L’Emirato di Hebron e altri piani israeliani per spezzettare la Cisgiordania
Un progetto fallito spiega come il governo di Netanyahu sta provando a distruggere la soluzione a due stati
di Daniele Raineri, foto di Gabriele Micalizzi, da Hebron (Cisgiordania)
- Condividi
- X
- Regala il Post

Negli ultimi anni il governo israeliano ha portato avanti diversi piani per spezzettare la Cisgiordania. L’obiettivo è modificare in modo permanente la distribuzione e la presenza dei circa tre milioni e quattrocentomila palestinesi che la abitano, interrompere la continuità territoriale tra le città palestinesi – che oggi consente, per esempio, di andare da Nablus a Ramallah e poi a Hebron senza uscire dalle aree amministrate dai palestinesi – e rendere impraticabile la cosiddetta soluzione a due stati.
La soluzione a due stati prevede la nascita di uno stato palestinese accanto a Israele. Per decenni è stata considerata la principale prospettiva per risolvere il conflitto, ma oggi è ritenuta sempre meno realistica sia tra gli israeliani sia tra i palestinesi.
Uno di questi piani di frammentazione riguardava Hebron, la città più popolosa della Cisgiordania e considerata la capitale commerciale dei palestinesi. Il progetto israeliano prevedeva la creazione del cosiddetto Emirato di Hebron, un’entità separata dal resto della Cisgiordania e amministrata in autogestione, ma in stretto coordinamento con Israele.

Una strada di Hebron, 9 luglio 2026 (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
A differenza degli altri progetti, questo era partito – almeno dal punto di vista della forma – dall’iniziativa di alcuni rappresentanti dei clan palestinesi principali nell’area di Hebron. A partire da febbraio 2025 avevano incontrato più volte il ministro dell’Economia israeliano Nir Barkat e gli avevano consegnato una lettera con la richiesta di trasmetterla al primo ministro Benjamin Netanyahu.
Barkat, esponente del Likud, il partito di Netanyahu, è schierato dalla parte dei coloni israeliani in Cisgiordania. Domenica 19 luglio ha partecipato anche alla marcia organizzata dall’estrema destra israeliana per chiedere la costruzione di colonie nella Striscia di Gaza.
La lettera destinata a Netanyahu era firmata da cinque sceicchi palestinesi di Hebron guidati da Wadi al Jaabari, noto anche come Abu Sanad, membro di uno dei clan storicamente più influenti della città. La parola sceicco deriva dall’arabo sheikh, «anziano», e indica una persona autorevole che dice al suo clan che cosa fare. Secondo i cinque firmatari, altri sedici capi clan sostenevano il progetto, ma avevano preferito non rendere pubblico il loro sostegno per timore di ritorsioni.
– Leggi anche: L’israeliano che i palestinesi chiamano quando hanno i coloni in casa
La lettera, rivelata dal Wall Street Journal, prometteva che il futuro Emirato di Hebron avrebbe riconosciuto Israele come «stato nazionale del popolo ebraico», una formula senza precedenti nel linguaggio politico palestinese. Prevedeva inoltre l’adesione agli Accordi di Abramo, il processo di normalizzazione dei rapporti tra Israele e alcuni paesi arabi, tra cui Emirati Arabi Uniti e Marocco.
L’Emirato avrebbe inoltre rotto ogni rapporto con l’Autorità nazionale palestinese (Anp) e ripudiato gli Accordi di Oslo, che negli anni Novanta diedero origine all’Anp, concepita allora come l’embrione di un futuro stato palestinese. La lettera prometteva infine una politica di «tolleranza zero» nei confronti del terrorismo, assicurando che non ci sarebbe stata alcuna ambiguità né alcuna forma di sostegno agli attentatori, in contrapposizione a quello che i firmatari attribuivano, non senza buone ragioni, all’Anp.
In cambio, Israele avrebbe riconosciuto l’Emirato come unico rappresentante dei palestinesi di Hebron e avrebbe autorizzato mille abitanti della città a lavorare in Israele. Il contingente sarebbe poi aumentato a 5mila e infine a 50mila persone. Si trattava di una concessione redditizia: dopo il 7 ottobre 2023, il giorno delle stragi compiute da Hamas, Israele ha revocato tutti i permessi di lavoro ai palestinesi della Cisgiordania. Alcuni continuano comunque a entrare da clandestini e rischiano di essere uccisi.
Oggi, se gli si chiede se il progetto dell’Emirato di Hebron abbia qualche possibilità di realizzarsi, il governatore palestinese della regione, Khaled Dudin, risponde: «Assolutamente no». In un’intervista al Post, Dudin racconta che gli stessi clan citati nella lettera hanno preso le distanze dagli sceicchi firmatari.

Khaled Dudin negli uffici del governatorato di Hebron, 9 luglio 2026 (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
«Prima di tutto, tutti gli abitanti del governatorato di Hebron hanno respinto questo progetto. Hanno detto chiaramente che non accetteranno mai che Hebron venga separata dal resto della patria. In secondo luogo, hanno ribadito di non riconoscere alcuna leadership diversa da quella della legittima Autorità palestinese», dice Dudin. «Per noi questa storia dell’Emirato si è chiusa sei mesi fa. Le persone sulle quali gli israeliani contavano sono state le stesse che hanno respinto il progetto», aggiunge.
Dopo la pubblicazione della lettera, l’automobile di Wadi al Jaabari è stata incendiata e si pensa sia stato un avvertimento.
Dal punto di vista del marketing politico, la parola emirato richiama gli Emirati Arabi Uniti, la federazione di emirati araba alleata di Israele che ha poco territorio e grandi ricchezze a disposizione.
L’idea generale degli emirati palestinesi è associata soprattutto all’accademico israeliano Mordechai Kedar, che dal 2012 propone di sostituire un ipotetico stato palestinese unitario con una serie di emirati cittadini governati dai clan locali (Hebron, Nablus, Jenin, Gaza, Ramallah e altri). È la cosiddetta soluzione a otto stati.
Dudin sostiene che il progetto è stato concepito dal governo di Netanyahu, che definisce «il peggiore dal 1948». «Il governatorato di Hebron rappresenta circa un terzo della Cisgiordania e ospita quasi un milione di persone, cioè circa un quarto della popolazione della Cisgiordania. Per questo proclamare Hebron un Emirato, o anche solo tentare di trasformarla in un Emirato, rientra in un piano più ampio per distruggere la soluzione a due stati».

Bandiere israeliane lungo l’autostrada 60, che attraversa da nord a sud la Cisgiordania, 10 luglio 2026 (Gabriele Micalizzi, CESURA, per il Post)
I piani del governo israeliano per spezzettare la Cisgiordania seguono spesso la stessa logica: creare un fatto compiuto sul terreno e trasformarlo, con il tempo, in una realtà irreversibile. Per questo incoraggia la costruzione e l’espansione di colonie che sono illegali per il diritto internazionale.
Il più noto di questi piani prevede la costruzione di case di coloni in un territorio tra Gerusalemme e la colonia satellite della città, Ma’ale Adumim e taglierebbe la Cisgiordania in due metà, quella nord e quella sud. «Seppellirebbe l’idea di uno stato palestinese», come ha dichiarato il ministro dell’ultradestra israeliana Bezalel Smotrich.
Un altro prevede la costruzione di colonie nel nord della Cisgiordania attorno alla città di Jenin, un’area che finora non era stata toccata, ed è cominciato in queste settimane.
– Leggi anche: Storia di un palestinese in detenzione amministrativa



