Come dovrebbe essere un social network “sano”?

Insieme al risarcimento Meta ha accettato di introdurre alcune modifiche alle sue piattaforme, ma molti sostengono serva molto di più

Mark Zuckerberg, CEO di Meta, e Dina Powell McCormick, presidente di Meta (David Paul Morris/Bloomberg)
Mark Zuckerberg, CEO di Meta, e Dina Powell McCormick, presidente di Meta (David Paul Morris/Bloomberg)
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Questa settimana Meta, l’azienda che possiede Instagram e Facebook, ha accettato un accordo per chiudere un processo in cui era accusata di aver progettato i suoi social network in modo da creare dipendenza e disagi mentali nei giovani. L’accordo prevede risarcimenti per 18 miliardi di dollari, ma anche alcune modifiche alle sue piattaforme per gli utenti minorenni negli Stati Uniti.

L’idea è che queste modifiche possano rendere Facebook e Instagram dei social network più “sani”, anche se non tutti concordano sulla loro efficacia. Molti esperti sostengono che il problema dell’impatto negativo dei social sulla salute mentale vada risolto in un modo più drastico, che però sarebbe molto meno accettabile per Meta e le altre aziende del settore.

Le modifiche accettate da Meta prevedono che gli utenti adolescenti negli Stati Uniti abbiano un limite cumulativo di utilizzo di Instagram e Facebook per un massimo di due ore al giorno, la messa in pausa delle notifiche di notte e negli orari di scuola, e la comparsa di inviti a chiudere la app ogni 15 minuti. Quando un utente adolescente crea un nuovo account Instagram, inoltre, non vedrà più una bacheca di contenuti personalizzati scelti dall’algoritmo in base ai dati raccolti su di lui, a meno che un suo supervisore adulto non decida di cambiare le impostazioni.

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L’accordo prevede anche che Meta nasconda il numero dei like nei profili degli adolescenti, per limitare il continuo confronto con gli altri e le conseguenze negative sulla propria autostima. Si tratta di una modifica che l’azienda aveva già sperimentato nel 2020, in un test interno chiamato “Project Daisy”, e che però poi fu accantonata perché avrebbe ridotto gli introiti pubblicitari dell’azienda.

L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, ha commentato queste modifiche dicendo che vanno nella direzione da lui auspicata per rendere i social network posti più sicuri per bambini e ragazzi, ma che «ancora non ci siamo».

Tra le funzioni di Meta più criticate c’è anche il cosiddetto scorrimento (o scrolling) infinito, cioè la possibilità di avere continuamente nuovi contenuti da vedere; la presenza di video in autoplay (quelli che partono senza bisogno che l’utente li avvii); e l’uso di notifiche continue per richiamare gli utenti sull’app. Sono tutte cose che secondo le accuse contro l’azienda creerebbero dipendenza, soprattutto nei più giovani.

Nel libro Careless People l’autrice ed ex dipendente di Facebook Sarah Wynn-Williams racconta come Meta abbia usato i suoi algoritmi per mostrare contenuti agli utenti giovani sulla base del loro «stato emotivo». Per esempio, l’azienda monitorava quando le ragazze adolescenti cancellavano i propri selfie in modo da mostrare loro una pubblicità di prodotti di bellezza in un momento in cui erano probabilmente insoddisfatte del loro aspetto.

Altre critiche ricorrenti all’algoritmo di Meta (ma anche di YouTube e TikTok) riguardano la polarizzazione delle opinioni favorita da queste piattaforme. I social network, infatti, tendono a proporre agli utenti solo contenuti in linea con i loro interessi e le loro idee politiche, creando una generale radicalizzazione delle cosiddette “bolle”.

Secondo Walter Quattrociocchi, professore di Informatica all’Università Sapienza di Roma, vietare una funzione come lo scrolling infinito «rischia di incidere poco, perché può essere sostituita da meccanismi equivalenti». Per esempio, se Meta venisse costretta ad aggiungere un pulsante “Mostra altro” che va premuto per caricare nuovi contenuti, ne introdurrebbe uno il più immediato possibile, con un risultato non molto diverso dallo scrolling infinito.

Sarebbe invece necessario partire dalle basi, cioè dal modello di business di queste aziende, che si basa sulla pubblicità e sulla raccolta di dati personali per mostrare inserzioni e contenuti in grado di aumentare il coinvolgimento degli utenti, in un ciclo continuo che in alcuni casi può appunto portare dipendenza.

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Un social network più sano, secondo Quattrociocchi, dovrebbe garantire all’utente un maggiore controllo sulla bacheca dei contenuti, anche rendendo trasparenti i criteri che le piattaforme usano per scegliere quali post mostrare e quali no, che al momento sono segreti. Oggi, per esempio, un utente che apre Instagram non può decidere di sottrarsi ai Reels, i video verticali ispirati a TikTok, che sono diventati il principale prodotto dell’azienda.

Un altro problema riguarda la struttura stessa di questi social network, basati su piattaforme chiuse e strettamente controllate dall’azienda sviluppatrice. Negli ultimi anni si è diffusa un’altra idea di social network, dalla struttura decentralizzata e open source (il cui codice sorgente è pubblico e modificabile da chiunque).

Questo sistema viene anche detto “fediverso” perché si tratta di una federazione di prodotti in comunicazione tra di loro, in cui l’utente può scegliere il server che preferisce (sulla base dei temi trattati, delle regole vigenti o dei criteri di moderazione dei contenuti), potendo eventualmente cambiarlo ma sempre portando con sé la propria rete di contatti. Il paragone più comune è quello con la posta elettronica, alla cui base c’è un protocollo aperto che permette di scambiare mail con chiunque, qualunque sia il servizio usato (Gmail, Libero, Yahoo Mail, e così via).

Il protocollo più noto del fediverso è ActivityPub, che viene usato da Mastodon, un social network simile a X (ex Twitter), e anche da Threads, di proprietà della stessa Meta. In questi anni proprio quest’ultima ha detto di avere grande interesse per i social network decentralizzati: ciò nonostante, Instagram e Facebook rimangono ancora molto “chiusi”.

Pur andando nella direzione giusta, quindi, le concessioni di Meta non intervengono alla base del problema, che è l’approccio con cui questi servizi vengono progettati e sviluppati e il loro obiettivo. Come ha scritto il giornalista Casey Newton, «l’accordo obbliga Meta a rispettare condizioni che è sorprendente non siano ancora richieste dalla legge».

Secondo Carolina Are, criminologa digitale alla London School of Economics, il problema è proprio nella mancanza di trasparenza concessa alle aziende, che permette loro di agire senza reali conseguenze per le proprie scelte. Buona parte di quello che sappiamo su Meta, del resto, viene da inchieste giornalistiche e fughe di notizie di dipendenti.

Tra i testimoni sentiti durante il processo c’è stato anche George Volichenko, ex dipendente di Meta che tra il 2022 e il 2023 lavorò nel «team per la salute mentale degli adolescenti», in particolare a una funzione con cui invitare gli utenti più giovani a prendere una pausa dall’app dopo dieci minuti di utilizzo. All’epoca la funzione fu resa pubblica ma non di default: stava quindi agli utenti attivarla nelle impostazioni. Questo fece sì che la percentuale di adozione alla fine fosse molto bassa: dello 0,16 per cento. Volichenko ha detto che quando se ne lamentò, si sentì rispondere che il suo team esisteva «per proteggere l’azienda dalle future cause legali».

Nonostante l’accordo raggiunto, comunque, Meta non ha ammesso alcuna responsabilità e si è anzi detta frustrata dal fatto di essere l’unica azienda a essere punita per comportamenti che riguardano anche la concorrenza, come YouTube e TikTok. Per questo motivo, Meta ha reso parte del suo accordo dipendente dalla condotta delle altre aziende del settore. Il limite di due ore al giorno e il blocco delle notifiche notturne, per esempio, rimarranno attivi solo per cinque anni, ma qualora TikTok e YouTube dovessero adottare misure simili, lo saranno per dieci.

Lo stesso vale anche per il risarcimento: secondo il New York Times, infatti, Meta verserà inizialmente circa 12 dei 18 miliardi di dollari richiesti; il resto verrà pagato solo se YouTube, Snap e TikTok raggiungeranno un accordo con gli stati simile a quello raggiunto da Meta.

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