(Alex Wong/Getty Images)
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  • domenica 11 settembre 2016

L’11 settembre meno raccontato

Pensiamo sempre alle Torri Gemelle, ma ci fu anche il devastante attacco al Pentagono: ora per la prima volta un documentario lo racconta

di Stephanie Merry – The Washington Post
(Alex Wong/Getty Images)

Quando ricordiamo l’11 settembre 2001, non possiamo fare a meno di pensare a immagini che non siamo in grado di dimenticare: un aereo che esplode in una palla di fuoco mentre si schianta contro un grattacielo, le persone che si gettano dalle finestre più alte delle torri, gli abitanti di New York ricoperti da così tanta polvere da sembrare delle statue. Le immagini di quanto successo al Pentagono, nella contea di Arlington, in Virginia, non hanno mai lasciato la stessa traccia. Non esistono video che mostrano il volo American Airlines 77 schiantarsi contro l’ala ovest del gigantesco complesso di uffici. Il Pentagono ha una superficie di oltre 600mila metri quadrati spalmati in orizzontale, e perciò anche l’esplosione di un aeroplano è sembrata meno devastante rispetto alla distruzione nel Financial District di Manhattan.

Forse è per questo che i registi di documentari non hanno mai esaminato gli eventi di Arlington nella stessa maniera in cui hanno analizzato quanto successo a New York o sul volo United Airlines 93. Il regista vincitore di un Emmy Kirk Wolfinger, però, ci ha provato. Quando un network televisivo lo contattò per fare un documentario sull’11 settembre, Wolfinger propose di raccontare l’attacco al Pentagono. La risposta del network fu inequivocabile: se Wolfinger voleva fare il film, doveva farlo sul World Trade Center. «Ovviamente non è una gara a chi ha avuto la tragedia più grande», ha detto Wolfinger di recente. Il numero dei morti a New York fu chiaramente più alto rispetto alle 184 persone uccise ad Arlington. Eppure al Pentagono quel giorno ci furono storie su cui valeva la pena tornare. Se non fosse stato Wolfinger a raccontarle, chi l’avrebbe fatto? Alla fine Wolfinger ha trovato il modo di raccontare quella tragica giornata. Lo speciale da un’ora 9/11 Inside the Pentagon diretto da Sharon Petzold, e di cui Wolfinger è il produttore esecutivo, è stato trasmesso per la prima volta negli Stati Uniti martedì sera dal network PBS.

(Leggi anche: Le finestre del Watergate, di Luca Sofri)

Wolfinger capisce le ragioni per cui alcuni registi potrebbero voler evitare di raccontare la storia del Pentagono. Il lavoro di un documentarista si basa sull’accesso alle informazioni, e ottenerle dalle forze armate americane non è facile. Ciononostante, Wolfinger fu sorpreso nello scoprire di essere il primo regista a presentare una richiesta credibile per ottenere l’assistenza del Pentagono su un progetto del genere: «E con questo intendo un progetto che non si occupasse di teorie del complotto».

«Non mi hanno imposto limitazioni», ha raccontato. «Mi hanno solo detto: “Per favore, racconta la nostra storia, perché non l’ha fatto nessuno”». Nel film ci sono interviste ad alcuni dipendenti delle forze armate che si trovavano vicino al punto dello schianto, ai primi soccorritori, al vicedirettore delle operazioni e all’ingegnere strutturale dell’edificio. Le testimonianze su quanto successo a terra sono inframezzate da resoconti di quello che è avvenuto nel cielo, grazie ai ricordi di un controllore del traffico aereo della Federal Aviation Administration (FAA), l’agenzia del Dipartimento dei Trasporti americano che si occupa di aviazione civile. I racconti sono strazianti: persone che strisciano fuori da stanze completamente oscurate dal fumo; dipendenti che cercano di uscire rompendo le finestre infrangibili che erano appena state montate durante una ristrutturazione; scale così infuocate da bruciare i piedi delle persone attraverso le scarpe.

Rimane però una domanda: il pubblico americano è interessato a sapere cosa successe al Pentagono l’11 settembre? Il capitano di un sottomarino della Marina americana in pensione, Bill Toti, che sopravvisse all’attacco al Pentagono e appare nel film, ha detto di capire perché tante persone si concentrano su New York. Ma «proprio come quella di Corea è la guerra dimenticata dagli americani, il Pentagono è l’11 settembre dimenticato». Per spiegarne le ragioni, Toti ha due teorie, che ha raccontato durante una recente intervista telefonica. La prima è quella a cui preferirebbe credere: gli attacchi di New York furono visti dal mondo in diretta, e dal punto di vista visivo sono stati sconvolgenti in modi in cui il Pentagono non lo fu. Nonostante ospitasse lo stesso numero di persone del World Trade Center, il Pentagono si dimostrò un edificio meno vulnerabile, e rispetto alle Torri Gemelle molte più persone ne uscirono vive.

Toti, però, ha anche un’altra teoria, che lo mette più a disagio: «Ho avuto alcuni segnali che nel paese ci sia chi pensa che le persone del Pentagono fanno parte delle forze armate, e quindi morire fa in qualche modo parte del loro lavoro», ha raccontato. «Nonostante nessuno me l’abbia mai detto in faccia, a volte penso che la morte di un civile sia una perdita più profonda rispetto a quella di un soldato». Eppure – ironia della sorte – le persone uccise al Pentagono furono per la maggior parte civili. Questa per Wolfinger è stata una delle grandi sorprese. Non fu per niente una storia di militari. Al Pentagono lavorano circa 20mila persone, molte delle quali non portano un’uniforme. «Ci sono segretarie civili, amministratori, sovrintendenti e appaltatori privati che si occupano dell’impianto elettrico e idraulico», ha raccontato Wolfinger. «Tutte queste persone si trovavano nell’edificio quel giorno, e fanno parte della nostra storia».

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Un visitatore al Pentagon Memorial nel 2011, il memoriale per le vittime dell’attacco dell’11 settembre 2001 al Pentagono (Matt McClain/For The Washington Post)

Una delle persone che non fa parte delle forze armate e appare nel film è Ed Hannon, che al tempo era un capitano dei pompieri di Arlington. In uno dei momenti di maggiore impatto del film, Hannon racconta di essersi inginocchiato per pregare insieme a diverse altre persone nel cortile al centro del Pentagono. L’FAA aveva già allertato che nel giro di qualche minuto ci sarebbe stato un secondo attacco da un altro aereo. Hannon sapeva che non c’era modo di uscire dall’edificio costruito a serpentina abbastanza velocemente, e quando il suono del motore di un aereo diventò sempre più forte, si preparò a morire. «Poi, quasi in contemporanea, tutti questi tizi delle forze armate iniziano a esultare», ha ricordato Hannon. Il rumore che avevano sentito era un aereo da combattimento “amico” che si era abbassato sorvolando il Pentagono. «A quel punto, ci rimaneva un incendio da spegnere», ha raccontato.

La sera del 10 settembre Toti aveva infilato una lettera nella casella di posta del suo capo, in cui annunciava che aveva deciso di andare in pensione. La mattina dopo, Toti riuscì a scappare illeso dalla zona dello schianto, e passò la giornata a portare i feriti verso le ambulanze e gli elicotteri. Per Wolfinger, individuare Toti nei vecchi filmati dei telegiornali fu semplice: sembrava essere dappertutto. Alla fine la Marina lo nominò a capo delle operazioni di recupero. Una delle prime cose che Toti fece il 12 settembre fu riprendere la lettera che aveva scritto al suo capo e strapparla. Lo stesso giorno il Centro Storico della Marina lo implorò di usare il suo accesso al Pentagono per salvare alcuni dipinti dalla distruzione. Mentre recuperava un quadro da una sala conferenze, Toti sentì bussare alla finestra. Era un pompiere che lo avvertiva che il soffitto sopra di lui era ancora in fiamme. Toti ha anche molte altre storie da raccontare, come tutte le persone che erano al Pentagono quel giorno. Sono racconti tragici ed eroici. Nel caso qualcuno fosse interessato a conoscerli.

© 2016 – The Washington Post

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