere altrettanto efficaci. Sulla base dei focolai passati, il Bundibugyo ebolavirus sembra avere una letalità intorno al 35 per cento (circa una persona su tre che si ammala muore), inferiore rispetto a quella dello Zaire ebolavirus.

Un vaccino specifico per il Bundibugyo ebolavirus ancora non esiste, ma ad agosto in Congo sono arrivate le prime 16mila dosi di vaccino sviluppato per lo Zaire. I test di laboratorio hanno dato segnali incoraggianti sul fatto che possa funzionare. Al 21 ottobre i morti per ebola nella Repubblica Democratica del Congo erano più di 4.600, il numero più alto di sempre.

La diffusione del virus in Congo è stata facilitata dal fatto che la risposta delle autorità è stata inefficiente, perché dal 2021 è in corso una guerra tra vari gruppi armati, alcuni appoggiati dal Ruanda, e il governo centrale. La guerra ha causato milioni di sfollati, soprattutto nelle province dell’est, dove le persone vivono in campi profughi sovraffollati e con scarse condizioni igienico sanitarie, che facilitano la diffusione del virus.

L’ebola è una malattia contagiosa con alto tasso di letalità tra le persone che si ammalano. Nei primi giorni dopo l’incubazione, che può durare da un paio di giorni a tre settimane, si sviluppano stanchezza, mal di testa e febbre. La malattia nella seconda fase i sintomi peggiorano causando febbri emorragiche, che in molti casi possono portare alla morte.

Il contagio avviene attraverso il contatto diretto con i fluidi di una persona infetta, come sangue, saliva e sudore. La malattia nella seconda fase causa vomito e diarrea, che possono comportare il contagio tra chi assiste i malati. Anche procedure inadeguate per la sepoltura, comuni nelle aree più povere e isolate, possono portare a contagi. Il virus può infatti rimanere a lungo contagioso anche dopo la morte.