Ripartiamo da dove ci eravamo lasciati

Cos'è successo e cosa succederà nella politica italiana in questi mesi? Per raccontarlo è tornata Montecit.

La ministra per le Riforme istituzionali Maria Elisabetta Alberti Casellati in Senato, Roma, 11 settembre 2026 (Fabio Cimaglia/Ansa)
La ministra per le Riforme istituzionali Maria Elisabetta Alberti Casellati in Senato, Roma, 11 settembre 2026 (Fabio Cimaglia/Ansa)
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Dopo la pausa estiva ritorna Montecit, la newsletter del Post in cui Valerio Valentini, il nostro cronista parlamentare, racconta cos’è successo nella politica italiana, ogni venerdì. Questo numero fa il punto su cosa è successo nell’ultimo mese – tra le discussioni sulla legge elettorale e il caos sulle primarie nel centrosinistra – e su cosa ci aspetta nei prossimi mesi. Se Montecit. vi è piaciuta e d’ora in poi volete riceverla, potete iscrivervi qui.

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E insomma, ci siamo mancati, eh? Rieccoci, e che bello ritrovarci. Bello soprattutto perché la politica italiana non si scompone, di fronte all’estate: e quindi ci siamo lasciati coi deliri della destra sulla legge elettorale e ci ritroviamo qui, dopo quaranta giorni – quaranta giorni di guerre, di crisi energetica, di mattate di Trump, di grandi manovre tra Russia e Ucraina – coi deliri della destra sulla legge elettorale. La fermezza, prima di tutto.

Io sono Valerio Valentini, faccio il cronista parlamentare per il Post, e con Montecit. ripartiamo esattamente da dove ci eravamo lasciati, ma con in più un Ignazio La Russa in grande spolvero. E poi il subbuglio permanente nella Lega, con tanto di pettegolezzi da fine impero sulla compagna di Matteo Salvini. E i tatticismi tra Elly Schlein e Giuseppe Conte in vista delle primarie, e le mosse dei grillini in favore di Alessandro Onorato. E un po’ di accise. E un ricordo, infine, di Emma Bonino. E poi le varie, come sempre, e le eventuali.

Meloni s’è fatta l’imboscata da sola
Martedì pomeriggio, al secondo piano di Palazzo Madama, durante una pausa dei lavori della commissione Affari costituzionali, Elisabetta Casellati rispondeva così a chi le faceva osservare che la legge elettorale voluta da Giorgia Meloni non conviene affatto al centrodestra. «Lo penso anch’io, e ai miei colleghi di Forza Italia lo vado ripetendo da tempo, è assurdo». E detto da lei, ministra per le Riforme, delegata dal governo a sovrintendere all’approvazione dello Stabilicum (com’è stata rinominata questa legge elettorale), fa una certa impressione.

All’interno della commissione, nel frattempo, mentre le opposizioni portavano avanti il loro inutile ostruzionismo, la leghista Daisy Pirovano scuoteva la testa («Ma se è a voi che conviene, dovreste ringraziarci…»), il forzista Roberto Rosso diceva «è una follia, quest’idea di fare una legge elettorale preferendo perdere, anziché provare almeno a pareggiare, per me è incomprensibile», e perfino Fratelli d’Italia trasudava sconforto: lo esternavano Andrea De Priamo e Marco Lisei, convinti entrambi che ormai «siamo su un treno in corsa» e nessuno può scendere, neppure se si avvicina lo spauracchio del burrone.

Insomma questo è l’umore con cui i senatori di destra si appropinquano «a bere l’amaro calice», come dice Marco Scurria, altro meloniano in purezza.

Lo si era capito una volta di più anche a inizio settembre, durante un viaggio a Taiwan di una delegazione di parlamentari guidati dal leghista Gian Marco Centinaio: più che i semiconduttori e le minacce cinesi, ad animare i discorsi erano i premi di maggioranza e le preferenze. E giù critiche e sfoghi di rabbia da parte dei forzisti Alessandro Cattaneo e Dario Damiani, della leghista Tiziana Nisini, di Giusy Versace di Noi Moderati. Tanto che a un certo punto Enrico Borghi e Silvia Fregolent, di Italia Viva, si sono messi a ridere: «Ragazzi, per fortuna che è la legge elettorale che state approvando voi…». Lo stesso Centinaio, del resto, in una riunione di partito è stato sentito dire che «no, io questa schifezza non la voterò», e infatti in aula in questi giorni non s’è visto e non si vedrà. Quanto alla possibile ritorsione di Meloni – se non passa la legge elettorale, vi porto tutti al voto prima che maturiate il vitalizio – Centinaio dice che «non ci sto alle minacce, per me possiamo andare tutti a casa domani mattina, piuttosto». (Mauro Scrobogna /LaPresse)

E in questo clima, fatalmente, è maturata l’ennesima giornata di delirio, giovedì. Che è figlia anzitutto della dabbenaggine con cui il governo sta gestendo la questione (il ministro per i Rapporti col parlamento, Luca Ciriani, che pure sarebbe titolato a occuparsene, se n’è lavato le mani: per dire del clima, ecco). Succede infatti che Ignazio La Russa, ansioso di chiudere la partita che a suo avviso «s’è già trascinata fin troppo, e non ci stiamo facendo una bella figura», pretende che si vada di fretta; ma in un eccesso di solerzia, forza un po’ troppo i tempi. Il suo segretario generale, il potentissimo Federico Toniato, fa notare che insomma, si sta esagerando, e che forse anche al Quirinale potrebbero aver da ridire.

Al che La Russa si mostra conciliante con la richiesta delle opposizioni, e forse perfino troppo conciliante: il capogruppo del PD Francesco Boccia ne approfitta, e deposita un subemendamento (cioè un emendamento all’emendamento) al testo dello Stabilicum, che prevede la reintroduzione effettiva delle preferenze. Non dunque nella forma annacquata imposta da Meloni agli alleati riottosi di Lega e Forza Italia, ma le preferenze alla vecchia maniera, cioè quelle che ci sono, per esempio, anche alle elezioni europee o alle regionali.

Poteva La Russa rifiutarsi, a quel punto? «Certo che poteva, non si è mai fatto troppi scrupoli sul regolamento in passato…», se la ride Alessandro Alfieri, del PD, uno degli artefici dell’operazione. Perché dunque La Russa si presta a questa imboscata delle opposizioni? La tesi più condivisa, e la sostiene tra gli altri anche il ministro leghista Roberto Calderoli, è che lo abbia fatto per dare un segnale d’insofferenza a Meloni, e farle capire che forse, al dunque, tanto varrebbe farla saltare questa legge elettorale e tenersi il Rosatellum. «Perché almeno col Rosatellum ha qualche possibilità in più di contenere Roberto Vannacci, che è il suo incubo», infierisce Boccia.

La Russa del resto ha passato tutto agosto a cercare di convincere la Grande Capa che fosse meglio inserire il ballottaggio; lei ci ha ragionato su, e alla fine ha desistito. E Marcello Pera, il senatore di Fratelli d’Italia che proprio d’intesa con La Russa aveva presentato un emendamento in questo senso, e che s’è visto poi costretto a rinunciarvi, ora mugugna: «Era un modo per provare a rendere meno irragionevole una legge elettorale assai irragionevole». (Giuseppe Lami/Ansa)

Solo che a esagerare col tatticismo si finisce spesso col cadere nelle proprie stesse trappole. E così, una volta che il subemendamento del centrosinistra era stato ammesso, dalle opposizioni hanno iniziato a insolentire Meloni. «Ha sempre detto di volere le preferenze? Bene. Ora lo dimostri, sennò perde la faccia», gongolava Matteo Renzi. Ma peggio che perdere la faccia ci sarebbe perdere la maggioranza, e dunque il governo: perché Forza Italia non ci sta («L’ho chiamata e gliel’ho detto, a Giorgia: per noi è inaccettabile, non esiste», si sfogava giovedì mattina la capogruppo Stefania Craxi); nella Lega, alle dieci di mattina di una giornata delicatissima, metà dei banchi era vuota.

E quindi la prova di forza s’è risolta in una crisi di nervi: per mezza giornata l’intero gruppo di Fratelli d’Italia a Palazzo Madama è rimasto attonito, disorientato, nell’attesa di capire se infine Meloni avrebbe preteso l’atto temerario («Col rischio che qua salti tutto», come ha sbuffato a un certo punto il senatore Sandro Sisler), oppure avrebbe «fatto pippa», per dirla con Boccia, ordinando il ripiegamento giudizioso.

Il povero Lucio Malan, capogruppo in cerca d’autore, nervosissimo, rispondeva in malo modo ai colleghi che gli chiedevano lumi e poi, appeso al telefono, chiedeva istruzioni a Palazzo Chigi. Le istruzioni non arrivavano, oppure cambiavano di minuto in minuto, e quindi s’è visto costretto a pietire una sospensione dei lavori di due ore, e poi ancora mezz’ora, e poi mezza ancora. Infine ha dovuto sopportare anche che Renzi, manigoldo, gli leggesse sul grugno quel che Meloni diceva nel 2014 sulle preferenze, e cioè il contrario di quello che fa oggi, e che poi gli consegnasse il foglietto con una dedica posticcia: «Con affetto, tua, Giorgia».

Alla fine, nel trionfo dell’approssimazione, ha prevalso la prudenza: Meloni ha preferito le logiche di coalizione a quelle dell’orgoglio, e il centrodestra, compatto, ha bocciato la proposta delle opposizioni per reintrodurre le preferenze. Ha prevalso la prudenza, dicevo, e un poco pure la paura. «Perché la verità è che qui continuiamo a decidere cosa fare sulla base dei sondaggi di Vannacci», sbotta il leghista Romeo. E la tarantella agostana sulla legge elettorale dimostra che ha ragione: tornare al ballottaggio oppure no, per mettere alle strette il Generale Gagà; abbassare la soglia del premio di maggioranza dal 42 al 41 per cento, perché al 42 si rischia di non arrivarci con Futuro Nazionale che gioca in solitaria, e poi invece riportarla al 42, perché sennò diventa evidente che si teme lo sperone vannacciano.

E se fino all’altro ieri la tentazione era quella di andare al voto in primavera, per evitare che Futuro Nazionale crescesse ancora, ora la suggestione è quella di tirare lunghi, fino all’autunno, confidando in uno scivolone di Vannacci. «E così più lo rincorriamo, più lo gonfiamo», prosegue Romeo.

Lo sbandamento generale lo ha disegnato da par suo Filippo Sensi, senatore del PD col gusto per la vignetta, nell’aula di Palazzo Madama. (Il Post)

Anche le preferenze, d’altronde, servono a Meloni per evitare che Vannacci le rimproveri di aver tradito la promessa fatta per anni; ma quando il centrosinistra la pone di fronte alla prova estrema, Hic Rhodus hic salta, lei si ritrae, e offre quindi al generale un ulteriore motivo per incalzarla. È un po’ come in quei film horror in cui l’ossessione di sfuggire dal mostro ti porta a vederlo ovunque, e cadere infine nelle sue grinfie. Stefania Craxi, al termine del rodeo di giovedì, osservava che se tutta questa stramba operazione allestita da La Russa serviva a mettere in imbarazzo Forza Italia e Lega al cospetto di Meloni, ha finito invece per mostrare un intero governo succube di Vannacci. È davvero il mondo al contrario.


Ufficio di collocamento: Lega

«Rinaldi : COVIP = Ravetto : Arera». Alberto Bagnai, che d’altronde vanta cultura da economista (economista che rimpiange la lira, but still economista) gli ultimi più clamorosi trasferimenti dalla Lega a Futuro Nazionale li spiegava così, tre mesi fa, con la logica linearità di una proporzione. Ad Antonio Rinaldi era stata promessa la presidenza dell’autorità che vigila sui fondi pensione: privato di quella speranza, se n’è andato con Vannacci, non volendo più stare in un partito che col sorriso dopo l’uso lo ha buttato (semicit.). Così come Laura Ravetto, dopo aver capito di essere stata irretita invano col miraggio dell’autorità sull’energia, pure lei s’è lasciata stregare da Roby Rubacuori.

A Bagnai è andata meglio, evidentemente: lui che aveva guadagnato il seggio in parlamento nel 2018 promettendo la rivoluzione contro i vincoli europei, ha ottenuto un posto al sole per sette anni – tanti gliene mancano del resto per arrivare alla pensione – nell’autorità pubblica che più di tutte nasce per garantire il rispetto delle norme europee sulla concorrenza e sul mercato, cioè l’AGCM. Come a Bagnai, Salvini ha trovato un’occupazione anche a Mirco Carloni, deputato marchigiano sospettato pure lui di simpatie vannacciane, e sottratto alla tentazione di Futuro Nazionale con un bell’incarico da presidente dell’autorità portuale dell’Adriatico centrale, con base ad Ancona.

Nella Lega allo sbando, vige la dura legge del salvarsi la pelle. E quindi i delusi si aggrappano ai rimasugli del partito scambiandolo per un ufficio di collocamento: per sé o per i propri protetti. Il 13 maggio scorso, per dire, Roberto Marti, senatore leccese, ha fatto fuoco e fiamme quando ha saputo che un dirigente del gruppo Ferrovie dello Stato a lui caro, tal Antonio Cannalire, rischiava di essere silurato. Era la sera della finale di Coppa Italia: Salvini, da buon milanista, sperava di potersene stare in santa pace a gufare contro l’Inter, e invece doveva gestire gli allarmi di chi gli scriveva che «se Marti s’incazza, per noi sono migliaia di voti persi in Puglia». E per di più, l’Inter ha pure vinto, quella sera.

Poi c’è Claudio Durigon, il vicesegretario della Lega. A metà luglio avevo raccontato delle sue intemerate contro il nuovo amministratore delegato di ENAV, l’ente pubblico che vigila sul traffico aereo, Igor Di Biasio, messo lì per volontà di Salvini. Avevo scritto che alla fine Salvini lo aveva fatto desistere. Lui se ne è risentito. E con ragione, gliene va dato atto.

«Io avrei fatto ritirare le interrogazioni parlamentari dei miei fedelissimi contro Di Biasio? Manco per sogno». È vero: si era trattato di un ritardo nel caricamento dei documenti sul portale della Camera. «Del resto io se devo parlare con Di Biasio non devo certo chiedere permesso a Salvini. Se devo dirgli che è stronzo, gli dico che è stronzo. E gliel’ho detto, infatti». (Momento Gianfranco Munari, per chi se lo ricorda). Ma non è un fatto politico che il vicesegretario della Lega vada contro un manager pubblico nominato dal segretario della Lega? «Ma quale fatto politico!».

Il fatto era personale per davvero, a suo modo. Durigon ce l’ha con Di Biasio perché non ha promosso un uomo dei suoi tra i dirigenti di ENAV. Sta di fatto che, anche approfittando di quelle fibrillazioni, e dei sospetti – condivisi pure nell’entourage di Giancarlo Giorgetti – che il vicesegretario potesse saltare il fosso e accasarsi con Meloni, il gran visir di tutti i terroni (semicit.) della Lega, Durigon appunto, a fine agosto ha posto a Salvini una specie di ultimatum: io resto – era il senso – e ti proteggo, ma a patto che tu valorizzi me e metti in un angolo la falange nordista.

Il convegno organizzato a Roma – due giorni di dibattiti e discussioni sul programma in vista della prossima finanziaria, con momenti di spassosa surrealtà: tipo quando Claudio Borghi ha spiegato a Mario Draghi come si gestisce la Banca Centrale Europea – è stato la certificazione di questo nuovo accordo. (Fabio Cimaglia/Ansa)

E come in ogni fine impero, ecco pure i pettegolezzi di corte. Quelli secondo cui, cioè, Salvini ha intenzione di piazzare i suoi prossimi congiunti, a partire da una futura candidatura alla Camera della compagna Francesca Verdini. La quale, in effetti, ultimamente ha preso a intervenire sulle faccende di partito, via social network, con una certa inconsueta irruenza. Che poi davvero voglia farsi onorevole, lei che pure è figlia di quel Denis Verdini che per anni è stato tra i ras del berlusconismo più spregiudicato in parlamento, forse è solo una maldicenza.

Ma è un fatto che il suo attivismo da tastiera, ultimamente, è stato così accalorato da generare dei cortocircuiti. Come quando, nella foga di Instagram, ha rilanciato un post di Antonello Piroso che in realtà era una sottile presa in giro nei confronti di Salvini.

Se a tutto ciò aggiungete che il fratello di Francesca, Tommaso, s’è presentato alla Versiliana il 20 agosto scorso insieme a degli attivisti che contestavano i leghisti del nord, cioè Romeo e Attilio Fontana, con tanto di manifesti e slogan a favore del «Capitano», l’impressione che la famiglia Verdini stia cercando spazio e visibilità non è forse così fumosa. (Cecilia Fabiano/LaPresse)

In questo delirio Salvini confida di fare ordine in vista di Pontida, il 20 settembre. Ma a suo modo: e cioè provando a fare melina, proponendo vaghi compromessi (nuovi organismi dirigenti, che in realtà non dirigeranno; un nuovo documento programmatico, nientedimeno) che possano sedare la rivolta dei nordisti, ma senza troppo indisporre il cerchio stretto dei suoi irriducibili, che invece vorrebbe menare le mani.

Il caso di Romeo, in questo senso, è emblematico. Gente come Andrea Paganella, come Eugenio Zoffili o Luca Toccalini, gli ripete che un segretario non può tollerare che a guidare la fronda sia il suo capogruppo al Senato, che una dissidenza così sfacciata e impunita fa perdere al capo autorevolezza (la notoria autorevolezza di Salvini, vabbè). Ma Romeo non aspetta altro che di essere rimosso, per poter giocare la parte del martire. Non resta dunque che affidarsi alla previsione di Luca Zaia. Secondo lui, «una svolta reale, nel partito, sarà possibile solo quando i sondaggi ci daranno al 3 per cento». Se il trend di questi ultimi mesi prosegue, è questione di settimane.


Dizionario minimo per sopravvivere alla settimana politica
Temporaneo: Con questa parola il 18 marzo Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia, aveva commentato il primo provvedimento sul taglio delle accise. E la stessa parola tornò a ripeterla due settimane dopo, a inizio aprile: e stavolta scandendola bene, davanti ai giornalisti, che tutti capissero, che anche i suoi colleghi di governo spendaccioni si togliessero strane idee dalla testa, perché non si poteva proseguire così, a botte di 500 milioni di euro. Temporaneo fu pure il provvedimento di fine aprile, che prorogava il taglio fino al 21 maggio, così come quello successivo, con cui la proroga fu prorogata fino al 6 giugno.

Intanto Giorgetti sbuffava, la Ragioneria generale poneva ogni volta obiezioni, e ferveva il dibattito sulla necessità di approvare norme più strutturali e più efficaci, per fronteggiare il caro carburanti. Si discuteva, ma intanto si prorogava: sempre temporaneamente, beninteso. È l’arte di perdere tempo, convinti di prendere tempo.
Fino al 27 luglio, quando di fronte all’ennesima proroga, temporanea anziché no, Meloni ammise: «Sappiamo che non risolve il problema […] ma è una risposta tempestiva e responsabile», in attesa che si definiscano misure più mirate.

E nell’attesa, però, si è prorogato ancora, e ancora. E dunque eccoci qui, sei mesi e 2 miliardi e mezzo dopo, alla quindicesima proroga – manco a dirlo temporanea, per una sola settimana – deliberata ieri dal Consiglio dei ministri, dopo il consueto travaglio di Giorgetti e le consuete analisi sulla necessità di adottare provvedimenti più seri e meno inutilmente dispendiosi, e magari, chissà, un po’ meno temporanei.


Il cuore di Schlein, secondo Flaubert

Giuseppe Conte se la ride. E c’è da capirlo. Immaginate voi se il vostro rivale, quello a cui fate spernacchi, vi portasse in trionfo. A Conte succede questo: che lui, privo di una struttura di partito che gli consenta di fare campagna elettorale in vista delle primarie, da settimane viene ospitato in tutte le feste dell’Unità, cioè dal PD, a spiegare perché lui è meglio della segretaria del PD. E i dirigenti del PD, bontà loro, che ogni volta smaniano di farsi i selfie con «l’avvocato del popolo», e poi li postano sui social.

Se la ride pure Elly Schlein, però. E a chi le riferisce, preoccupato, del favore che Conte riscontra tra i gazebo democratici, risponde serafica che va bene così, che anzi bisogna farlo sentire a suo agio, così che accetti la sfida delle primarie che la segretaria del PD è convinta di stravincere. E quindi sta lì, tranquilla: elude ogni sollecitazione sulle intese da definire, sul programma da stilare, aggira ogni raccomandazione sul congresso nazionale da rinviare.

Scriveva Flaubert che «i cuori delle donne sono come quei mobiletti a segreto, pieni di cassetti racchiusi gli uni negli altri; ci si affanna, ci si rompono le unghie, e in fondo ci si trova qualche fiore secco, dei granelli di polvere – o il vuoto!». I dirigenti del PD stanno tutti lì a chiedersi chissà cosa avrà in testa, Elly; e perché non avanza proposte; e perché è sempre in ritardo nel commentare gli eventi; e chissà cosa starà escogitando, nella sua mente. E invece. (Mauro Scrobogna/LaPresse)

E però proprio stando ferma, semplicemente, Schlein manda gli altri, quelli che vorrebbero insidiarla, fuori giri. L’anno scorso, a Montepulciano, tre grandi aree del partito – quella di Andrea Orlando, quella di Roberto Speranza e quella di Dario Franceschini – dettero vita a una specie di correntone che in realtà aveva l’ambizione di imbrigliare Schlein. Un anno dopo, il secondo convivio del correntone, previsto sempre nella provincia senese per metà ottobre, è ancora un’ipotesi, perché i tre capicorrente che dovevano unitariamente condizionare la segretaria si trovano in disaccordo tra loro: Orlando dice che le primarie vanno fatte, Speranza dice che no, e Franceschini, come da tradizione, dice forse che sì e forse che no.

Ma anche tra i riformisti c’è parecchia incertezza. E infatti l’area di Lorenzo Guerini e Giorgio Gori si ritroverà a Prato, il 26 settembre, per la prima assemblea nazionale della corrente. E con ogni probabilità sarà l’occasione in cui qualcuno tra i delegati più scalpitanti chiederà che alle primarie che verranno ci sia un rappresentante riformista, e tutti pensano a Gori, ovviamente. Ma siccome è improbabile che Schlein consenta un’altra candidatura del PD, oltre alla sua, questo vorrebbe dire eventualmente, per Gori, uscire dal partito, cosa a cui invece Guerini non pensa affatto.

Quanto ai partiti minori, pure lì è tutto un subbuglio. Siccome il Quirinale non gradiva una norma voluta da Forza Italia nello Stabilicum, che escludeva dal calcolo finale dei voti quelli delle liste che non raggiungevano il 3 per cento, si è pensato di compensare rendendo più difficile per i piccoli partiti entrare in partita: non più 1.500 firme per presentarsi in ciascun collegio elettorale, ma 9.000 (poi ridotte a 6.000).

Il che, però, sarebbe un bel problema per Alessandro Onorato, l’assessore romano, molto ben voluto da Goffredo Bettini, con la sua rete di amministratori locali di varia e variegata risma, Impegno Civico, che vuole proporsi come aggregatore dei moderati di centrosinistra. Giovedì sera Onorato, cioè Bettini, ha dato in escandescenze. Il che spiega anche perché la proposta era assai ben gradita da Renzi, che ne aveva anche parlato con esponenti del centrodestra.

Venerdì mattina, in Senato, in attesa di capire se l’emendamento incriminato sarebbe stato approvato oppure no, c’erano accalorati conciliaboli di grillini che si dicevano pronti a distaccare tre o quattro dei loro per far nascere una componente Onorato nel gruppo Misto: un espediente molto italiano, perché chi ha una rappresentanza parlamentare, sia pur farlocca, non dovrebbe raccogliere 6.000 firme, ma se la caverebbe con sole 1.500.


La settimana in breve

Lunedì: Grosso dibattito a destra, sull’abito da mettersi all’indomani della vittoria di AfD in Sassonia-Anhalt. Un dibattito serio e ragionato, coerente, affatto ipocrita, per nulla sguaiato. O no?

Martedì: Sulle sanzioni ai coloni israeliani, promosse da mezzo Occidente, il governo italiano ha fischiettato. Tajani dice che su cose così delicate bisogna muoversi in coordinamento con l’Unione Europea, che è pure quello che Giorgetti ha detto a fine agosto su un’eventuale tassa sugli extraprofitti sulle società energetiche: «Bisogna muoversi a livello europeo». L’Europa come estremo rifugio dei sovranisti, ma pensa.

Mercoledì: È stata rinviata la discussione finale sul disegno di legge contro l’antisemitismo, alla Camera. Figuraccia rimandata, dunque, per un centrosinistra spaccato in tre sul tema, con un PD che si è a sua volta scomposto in tre diverse fazioni.

Giovedì: Il ministro Giorgetti ha fatto sapere di avere inviato alla Commissione Europea la richiesta formale per la clausola di salvaguardia, cioè per poter spendere in deroga ai vincoli finanziari ordinari 36 miliardi in deficit nei prossimi tre anni (circa 14 per l’energia, circa 22 per la difesa). Ora inizierà la trattativa, che dovrà concludersi entro metà ottobre.

Venerdì: È morta Emma Bonino, e per me è un po’ come pensare che non ci sia più, che so?, l’obelisco di piazza del Popolo, o il campanile di San Marco. Anche se sapevano che era imminente, anche se da tanto tempo era stremata. Nell’aprile del 2018, bazzicavo da poco il parlamento, mentre tutti in Transatlantico smaniavano in agitati capannelli per capire se questo benedetto governo gialloverde sarebbe nato, lei stava seduta, sulle scale del cortile interno, tutta sola, con una sigaretta spenta tra le dita. Fui tentato di avvicinarla e confessarle la mia simpatia, e più ancora la mia gratitudine.

Ma poi pensai che sarebbe stato ridicolo, una cosa da pivelli, e anche discutibile sul piano deontologico. E desistetti. Un paio d’anni dopo, c’era un minimo di confidenza, la contattai per una questione politica: aveva presentato in Senato una mozione di sfiducia contro il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, e la cosa fece traballare il governo per qualche ora. Mentre parlavamo della gestione delle carceri, le raccontai di quell’episodio del 2018. «E quindi, ecco, alla fine non ebbi il coraggio…». «E menomale – fece lei – perché sennò ti avrei considerato un citrullo». E così quel grazie non detto è rimasto sempre sospeso, sempre sottinteso, sempre deontologicamente represso. La deontologia, che gran sciocchezza, a volte. (Angelo Carconi/Ansa)

E questo è quanto, per questa rentrée. Che dirvi, di più? Giusto un paio di cose.

In autunno tornerò a girare, un po’ qua e un po’ là, con La marcia sul posto, e sarà l’occasione per vederci, o rivederci, dal vivo, che fa sempre un gran piacere. Ma anzitutto ci vedremo a Faenza, per il Talk del Post dal 18 al 20 settembre. Io interverrò, insieme a Nicola Ghittoni, sabato 19, alle cinque di pomeriggio. Parleremo di politica e amenità affini, e con chi vuole, poi, ci vediamo per il firmacopie e per fare due chiacchiere.

Devo dirvi anche delle 10 lezioni sul giornalismo del Post, che riprendono questo autunno: e che ci si può iscrivere fino al 22 settembre, e che con me, se volete, ci vediamo il 20 ottobre. Ma ve lo dico meglio la prossima settimana.

Nel frattempo, per messaggi o segnalazioni, potete scrivermi qui oppure qui.

Ciao,
Valerio

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