Sono passati i 60 giorni per fare un accordo con l’Iran
Probabilmente non ricordavate questa scadenza, e forse nemmeno Trump
- Condividi
- X
- Regala il Post

A metà giugno Stati Uniti e Iran avevano fatto una specie di pre-accordo, stabilendo che nei successivi 60 giorni avrebbero continuato a negoziare per trovare un’intesa definitiva e mettere fine alla guerra in Medio Oriente. Non è successo. L’unico cambiamento, certamente importante e tangibile, è stata una riduzione sostanziale dei bombardamenti sull’Iran e degli attacchi iraniani ai paesi del Golfo, almeno in un primo momento, dato che nelle ultime settimane sono ricominciati anche quelli.
Per il resto, lo stretto di Hormuz è stato chiuso e riaperto varie volte ma resta controllato dall’Iran, che si sta accordando con l’Oman per mantenere una gestione condivisa anche in futuro. Il flusso di navi resta nettamente inferiore al periodo precedente alla guerra: passano tra le 10 e le 20 navi al giorno contro le circa 130 di prima, e le poche che si arrischiano lo fanno passando per la rotta iraniana e con autorizzazione del regime. Sul programma nucleare non è stato raggiunto alcun accordo, e le capacità missilistiche iraniane sono almeno in parte intatte nonostante l’amministrazione statunitense abbia sostenuto di averle distrutte.
Il pre-accordo di giugno – tecnicamente un memorandum of understanding – era stato un successo per l’Iran e un disastro per Trump. Prometteva tra le altre cose la rimozione delle sanzioni internazionali imposte contro l’Iran e il ritorno alla disponibilità dei fondi iraniani congelati all’estero, oltre a un fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione. In cambio Trump aveva ottenuto la riapertura di Hormuz, che però era durata poco: dopo alcuni giorni Iran e Stati Uniti erano tornati ad attaccarsi e l’Iran lo aveva richiuso.

Teheran, 6 luglio (Majid Saeedi/Getty Images)
Era evidente fin da subito che i 60 giorni non sarebbero stati sufficienti a concretizzare il memorandum d’intesa, anche perché il regime iraniano non ha mai avuto fretta di farlo, per vari motivi. La prima è che non deve affrontare elezioni libere, mentre negli Stati Uniti a novembre ci saranno quelle di metà mandato e la guerra è poco popolare anche tra gli elettori Repubblicani: Trump ha quindi bisogno di trovare il modo per tirarsene fuori.
Inoltre, come hanno spiegato in questi mesi molti storici ed esperti di Iran, l’ideologia della resistenza contro il nemico esterno, e in particolare contro gli Stati Uniti, fa parte dell’essenza stessa del regime. «Le minacce esistenziali tendono a rafforzare la determinazione di un sistema che crede di combattere per la propria sopravvivenza, non mettono un prezzo accettabile da pagare per rinunciare alla resistenza» ha riassunto al Wall Street Journal Ali Vaez dell’International Crisis Group, un think tank con sede in Belgio.
In questi mesi Trump ha cercato di far capitolare l’Iran in vari modi: ha minacciato e ordinato nuovi bombardamenti contro obiettivi militari e civili, ha reintrodotto le sanzioni sul petrolio iraniano che aveva sospeso durante la prima fase della guerra nel tentativo di abbassare i prezzi, ha imposto a sua volta un blocco navale per impedire all’Iran di commerciare (in vigore ancora oggi). Niente ha funzionato.

La Casa Bianca, 25 luglio (Photo by Kevin Carter/Getty Images)
Venerdì il segretario al Tesoro Scott Bessent ha detto che gli Stati Uniti imporranno misure «mai viste prima» contro l’Iran. Trump ha rilanciato: «Dopo aver sconfitto definitivamente l’Iran, che sta subendo una pesante sconfitta, molto presto dichiarerò lo stretto di Hormuz territorio degli Stati Uniti». Non è chiaro cosa dovrebbe significare e in ogni caso finora Trump ha spesso fatto minacce esagerate, per poi tornare sui suoi passi poco dopo (l’ultima appena due settimane fa).
In Iran il blocco navale statunitense ha causato un danno economico notevole al regime: le esportazioni sono crollate e così i guadagni in valuta estera, le scorte di petrolio stoccate in mare si sono ridotte, l’inflazione è superiore all’80 per cento e il prezzo del petrolio è aumentato del 150 per cento. Il regime ha però risposto con strumenti già collaudati in decenni di sanzioni statunitensi, come il razionamento del carburante e dell’elettricità, e l’assunto secondo cui il regime cederà alle minacce statunitensi per salvare l’economia o il benessere degli iraniani è tutt’altro che certo.
Allo stesso tempo, Trump è restio a riavviare la guerra con l’intensità delle prime fasi perché sarebbe controproducente da un punto di vista elettorale: il suo obiettivo è riaprire lo stretto di Hormuz e tirarsi fuori dalla guerra il più in fretta possibile. Oltretutto, i soldati statunitensi stanziati in Medio Oriente sulla portaerei che si occupa di mettere in pratica il blocco navale sono allo stremo: l’amministrazione statunitense ha dovuto annunciare di recente una sostituzione dopo varie denunce di enorme stress, mentre parallelamente il segretario alla difesa Pete Hegseth prometteva che gli Stati Uniti avrebbero potuto prolungare il blocco navale a tempo indeterminato.
Nel frattempo il regime iraniano continua a mantenere la propria posizione, e anzi diventa sempre più intransigente. Negli ultimi mesi hanno acquisito sempre più importanza i Guardiani della Rivoluzione, il corpo armato più potente del paese, contrario a ogni compromesso e che fomenta una retorica nazionalista aggressiva. A inizio agosto l’ex capo dei Guardiani, Mohsen Rezaei, è stato nominato capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, il massimo organo di sicurezza iraniano. Secondo gli analisti è un segnale che l’Iran intende presentarsi al tavolo dei negoziati con un approccio ancora più ostile, dal momento che è convinto di essere in una posizione di vantaggio.
Al contrario la fazione moderata del regime, rappresentata tra gli altri dal presidente Masoud Pezeshkian e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi, ha sempre meno influenza. Durante i grandi funerali dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei (l’autorità politica e religiosa più importante del paese, ucciso in un bombardamento israeliano nel primo giorno di guerra) sono stati contestati duramente. Anche l’attuale Guida Suprema, Mojtaba Khamenei (il figlio di Ali), è favorevole a una posizione dura verso gli Stati Uniti e l’Occidente.

Uno striscione che dice «Trump ti uccideremo» durante i funerali di Ali Khamenei, il 6 luglio a Teheran (John Moore/Getty Images)
Un messaggio trasmesso dalla tv statale IRIB attribuito a lui dice: «Abbiamo una lista di criminali che hanno ucciso i nostri leader e i nostri cittadini nelle ultime due guerre. La morte di questi criminali e assassini non avverrà per cause naturali». Si riferisce tra gli altri al presidente Trump: secondo il Wall Street Journal il regime avrebbe un piano per assassinarlo. Mehdi Mohammadi, consigliere strategico del capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, ha parlato di un «progetto generazionale di vendetta di sangue» per l’uccisione di Ali Khamenei.
Secondo fonti di intelligence arabe in questi mesi il regime avrebbe approfittato della relativa calma data dal cessate il fuoco per riorganizzarsi e prepararsi a una nuova fase di attacchi intensi. Avrebbe inviato armi e consiglieri nei paesi alleati, per esempio nello Yemen parzialmente controllato dagli Houthi, la milizia che a metà luglio ha minacciato di bloccare lo stretto di Bab el Mandeb, tra il mar Rosso e l’oceano Indiano.
Altre nomine confermerebbero l’idea che il regime si stia preparando più a una nuova fase di conflitto che a un accordo. La scorsa settimana, per esempio, la Guida Suprema ha nominato capo delle milizie bassij (un gruppo paramilitare composto da volontari) Hossein Taeb, suo stretto collaboratore che guidò la brutale repressione delle proteste nel 2009. Secondo varie interpretazioni è un segnale che l’Iran si sta preparando anche a gestire eventuali disordini interni, causati dalle pressioni economiche statunitensi prolungate nel tempo o da infiltrazioni dell’intelligence israeliana.



