I veri motivi per cui l’Italia non ha sanzionato le colonie israeliane

Più che le spiegazioni inverosimili del ministro Tajani, ha pesato la posizione degli Stati Uniti

Giorgia Meloni insieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Palazzo Chigi, la sede della presidenza del Consiglio, il 10 marzo 2023 (ANSA/ETTORE FERRARI)
Giorgia Meloni insieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Palazzo Chigi, la sede della presidenza del Consiglio, il 10 marzo 2023 (ANSA/ETTORE FERRARI)
Caricamento player

L’Italia non ha aderito alle sanzioni contro le colonie israeliane in Cisgiordania, dissociandosi dall’iniziativa intrapresa da Regno Unito, Francia e Canada e condivisa poi da altri nove paesi europei (Portogallo, Spagna, Svezia, Danimarca, Finlandia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia). Se si aggiungono anche Belgio e Paesi Bassi, che nei mesi scorsi avevano già adottato misure analoghe, l’Italia resta l’unico tra i paesi fondatori dell’Unione Europea e i principali paesi europei a essersi distinta, oltre alla Germania, che ha storicamente una posizione di estremo riguardo nei confronti di Israele dopo la fine della Seconda guerra mondiale e della Shoah.

La decisione è stata condivisa dal ministro degli Esteri Antonio Tajani e dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Il governo italiano era stato infatti coinvolto e consultato dal Regno Unito e dalla Francia nelle settimane passate, nei dialoghi preparatori. Aveva condiviso dichiarazioni di netta condanna formale nei confronti dei più estremi progetti di insediamenti in Cisgiordania. A giugno la stessa Meloni aveva detto di essere pronta ad approvare sanzioni contro i coloni israeliani violenti in Cisgiordania. Eppure questa volta non ha preso posizione.

Secondo Tajani, la decisione adottata su iniziativa del Regno Unito non è condivisibile perché non è stata presa in coordinamento con l’Unione Europea. «Io sono sempre per le decisioni che vengono dall’Unione Europea, anche in materia commerciale, altrimenti si rischia di distorcere il mercato interno», ha detto martedì il ministro degli Esteri da Buenos Aires, in Argentina, dov’è impegnato in una missione diplomatica e commerciale.

L’obiezione di Tajani in teoria ha senso sul piano diplomatico, a patto che un governo profondamente europeista voglia esaltare la compattezza europea, cosa che in realtà il governo di Meloni non sempre ha dimostrato di voler fare. Sul caso specifico, proprio l’Italia e la Germania negli ultimi due anni sono stati a più riprese i paesi che hanno rallentato, ostacolato o contrastato iniziative congiunte europee per sanzionare Israele sul piano commerciale, in reazione alla devastazione di Gaza e all’occupazione illegale della Cisgiordania tramite colonie. Per certi versi, anzi, la decisione della Francia di sostenere l’iniziativa britannica nasce proprio dall’insofferenza del presidente Emmanuel Macron per l’inconcludenza europea.

Antonio Tajani al ministero degli Esteri il 28 febbraio 2026 (ANSA/GIUSEPPE LAMI)

La posizione di Tajani è poco fondata anche sul piano strettamente commerciale. Le distorsioni sul mercato interno potrebbero essere significative laddove solo una piccola parte dell’Unione Europea decidesse di interrompere determinati rapporti commerciali con Israele. In questo caso, però, tutte le principali economie europee – Germania a parte – hanno aderito alle sanzioni: è improbabile prevedere una notevole ripercussione negativa per il commercio italiano a vantaggio di altri concorrenti europei.

Anche perché il blocco riguarda di fatto beni e servizi prodotti negli insediamenti illegali in Cisgiordania, o riconducibili ad attività legate al lavoro dei coloni: sono una componente minima degli scambi commerciali. Le sanzioni emanate dal Regno Unito, dal Canada e dagli altri paesi dell’Unione Europea hanno insomma per lo più un valore simbolico e politico, di condanna concreta nei confronti della politica degli insediamenti avallata dal governo di Benjamin Netanyahu.

Sulla scelta del governo di Meloni ha influito senza dubbio anche l’atteggiamento ambiguo e attendista degli Stati Uniti. Per settimane l’amministrazione del presidente Donald Trump ha espresso in modo più o meno diretto la propria contrarietà a ipotetiche nuove sanzioni. E martedì il segretario di Stato Marco Rubio ha ribadito questa posizione in modo esplicito. Mercoledì media statunitensi e israeliani hanno però dato notizia del fatto che già nei giorni precedenti il primo ministro britannico Andy Burnham aveva informato Trump della sua intenzione, e che da Trump non era arrivata alcuna obiezione, né una richiesta di ripensarci.

Di certo però anche su questo argomento, come del resto sull’Ucraina, Meloni è sempre estremamente restia a condividere iniziative prese dai leader europei che possano apparire come reazioni più o meno ostili ai tentennamenti o alle doppiezze di Trump in politica internazionale. Burnham e Macron si sono appunto mossi dopo settimane di attendismo da parte degli Stati Uniti, e dopo i vani tentativi di convincere Rubio ad assecondare un’iniziativa analoga.

Andy Burnham ed Emmanuel Macron a Londra davanti alla residenza del primo ministro britannico, il 3 settembre 2026 (EPA/ANDY RAIN)

Per Meloni, però, resta ferma la contrarietà a ogni atteggiamento assertivo o polemico da parte europea nei confronti della presidenza degli Stati Uniti, anche dopo che i suoi rapporti personali con Trump si sono drammaticamente compromessi. Vale per la cosiddetta “coalizione dei volenterosi” – quella promossa da Regno Unito e Francia per sopperire almeno in parte con aiuti europei al calante sostegno statunitense nei confronti dell’Ucraina – e vale ora per le sanzioni ai coloni israeliani.

Tutto questo è avvenuto nonostante ultimamente Meloni fosse apparsa più indisposta nei confronti del governo di Netanyahu. A maggio aveva definito «inaccettabili» le immagini del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir che derideva e umiliava gli attivisti della Global Sumud Flotilla, molti dei quali anche italiani, costretti a inginocchiarsi con le mani legate dietro la schiena. A giugno, riferendo in parlamento, aveva annunciato che «l’Italia intende sostenere misure mirate contro coloro che, come i coloni violenti, fomentano l’odio e l’estremismo, compromettendo la prospettiva dei due Stati», cioè il principio per cui sia Israele sia la Palestina debbano essere due stati sovrani e indipendenti, in pace tra loro.

A fine agosto, infine, aveva sottoscritto una dichiarazione congiunta insieme ad altri 10 paesi occidentali (tra cui Francia, Germania e Regno Unito) per condannare come inaccettabili gli ultimi sviluppi della politica di colonizzazione della Cisgiordania da parte di Israele, e in particolare la costruzione del cosiddetto insediamento E1, che di fatto dividerebbe la regione in due parti, interrompendo la continuità territoriale e dunque rendendo impossibile formare uno stato palestinese.