Dove finiscono i soldi del petrolio venezuelano?
Da mesi gli Stati Uniti lo vendono per conto del governo locale, ma senza trasparenza, e c’è il sospetto che trattengano parte dei ricavi
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Da sei mesi gli Stati Uniti vendono il petrolio venezuelano per conto del governo locale, ma tra i ricavi e quello che il Venezuela dice di aver ricevuto i conti non tornano. C’è una differenza di almeno 10 miliardi di dollari, quasi 9 miliardi di euro, che non si sa dove siano. Sono soldi di cui il Venezuela avrebbe grandissimo bisogno dopo il disastroso doppio terremoto di giugno, che secondo una stima delle Nazioni Unite ha causato danni per 37 miliardi di dollari (più di 32 milioni di euro).
«Nel paese c’è una domanda generalizzata: dove sono i reales, come diciamo qui, dove sono i soldi?», dice l’economista venezuelano José Guerra che, da parlamentare dell’opposizione, era stato presidente della commissione Bilancio. «Non c’è trasparenza».
A gennaio del 2026 gli Stati Uniti hanno catturato l’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro con un’operazione militare mirata, mettendo al suo posto la vicepresidente Delcy Rodríguez. Rodríguez ha assecondato i loro ordini, a partire da una riforma del settore petrolifero che l’ha parzialmente liberalizzato ma assoggettato agli Stati Uniti. L’obiettivo dichiarato del presidente statunitense Donald Trump era gestire il petrolio del Venezuela, che ha le riserve più ampie del mondo ma non le sfrutta quanto potrebbe. È stato raggiunto.

Lavoratori di Petróleos de Venezuela, l’azienda petrolifera statale, con una sagoma di cartone di Maduro durante una manifestazione a Caracas lo scorso 29 gennaio (Jesús Vargas/Getty Images)
Gli Stati Uniti controllano le esportazioni di petrolio venezuelano, con l’impegno di versare man mano i ricavi al governo locale. Sostengono che, facendo da intermediari, mettono al riparo i soldi dai creditori del Venezuela, che è indebitatissimo. È una ragione tecnica, la principale è un’altra ed è politica. Trattenendo i fondi, gli Stati Uniti possono condizionare il governo di Rodríguez, che dipende da loro anche per le funzioni più basilari come pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici. Il settore petrolifero vale circa un quarto del Prodotto interno lordo venezuelano: senza quei soldi, lo stato faticherebbe a funzionare.
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Questo sistema è stato paragonato a un genitore che dà la paghetta ai figli. Il punto è che non si sa né quanto valga la paghetta, né se venga data con regolarità.
Il Financial Times ha ricostruito che finora gli Stati Uniti hanno incassato almeno 13 miliardi di dollari dalle vendite del petrolio venezuelano (11,4 miliardi di euro). Non ci sono informazioni ufficiali: Stati Uniti e Venezuela ne hanno fornite pochissime e discrepanti. Il governo venezuelano, in un’iniziativa di facciata, ha messo online un sito per tenere traccia delle vendite che ne riporta solo una, di marzo, da 300 milioni di dollari (263 milioni di euro). In un’audizione al Congresso di aprile è stato detto che gli Stati Uniti avevano inviato al Venezuela 3 miliardi di dollari (2,63 miliardi di euro), dieci volte tanto.

Lo schema, bello intricato, di come funzionano le vendite di petrolio venezuelano (grafica del Council on Foreign Relations)
In quella stessa audizione il governo statunitense aveva promesso una rendicontazione «retroattiva» di vendite e trasferimenti, affidata alla multinazionale di consulenza KPMG: non è ancora stata pubblicata.
All’inizio i ricavi erano stati versati su un conto bancario in Qatar citando le sanzioni contro il Venezuela, allentate gradualmente, e da febbraio il dipartimento del Tesoro statunitense sostiene siano su conti suoi. Il settore del trading petrolifero (la rivendita di petrolio altrui, come in questo caso) è assai opaco, ma per vendere il petrolio venezuelano gli Stati Uniti hanno coinvolto Vitol e Trafigura, due multinazionali che si sa adottano discrezione e metodi piuttosto spregiudicati.
Sary Levy-Carciente, economista venezuelana della Florida International University, dice che il governo di Rodríguez riceve i fondi tramite canali controllati come la banca centrale e banche private locali, senza presentare rapporti contabili.

La presidente venezuelana ad interim Delcy Rodríguez osserva un rappresentante dell’azienda statunitense Chevron mentre firma un accordo per espandere le attività in Venezuela, a Caracas lo scorso 13 aprile (AP Photo/Ariana Cubillos)
Il governo sostiene che i trasferimenti servano anche per stabilizzare il cambio con la valuta straniera. «Una parte significativa del valore delle esportazioni viene assorbita prima di finire nei conti del governo: nelle spese per le joint-venture, nelle forniture di equipaggiamento dall’estero, e negli accordi sul debito», dice Levy-Carciente. Le joint-venture, cioè gli accordi tra aziende, sono comuni perché a lungo l’unico modo con cui una società straniera poteva operare in Venezuela era associarsi a un’azienda locale.
Non ci sono informazioni né su quanto versino gli Stati Uniti, né su quando l’abbiano fatto, né se a un certo punto abbiano smesso. Guerra, l’altro economista, dice che «l’unica cosa certa è che quello che gli Stati Uniti ci hanno inviato, che non si sa quant’è, probabilmente non corrisponde al valore dei barili di petrolio esportato. Ne trattengono una parte, ma non sappiamo quanto».
Attualmente il Venezuela produce più di un milione di barili di petrolio al giorno: un dato in aumento rispetto alle centinaia di migliaia degli ultimi mesi di Maduro, quando tra l’altro gli Stati Uniti provavano a bloccare le esportazioni. Peraltro i ricavi dovrebbero essere aumentati, visto l’aumento del prezzo del petrolio causato in questi mesi dalla guerra in Medio Oriente. Nel frattempo, però, l’economia venezuelana non ha mostrato segni di ripresa e il terremoto ha peggiorato la situazione.

Due bambini davanti a un murale sgretolato con una frase di Hugo Chávez, fondatore del regime venezuelano, a Punta Cardón lo scorso 23 gennaio (Jesús Vargas/dpa)
La segretezza sull’economia è in continuità con l’era di Maduro, e non è l’unica cosa. In Venezuela non viene pubblicata la legge di bilancio. Dal 2017 lo stato aveva smesso di diffondere le principali statistiche macroeconomiche, per nascondere il completo dissesto in cui si trovava. Questa primavera ha ricominciato a farlo, su pressione degli Stati Uniti e del Fondo monetario internazionale, ma solo in modo parziale. Senza un bilancio pubblico è difficile monitorare come il governo spende i soldi.
Guerra è piuttosto disilluso sulla possibilità che nel futuro immediato cambi qualcosa. «In Venezuela la società civile e la politica le hanno provate tutte. Prima si sono scontrate con la polizia e le forze armate, che appoggiarono Maduro e impedirono al candidato dell’opposizione di assumere la presidenza nonostante avesse vinto le elezioni. Nel 2024 Maduro sostenne di avere vinto le presidenziali, falsificando i risultati che davano in largo vantaggio il candidato dell’opposizione Edmundo González Urrutia. «Oggi l’ostacolo principale non è la forza armata, è il governo degli Stati Uniti che non ha detto chiaramente cosa vuole dal Venezuela: ha arrestato Maduro, però non hanno un piano per la transizione democratica», dice Guerra.
L’amministrazione Trump è ambivalente. Si è visto quando come ha impedito di tornare in Venezuela alla leader dell’opposizione María Corina Machado, ritenendola probabilmente meno controllabile di Rodríguez. Al tempo stesso, nelle riunioni private, i funzionari statunitensi minacciano di far tornare Machado, che ha carisma e ancora seguito nel paese, quando vogliono ottenere qualcosa da Rodríguez. La tattica sui ricavi del petrolio è spericolata: se li trasferissero integralmente, non potrebbero condizionare così tanto il governo; se ne trattengono troppi, però, rischiano di destabilizzarlo e perdere la loro alleata.
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