Il Venezuela rivuole il suo oro dal Regno Unito
Le riserve custodite dalla Banca centrale inglese furono bloccate ai tempi di Maduro: riaverle mette d'accordo regime e opposizione
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Il primo punto su cui si sono messi d’accordo il regime venezuelano e i suoi oppositori, durante il primo giro di colloqui finito questa settimana, è la necessità di farsi restituire le riserve auree custodite dalla Banca d’Inghilterra, la banca centrale britannica. Sono bloccate lì dal 2018 a causa di un contenzioso legale dei tempi di Nicolás Maduro, il presidente venezuelano destituito dagli Stati Uniti a gennaio con un’operazione militare e sostituito da Delcy Rodríguez.
Le riserve ammontano a 31 tonnellate in lingotti. In questi anni il loro valore ha seguito gli aumenti del prezzo dell’oro, fino a superare i 3,4 miliardi di euro. Il governo venezuelano ne ha grande bisogno per finanziare la ricostruzione dopo il devastante doppio terremoto di fine giugno e per provare a ristrutturare il suo gigantesco debito pubblico, stimato in oltre 200 miliardi di euro.
Dagli anni Ottanta una quota delle riserve auree del Venezuela è conservata dalla Banca d’Inghilterra. È una pratica comune: la Banca custodisce 400mila lingotti per conto di varie istituzioni e stati stranieri, inclusa l’Italia, ed è il secondo deposito al mondo dopo la FED, la banca centrale statunitense. L’oro è una sorta di garanzia della stabilità finanziaria di un paese e, nel caso del Venezuela, anche per i suoi debiti internazionali.
– Leggi anche: Com’è che adesso il regime venezuelano incontra gli oppositori
Negli anni di Hugo Chávez, il predecessore di Maduro e fondatore del regime, il Venezuela ottenne il rimpatrio di parte dell’oro, finché nel Regno Unito rimase un decimo delle sue riserve totali. Furono congelate nel 2018, quando il governo britannico disconobbe Maduro come leader del Venezuela: in quegli anni buona parte della comunità internazionale riconobbe come presidente legittimo Juan Guaidó, che era stato eletto presidente da un parlamento controllato dall’opposizione ma svuotato di potere da Maduro.

La sede della Banca d’Inghilterra, coi lavori di ristrutturazione, a Londra l’8 agosto (Vuk Valcic/SOPA Images via ZUMA Press Wire)
Maduro sfruttò il controllo sull’apparato statale per ostacolare Guaidó e lo scontro proseguì per anni, finché Guaidó non cadde in disgrazia e i brogli elettorali di Maduro si fecero più sfacciati e frequenti. Nel frattempo il regime fece vari ricorsi legali per chiedere al Regno Unito di sbloccare le riserve e consegnargliele, senza successo: era sempre più isolato a livello internazionale, e l’oro gli sarebbe stato utile proprio per attenuare gli effetti delle sanzioni economiche a cui era sottoposto.
Negli ultimi mesi è cambiato il contesto politico. Rodríguez, la ex vicepresidente di Maduro che ha preso il suo posto, è appoggiata e in larga parte controllata dagli Stati Uniti, ed è considerata una leader più presentabile dai governi stranieri. Qualche settimana fa Rodríguez ha detto di avere scritto una lettera a re Carlo III per chiedergli di intercedere sull’oro. Non si capisce però perché al re e non al governo britannico, l’unico che potrebbe fare qualcosa.
Una fonte nell’opposizione ha detto al Financial Times che, se l’oro venisse restituito al Venezuela, verrebbero garantiti dei meccanismi di sorveglianza per evitare che se ne impadronisca la vecchia classe dirigente corrotta del regime, che in larga parte è ancora al proprio posto. Peraltro il governo di Rodríguez non è trasparente: per esempio, non si sa dove siano finiti gli incassi delle vendite del petrolio venezuelano, gestite dagli Stati Uniti.
Oro a parte, nei colloqui l’opposizione ha ottenuto una concessione significativa: il rinnovo della composizione del Tribunale supremo, un organo fondamentale per il regime, che in teoria sarà reso imparziale. È una timida apertura, e bisogna ovviamente vedere se il regime manterrà gli impegni presi (agli incontri non ha partecipato la principale leader dell’opposizione María Corina Machado, tuttora all’estero). Il fatto che il regime e gli oppositori siano d’accordo almeno sulle riserve segnala comunque una fase più distesa.



