In Congo l’epidemia di ebola si diffonde anche nei campi profughi
Le scarsissime condizioni igieniche e il sovraffollamento favoriscono il contagio, ma la popolazione ha problemi ancora più gravi
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(REUTERS/Gradel Muyisa Mumbere)
Il campo profughi di Kigonze, nel nordest della Repubblica Democratica del Congo, dall’alto appare come una distesa di rettangoli bianchi regolarmente disposti in file e colonne a formare un rombo di circa 0,2 chilometri quadrati, metà della Città del Vaticano. I rettangoli sono le tende dove vivono circa 20mila persone sfollate a causa delle violenze tra milizie etniche rivali che da decenni vanno avanti nella zona di confine con Uganda, Ruanda e Burundi.
Kigonze è nella provincia dell’Ituri, la più colpita dalla recente epidemia di ebola. In poco più di due mesi dai primi casi segnalati, i morti sono più di 1.500 su quasi 3.500 persone contagiate: è diventata la seconda peggiore epidemia di ebola dopo quella che si sviluppò in Africa occidentale tra il 2014 e il 2016, durante la quale ci furono 11mila morti (questi sono i dati ufficiali, con tutta probabilità sottostimati). I morti e i contagi stanno crescendo molto più velocemente delle precedenti epidemie di ebola: per quella del 2014 ci vollero otto mesi prima di arrivare a mille morti.
Il virus si diffonde facilmente nei campi profughi, dove la pessima situazione umanitaria contribuisce a peggiorare anche quella sanitaria. A Kigonze sono morte 55 persone tra l’inizio di aprile e la fine di giugno, più di 18 morti al mese a fronte di una media di 2 nei periodi precedenti. Almeno per quattro di questi decessi è stato confermato il legame con l’ebola, ma molte famiglie hanno rifiutato di sottoporsi ai test per mancanza di fiducia nelle autorità.

Il campo profughi di Kigonze, Repubblica Democratica del Congo, 18 giugno 2026 (REUTERS/Gradel Muyisa Mumbere)
Ebola è una malattia contagiosa con un alto tasso di letalità tra le persone che si ammalano ed è causata da un gruppo di virus scoperti per la prima volta nella seconda metà degli anni Settanta. La specie più conosciuta e diffusa è stata per lungo tempo quella dello Zaire ebolavirus. L’attuale epidemia è causata invece dal Bundibugyo ebolavirus, identificato per la prima volta una ventina di anni fa in Uganda.
Essendo una specie storicamente poco diffusa è stata meno studiata e ci sono quindi meno strumenti per contrastarne la diffusione: non esistono per esempio vaccini né trattamenti approvati, anche se sono in corso delle sperimentazioni. Per ora l’unico modo di contenerlo è quello di individuare tempestivamente i malati, isolarli e curarli.
Trish Newport, vice responsabile della gestione di ebola in Congo per Medici Senza Frontiere (MSF), dice che gli operatori stanno «rincorrendo l’epidemia invece di anticiparla», dato che le risorse vengono assorbite dai grandi focolai in cui ci sono già centinaia di casi, impedendo di intervenire tempestivamente quando compaiono i primi segnali in nuove zone.

Un operatore sanitario, con indosso dispositivi di protezione individuale, al Centro di trattamento per l’ebola, Bunia, Repubblica Democratica del Congo, 23 luglio 2026 (AP Photo/Dirole Lotsima Dieudonne)
La struttura dei campi profughi non aiuta. Rachel Criswell, responsabile delle relazioni esterne dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) a Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo, dice che mentre la vita rurale congolese è tradizionalmente dispersa in fattorie isolate, i campi sono come enormi «condomini» ad alta densità, cosa che facilita la trasmissione di malattie. A Kigonze ci sono circa 100mila persone per chilometro quadrato: per fare un confronto a Dacca, che è la capitale del Bangladesh e una delle città più densamente abitate al mondo, ci sono poco meno di 50mila abitanti per chilometro quadrato.
Le condizioni igieniche nei campi sono definite dagli operatori come «disastrose». A Kigonze mancherebbero ancora 580 latrine per raggiungere gli standard internazionali minimi. La diarrea è uno dei principali vettori di diffusione del virus dell’ebola, e non avere latrine adeguate rende quasi impossibile fermare l’epidemia. Nel campo di Tsere, che come Kigonze è nell’Ituri, oltre 6.400 persone condividono un unico serbatoio d’acqua e la pulizia delle latrine è carente. Newport dice che in alcune aree la fornitura d’acqua è scesa a 2,5 litri al giorno per persona, al di sotto di ogni standard umanitario. La mancanza di sapone, rubinetti e acqua pulita rende la raccomandazione medica di lavarsi per prevenire il contagio difficile da applicare.
È diffusa anche una certa diffidenza della popolazione verso il sistema sanitario. Lo si vede nella contrarietà ai protocolli che impediscono i riti funebri tradizionali, come il lavaggio del corpo, che nel caso di ebola sarebbe altamente contagioso. Le famiglie spesso seppelliscono segretamente i propri familiari morti per evitare che vengano prelevati dal personale sanitario. Negli ultimi mesi questa resistenza è sfociata nella violenza: decine di attacchi hanno colpito strutture mediche e ambulanze, con lanci di pietre e minacce. In alcuni casi il personale medico è costretto a viaggiare su auto con i vetri oscurati per non essere identificato e aggredito.

Mappa delle zone interessate dall’Ebola (CDC)
Già prima dell’epidemia di ebola, la Repubblica Democratica del Congo faceva i conti con una delle crisi umanitarie più gravi al mondo. In tutto il paese ci sono oltre 5 milioni di sfollati, di cui 1,3 milioni nella sola provincia dell’Ituri, a causa dei conflitti tra vari gruppi armati non statali. Gli sfollati devono lasciare le proprie case e fuggire dai combattimenti andando in zone ritenute più sicure, anche se questo significa spostarsi verso focolai di ebola e rendere vano ogni tentativo di sorveglianza epidemiologica.
In generale l’ebola non è la preoccupazione principale per buona parte della popolazione, e la crisi sanitaria si scontra con altre necessità primarie. Per esempio molti sfollati sono lavoratori a giornata che non possono permettersi di stare per lunghi periodi in quarantena, perché significa perché significa non guadagnare e quindi non poter portare cibo a casa: è frequente che le persone entrino ed escano dai campi per lavorare, diffondendo involontariamente il virus. Newport dice che le madri chiedono acqua e cure per la malaria, una malattia trasmessa dalle punture di alcune zanzare, e che per ora uccide molte più persone dell’ebola: «Non possiamo rispondere solo all’ebola quando la gente non ha acqua; l’ebola non è la loro priorità, lo è avere medicine di base».

Un cimitero a Mungwalu, Repubblica Democratica del Congo, 14 luglio 2026 (REUTERS/Gradel Muyisa Mumbere)
La situazione è aggravata dai tagli ai fondi di cooperazione internazionale. L’UNHCR nel 2025 ha annunciato una riduzione globale dei costi del proprio personale del 30 per cento a causa della diminuzione delle donazioni da parte di molti stati, e nella Repubblica Democratica del Congo i finanziamenti per i servizi igienici sono stati dimezzati tra il 2024 e il 2025. Anche per quelli promessi le cose non sempre vanno come previsto: «I soldi devono arrivare materialmente nei conti bancari per assicurarsi che si possa continuare a comprare il sapone e il carburante», dice Criswell. «Tra l’annuncio dei finanziamenti e il momento in cui quei fondi si vedono sul campo, c’è sicuramente un ritardo».
Nonostante la situazione drammatica ci sono anche dei casi virtuosi. Newport ha citato due campi profughi dell’Ituri dove i leader della comunità hanno preso in mano il monitoraggio dei contagi, facendo autonomamente controlli sui nuovi arrivati per identificare chi proviene da zone a rischio, sorvegliando i contatti dei sospetti malati e portandoli nei centri di isolamento appena compaiono i sintomi. Inoltre il governo congolese ha reso gratuita l’assistenza sanitaria nelle quattro zone più colpite: questo incoraggia le madri a portare i figli in ospedale, permettendo diagnosi precoci fondamentali per distinguere tra malaria ed ebola.



