«Tu dov’eri l’11 settembre?»

Il modo in cui milioni di persone appresero degli attentati è diventato parte del racconto, più di quanto sia mai successo per altri eventi

Il personaggio Tonio Cartonio tiene il broncio alla principessa Odessa
Una puntata del programma per bambini Melevisione, poco prima di un’edizione straordinaria del telegiornale Rai, l’11 settembre 2001
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In Italia erano più o meno le tre e mezzo del pomeriggio. Molti furono avvisati con un sms o con una telefonata, a casa o al lavoro. Altri alzarono il volume di un’autoradio o lo sguardo verso una tv accesa, per capire il motivo dell’interruzione dei programmi. Una in particolare è più ricordata di altre: su Rai 3 la replica di una puntata della Melevisione, un popolare programma per bambini, fu interrotta bruscamente per trasmettere un’edizione straordinaria del telegiornale a reti unificate.

Una quantità incalcolabile di persone al mondo venne a sapere degli attentati dell’11 settembre 2001 a New York e a Washington mentre erano in corso. Per milioni di loro il ricordo più forte di quel giorno non c’entra niente con l’11 settembre: l’unico legame tra gli attentati e l’oggetto del ricordo – il programma che stavano seguendo, la persona con cui erano al telefono, dove si trovavano di preciso – è la simultaneità.

Da 25 anni il modo e il luogo in cui le persone appresero i fatti è parte del racconto dell’11 settembre, in un senso diverso rispetto a come lo è di qualsiasi altro evento collettivo precedente o successivo. C’entrano fattori storici straordinari e difficilmente ripetibili, peraltro argomento di riflessioni e studi: l’istantaneità dell’evento, l’orario, la centralità e l’importanza dei mezzi d’informazione che ne diedero notizia in diretta, l’incredulità di massa.

Un gruppo di persone osserva un video degli attentati alle Torri Gemelle su uno schermo

Un gruppo di persone osserva un video degli attentati alle Torri Gemelle su uno schermo nella stazione ferroviaria centrale di Francoforte, in Germania, l’11 settembre 2001 (Boris Roessler/ANSA)

Gli attentati si verificarono in pochi minuti nella ristretta fascia oraria in cui le persone sono sveglie nella maggior parte del mondo. Era primo pomeriggio in Europa, Africa e Asia occidentale, tardo pomeriggio o sera nel resto dell’Asia settentrionale e orientale. In molti paesi fu un evento visto in larghissima parte in diretta, da milioni di persone contemporaneamente, già davanti a una tv quando il secondo aereo colpì la Torre Sud. È il motivo per cui l’11 settembre è ricordato e studiato anche come un pezzo di storia della televisione.

Non si può dire lo stesso di altri grandi eventi collettivi traumatici. L’assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy, nel 1963 a Dallas, fu appreso principalmente attraverso la radio, il passaparola e i giornali: in molti, anche negli Stati Uniti, lo vennero a sapere solo il giorno dopo. Altri attentati molto seguiti dalle televisioni in altri paesi – in Italia il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro nel 1978, per esempio, o la strage di Capaci nel 1992 – furono raccontati subito dopo l’evento, non durante. E soprattutto: nessun attentato ebbe la risonanza mediatica e la forza simbolica che quelli dell’11 settembre ebbero in tutto il mondo, non in un paese soltanto.

L’interesse per il come, il quando e il dove le persone lo avessero saputo emerse fin da subito come un elemento centrale dei racconti, a cominciare dalla ricostruzione della giornata del presidente George W. Bush. Una delle fotografie dell’11 settembre più commentate e ricordate lo mostra in visita in una scuola elementare di Sarasota, in Florida, mentre il capo dello staff presidenziale Andy Card gli parla in un orecchio per aggiornarlo sugli attentati. Lo stava informando del fatto che un secondo aereo aveva colpito le Torri Gemelle.

Il capo dello staff presidenziale Andy Card sussurra qualcosa nell’orecchio del presidente George W. Bush

Il capo dello staff presidenziale Andy Card sussurra nell’orecchio del presidente George W. Bush per aggiornarlo sugli attentati in corso a New York, durante una visita alla scuola elementare “Emma E. Booker” di Sarasota, in Florida, martedì 11 settembre 2001 (Doug Mills/AP)

Un racconto notevole e abbastanza eccezionale del genere «dov’eri» fu condiviso da una persona spesso ricordata come l’unico cittadino statunitense a non essere sulla Terra l’11 settembre 2001: l’astronauta Frank Culbertson, all’epoca 52enne e oggi in pensione. Insieme ai due cosmonauti Michail Tjurin e Vladimir Dezurov, era parte del terzo equipaggio della Stazione spaziale internazionale, in missione dal 12 agosto al 15 dicembre 2001.

In una lettera scritta a bordo della stazione il 12 settembre e poi condivisa pubblicamente, raccontò come lui e gli altri erano venuti a sapere degli attentati. Era stato informato verso le 9 (le 16 in Italia) dal medico del personale di volo, in collegamento dalla sala di controllo: «Mi ha detto che stavano passando una giornata davvero brutta, a terra». Culbertson fece cenno agli altri due membri dell’equipaggio di entrare nel modulo da cui stava parlando con il medico, e anche loro rimasero «sbalorditi e attoniti» come lui.

A quel punto diede un’occhiata alla mappa sul computer e notò che la stazione era appena passata sopra il Canada in direzione sud est, e che di lì a pochi minuti avrebbe sorvolato il New England. Girò per la stazione finché non trovò un finestrino da cui si vedesse New York, e afferrò subito una videocamera che era lì a portata di mano.

Stavo guardando verso sud dal finestrino della cabina di Michail. Il fumo sembrava avere una strana voluta alla base della colonna, che si estendeva a sud della città. Da quello che ho letto in uno degli articoli di giornale che abbiamo ricevuto, direi che stavamo guardando New York più o meno al momento del crollo della seconda torre, o poco dopo. Che orrore…

Una colonna di fumo si alza da Manhattan dopo gli attentati

Una colonna di fumo si alza da Manhattan dopo gli attentati alle torri del World Trade Center, vista dalla Stazione spaziale internazionale, l’11 settembre 2001 (Nasa)

Culbertson scrisse anche di avere saputo che il comandante dell’aereo del volo American Airlines 77, quello che aveva colpito il Pentagono, era un suo vecchio compagno di corso all’accademia militare navale: Chic Burlingame. Avevano studiato insieme ingegneria aeronautica ed erano stati piloti di caccia F-4. «Sono sicuro che Chic ha combattuto coraggiosamente fino alla fine», scrisse.

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Un altro racconto piuttosto eccezionale arrivò dal Regno Unito, poco più di un anno dopo gli attentati. Il 10 settembre 2002 BBC Two trasmise un episodio memorabile di The Ship, un documentario ideato e diretto dall’antropologo e regista inglese Chris Terrill. Per sei settimane tra agosto e ottobre del 2001 aveva filmato la vita a bordo di una nave isolata dalla terraferma e in viaggio tra l’Australia e l’Indonesia, che riproduceva sia nell’itinerario sia nella strumentazione di bordo l’esperienza del primo viaggio dell’esploratore del Settecento James Cook.

L’equipaggio era formato da 55 volontari, perlopiù persone comuni con esperienza di navigazione e varie specializzazioni. La puntata trasmessa il 10 settembre 2002 mostrò uno dei momenti più intensi di tutto il documentario: quello in cui il capitano della nave informava l’equipaggio degli attentati dell’11 settembre, introducendo la notizia con la constatazione: «Probabilmente in questo momento siete nel posto più sicuro al mondo». Violare il protocollo dell’isolamento dalla terraferma era previsto solo per casi eccezionali. Ai membri dell’equipaggio era stata data la possibilità di tornare a casa, ma solo una persona aveva scelto di farlo.

Altre differenze marcate tra l’11 settembre e altri eventi incredibili e sconvolgenti riguardano il modo in cui arrivarono le notizie. Quelle sulla pandemia da coronavirus nel 2020, per esempio, furono distribuite lungo un arco di tempo piuttosto lungo. Pur essendo forse l’evento collettivo più traumatico del secolo in corso, la pandemia non fu un evento da diretta televisiva mondiale.

L’11 settembre fu molto diverso anche rispetto ad altri due grandi eventi violenti relativamente recenti: l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 e l’attacco di Hamas in Israele il 7 ottobre 2023. Nel primo caso non fu una notizia del tutto sorprendente né un fatto istantaneo, e all’inizio nemmeno platealmente cruento come l’11 settembre (del massacro a Bucha, per esempio, si seppe dopo settimane). Il presidente russo Vladimir Putin aveva peraltro annunciato l’inizio delle operazioni in un momento in cui la maggior parte delle persone nei paesi occidentali stava dormendo.

Nel caso degli attacchi del 7 ottobre in Israele, le notizie arrivarono confuse e mano a mano, con un impatto quindi imparagonabile rispetto a quello di una diretta televisiva di un aereo che colpisce un grattacielo e di persone intrappolate che precipitano da un’altezza di oltre 300 metri. Di conseguenza non fu nemmeno altrettanto chiaro da subito che anche il 7 ottobre avrebbe avuto enormi conseguenze, come l’11 settembre, e che quegli attacchi avrebbero portato all’invasione israeliana della Striscia di Gaza.

Tre militari guardano in tv le immagini degli attacchi dell’11 settembre

Tre militari statunitensi della KFOR, la missione NATO in Kosovo, guardano in tv le immagini degli attacchi dell’11 settembre a New York, in una base militare a Sojevo, Kosovo, il 12 settembre 2001 (Valdrin Xhemaj/ANSA)

La stragrande maggioranza della popolazione, quantomeno nei paesi occidentali, assistette inoltre ai fatti dell’11 settembre sentendosi dalla parte attaccata, con una partecipazione emotiva e un’immedesimazione difficili da replicare, per vari motivi storico-sociali. E l’impressione di condividere un «trauma culturale», secondo una definizione del sociologo statunitense Jeffrey Alexander, contribuì molto al consolidamento dei ricordi personali dell’11 settembre e alla costruzione sociale del significato storico dell’evento.

Come osservato da Alexander e da altri studiosi, su entrambe le sponde dell’Atlantico l’Occidente era ancora molto unito – anche se non in modo compatto – intorno all’idea di una società civile globale, all’ambizione del disarmo nucleare e a ideali che dopo l’11 settembre non avrebbero mai più raccolto lo stesso tipo di fiducia collettiva. Anche perché le successive scelte politiche dell’amministrazione del presidente Bush avrebbero incanalato il trauma nazionale sostenendo una narrazione molto divisiva, basata sullo scontro tra civiltà.

Un gruppo di persone al Campidoglio regge uno striscione con la scritta “Roma con il popolo americano per la pace contro il terrorismo”

Una manifestazione organizzata dal comune e dalla provincia di Roma e dalla regione Lazio, guidata da politici di orientamenti opposti, al Campidoglio, a Roma, il 12 settembre 2001 (Luciano Del Castillo/EPA/ANSA)

Secondo un recente sondaggio dell’istituto di ricerche statunitense Pew Research Center su oltre 5mila adulti statunitensi, l’83 per cento dei nati prima del 2001 e il 93 per cento di chi all’epoca aveva almeno 10 anni affermano di ricordare precisamente dove si trovavano o cosa stavano facendo quando appresero la notizia. Man mano che il tempo passa, aumenta però inevitabilmente la percentuale di chi non c’era l’11 settembre: oggi il 10 per cento degli adulti negli Stati Uniti è nato dopo il 2001 e conosce gli attacchi solo per averne saputo da qualcun altro, perlopiù a scuola.

Per tutti gli altri, che conservano ricordi diretti, diversi studi sulla memoria dell’11 settembre hanno confermato che la fiducia nell’accuratezza dei propri ricordi ordinari – del tipo: ero a casa di amici, stavo studiando, eccetera – si mantiene alta e stabile nel corso del tempo. Le persone sono convinte di avere appreso degli attentati in un certo modo e in un certo luogo, anche quando i ricordi sono molto diversi rispetto a quelli che avevano dichiarato subito dopo l’evento.

Una volta l’attore Danilo Bertazzi, che recitava nella Melevisione nei primi anni Duemila, rispose a una persona che gli aveva chiesto come proseguisse quella puntata interrotta l’11 settembre. In molti, forse condizionati dai racconti condivisi sui social, ricordavano che il suo personaggio teneva in mano uno spago giallo. Non c’era alcuno spago giallo.

È un fenomeno del tutto normale, che mostra quanto siano dinamici e condizionati da vari fattori i processi di formazione dei ricordi personali, soprattutto quelli traumatici. Forse anche per questo l’astronauta Culbertson cercò subito una videocamera e poi scrisse una lettera: per consapevolezza inconscia di quanto potesse essere fragile la memoria in condizioni irripetibili come quelle dell’11 settembre 2001.

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