Cosa dicono i sondaggi per le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti
Ora che mancano meno di due settimane: i Democratici sono messi bene, e potrebbero ottenere la maggioranza sia alla Camera sia al Senato
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Il 3 novembre, tra meno di due settimane, negli Stati Uniti si voterà per rinnovare tutti i 435 seggi della Camera e 35 seggi su 100 del Senato. Sono le elezioni di metà mandato, che vengono fatte a metà tra due elezioni presidenziali e possono cambiare le maggioranze parlamentari, rendendo più difficile o più facile il lavoro del presidente (che rimane in carica in ogni caso).
Al momento i Repubblicani, il partito del presidente Donald Trump, controllano sia la Camera sia il Senato, seppure con maggioranze molto risicate. Secondo i sondaggi, le cose cambieranno: lo scenario al momento più probabile è che il Partito Democratico ottenga la maggioranza alla Camera, e forse anche al Senato.
È fisiologico che alle elezioni di metà mandato il partito del presidente fatichi a ottenere un buon risultato, dato che gli avversari possono criticarlo per tutte le decisioni che ha preso dall’inizio del suo mandato. Quest’anno le cose per i Repubblicani sono ulteriormente complicate dal fatto che il tasso di approvazione di Trump è in calo da mesi, ed è diventato il più basso per un presidente negli ultimi cinquant’anni.
I 435 deputati della Camera vengono eletti ogni due anni in altrettanti collegi uninominali, cioè dove vince il o la candidata che prende più voti. Lo stesso principio è valido per i senatori, che sono 100 (due per stato) e restano in carica per sei anni: ogni due anni quindi viene rieletto solo un terzo di loro, pari a 33 o 34 senatori. Quest’anno saranno 35 perché ci saranno due elezioni suppletive: una per sostituire il vicepresidente J.D. Vance, che era senatore dell’Ohio, e una per il segretario di Stato Marco Rubio, in Florida.
Dato che ci sono quasi 500 seggi da rinnovare al Congresso, a cui si aggiungono altre elezioni per il ruolo di governatore e altri incarichi locali, da mesi vengono prodotti moltissimi sondaggi. Peraltro, più ci si avvicina alla data del voto e più ne escono: stare dietro a tutti è molto complicato.

La cupola del Campidoglio della capitale statunitense Washington, la sede del parlamento degli Stati Uniti, a due settimane esatte dalle elezioni di metà mandato (AP Photo/J. Scott Applewhite)
Per questo molti siti e agenzie statunitensi che si occupano di politica hanno elaborato modelli di previsioni, che aiutano a districarsi. I modelli stimano qual è la probabilità che un candidato vinca in un certo collegio, mettendo insieme non solo i sondaggi che sono stati fatti per quel collegio, ma anche i sondaggi nazionali, i fondi che i candidati hanno raccolto, i risultati passati e altri fattori che possono aiutare a fare stime il più possibile affidabili.
Altre due premesse rapide. I sondaggi offrono una fotografia della situazione attuale, ma non prevedono cosa accadrà il 3 novembre: possono sbagliare. Sondaggi e modelli sono poi incerti per natura. Nei primi c’è sempre un margine di errore dietro al dato che viene pubblicato. Se invece un modello dice che un candidato ha il 70 per cento di probabilità di vincere un certo collegio, vuol dire che secondo quel modello se oggi ci fossero 100 elezioni identiche in quel collegio, 70 finirebbero in un modo ma 30 nell’altro. Se proprio non vi fidate di questi modelli, su questa piattaforma legata all’Università di Harvard potete crearne uno vostro.
Guardiamo i dati.
Camera dei rappresentanti
Alle scorse elezioni, nel 2024, i Repubblicani ottennero la maggioranza alla Camera: oggi hanno 219 deputati, i Democratici 214 (ci sono due seggi vacanti).
Il modello di Nate Silver, uno degli analisti politici più esperti nel fare questo tipo di previsioni, attribuisce ai Democratici poco più del 94 per cento di possibilità di ottenere la maggioranza dei seggi a novembre. Anche i modelli del settimanale britannico The Economist e del politologo statunitense Gary King fanno stime simili, rispettivamente del 96 per cento e del 94 per cento.
Nelle simulazioni fatte dai tre modelli, i Democratici vincono in media circa 240 seggi.
Nei sondaggi in cui viene chiesto agli elettori se voterebbero per un generico candidato Democratico o per un generico candidato Repubblicano, i Democratici sono oltre 8 punti percentuali sopra ai Repubblicani. A questo punto della campagna elettorale, un vantaggio così non si vedeva dal 2006, quando i Democratici vinsero la maggioranza sia alla Camera sia al Senato (era però un periodo anomalo e delicato: il presidente era il Repubblicano George W. Bush, e dopo gli attentati dell’11 settembre del 2001 gli Stati Uniti avevano invaso prima l’Afghanistan e poi l’Iraq).
Senato
Secondo i modelli, i Democratici hanno buone probabilità di ottenere la maggioranza anche al Senato, ma molte cose potrebbero cambiare o non andare come previsto. Per raggiungere la maggioranza di 51 seggi, i Democratici devono mantenere tutti i loro seggi e conquistarne almeno altri quattro che oggi sono occupati dai Repubblicani. Non è detto che ci riescano.
Attualmente i Democratici hanno 47 senatori su 100 (in realtà solo 45 sono effettivamente Democratici, a cui si aggiungono due senatori indipendenti che però votano spesso con loro: uno è Bernie Sanders). I seggi che possono sperare di sottrarre ai Repubblicani sono: North Carolina, Maine, Ohio, Texas, Alaska, Iowa, Kansas e South Carolina. Per tutti e tre i modelli, i Democratici sono in vantaggio nei primi cinque. Se effettivamente li vincessero, senza perderne nessuno dei loro, avrebbero 52 senatori contro i 48 Repubblicani.
Peraltro Texas e Alaska sono stati tradizionalmente Repubblicani: il fatto che i candidati Democratici stiano andando così bene è a dir poco inusuale, ed è un segnale delle difficoltà del Partito Repubblicano, che si sono acuite negli ultimi due mesi. Fino all’inizio di settembre sia Nate Silver che l’Economist davano a entrambi i partiti circa il 50 per cento di probabilità di vincere al Senato. Ora i tre modelli (quello di King è iniziato a metà settembre) danno oltre il 70 per cento di probabilità che ci sia una maggioranza Democratica al Senato.
Allo stesso tempo, oggi i Democratici occupano quattro seggi considerati contendibili, per motivi diversi: Georgia, New Hampshire, Minnesota e Michigan. Secondo tutti e tre i modelli statistici, però, dovrebbero riuscire a mantenerli.



