Per l’Iran il funerale di Ali Khamenei è una dimostrazione di forza
Inizia sabato, durerà sei giorni e si attendono milioni di persone: serve al regime per mostrarsi solido mentre negozia e gestisce una successione incerta

Venerdì la bara avvolta nella bandiera iraniana con la salma di Ali Khamenei è stata portata a spalla da funzionari del regime nella Grande Moschea di Teheran, che alle sei del mattino di sabato aprirà le porte a milioni di visitatori. Khamenei era la Guida Suprema dell’Iran, ossia la più alta autorità politica e religiosa del paese: è stato ucciso in un bombardamento israeliano nel primo giorno della guerra in Medio Oriente, il 28 febbraio. Nell’incarico gli è succeduto il figlio, Mojtaba Khamenei.
Per organizzare il funerale il regime ha aspettato oltre quattro mesi, occupati in parte dalla guerra in Medio Oriente in cui l’Iran è stato bombardato dagli Stati Uniti e da Israele. Adesso ha messo in piedi una cerimonia enorme: durerà sei giorni e sarà il più grande funerale in Iran da quello del generale Qassem Sulemiani, ucciso dagli Stati Uniti nel 2020, e paragonabile forse solo a quello di Ruhollah Khomeini, la precedente Guida Suprema e leader della rivoluzione che trasformò l’Iran in una Repubblica islamica, morto nel 1989.
Questi funerali sono un’occasione importante per il regime. Servono a mostrare forza e coesione all’esterno mentre cerca di mantenere la propria leva nei negoziati con gli Stati Uniti per la fine della guerra; a consolidare il consenso alla Repubblica islamica presentando Khamenei come martire e simbolo della resistenza ai nemici dell’Iran; a segnare il passaggio definitivo alla nuova leadership di Mojtaba, indebolita dal fatto che da quando è in carica (a marzo) non si è mai fatto vedere né sentire pubblicamente, probabilmente per via delle ferite riportate nello stesso bombardamento in cui è stato ucciso il padre.

Guardiani della Rivoluzione in preghiera di fronte alla Grande Moschea di Teheran, 3 luglio 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)
I funerali sono anche uno sforzo logistico gigantesco. In sei giorni coinvolgeranno cinque città e due paesi: dopo Teheran la salma verrà portata nella città santa di Qom, poi a Najaf e Karbala, in Iraq, dove esiste una grande comunità sciita. Tornerà infine in Iran per essere sepolta a Mashhad, la città natale di Khamenei. Il passaggio da un paese straniero serve all’Iran per proiettarsi come una forza sciita internazionale, capace di mantenere la propria influenza regionale nonostante i tentativi di ingerenza esterni.
Il regime ha detto di aspettarsi fino a 15 milioni di visitatori: sono cifre probabilmente gonfiate dalla propaganda, ma è vero che Khamenei in Iran ha ancora moltissimi sostenitori. Rappresentava l’ala più intransigente e conservatrice del regime, e questo lo rende ancora oggi molto popolare tra gli integralisti religiosi e tra i nazionalisti iraniani (Mojtaba ha le stesse posizioni).
Tuttavia durante i suoi quasi 40 anni di governo le difficoltà economiche, le esecuzioni, le incarcerazioni arbitrarie e la tortura dei dissidenti hanno generato un divario enorme tra una parte della società iraniana, specialmente quella più giovane, e la sua leadership. Il suo regime ha represso brutalmente almeno tre grossi movimenti di protesta – nel 2009 dopo l’elezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad, nel 2022 per l’uccisione di Mahsa Amini e tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 per ragioni economiche – e a febbraio quando venne ucciso molti iraniani scesero in strada a festeggiare.

Un uomo a Teheran passa in bici di fronte a un murale che ritrae la Guida Suprema Ali Khamenei, 3 luglio 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)
I preparativi per i funerali vanno avanti da giorni: sono state predisposte migliaia di ambulanze e decine di elicotteri, e gli ospedali sono pronti ad accogliere eventuali feriti per la calca (come accadde durante i funerali di Soleimani). Scuole, palestre e moschee sono state allestite per ospitare i visitatori e le autorità hanno invitato chi abita nelle città dove passerà la salma a ospitare chi arriva da fuori. A Teheran la metropolitana sarà aperta 24 ore su 24 gratuitamente e sono stati predisposti centinaia di chioschi che distribuiranno acqua e cibo.
Ci sono anche preoccupazioni legate alla sicurezza: negli scorsi giorni l’Iran ha minacciato gli Stati Uniti e Israele, dicendo loro che se attaccheranno il paese durante i funerali subiranno «dure ritorsioni».
Il regime iraniano è fatto a strati: ci si aspetta che partecipi la componente che rappresenta il suo volto pubblico e che in questi mesi ha dialogato con l’esterno, che però è anche la meno influente: ci saranno il presidente Masoud Pezeshkian, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il presidente del parlamento Mohammad Ghalibaf.
Per quanto riguarda lo strato più profondo, quello che davvero prende le decisioni, ci sono dubbi maggiori. Sembra improbabile che si presenterà Mojtaba Khamenei, anche se farlo darebbe un grande segnale di forza: sarebbe la prima volta dalla sua nomina e da allora è stato messo in dubbio persino che sia in grado di governare dal suo nascondiglio.
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Sembra più probabile (ma comunque non certo) che a rappresentarlo ci sarà il generale Ahmad Vahidi, il capo dei Guardiani della Rivoluzione considerato il secondo uomo più potente in Iran dopo la Guida Suprema (i Guardiani sono il corpo armato più potente del paese). La presenza di Vahidi mostrerebbe comunque una certa sicurezza da parte del regime, dal momento che lui, come Mojtaba Khamenei e il grosso della leadership iraniana, è stato minacciato di morte da Israele.

Il generale Ahmad Vahidi durante la cerimonia funebre di giovedì 2 luglio a Teheran 2026 (Office of the Iranian Supreme Leader via AP)
Vahidi è stato visto a Teheran giovedì, durante una cerimonia più intima che si è tenuta all’arrivo della salma di Khamenei a Teheran, e il suo volto è stato fotografato dai media di stato: è un segno che la sua presenza lì voleva essere resa pubblica. Tra i capi di stato stranieri dovrebbe esserci Shehbaz Sharif, il primo ministro pakistano che sta mediando nei negoziati con gli Stati Uniti, oltre all’ex presidente russo Dmitry Medvedev e al presidente georgiano Mikheil Kavelashvili.



