I profitti nascosti delle compagnie petrolifere
Derivano dalla vendita del petrolio degli altri: se ne parla poco, ma è un sistema che permette grandi guadagni

In questi mesi le società petrolifere hanno fatto grandi profitti anche grazie alla crisi energetica causata dalla guerra in Medio Oriente, che ha bloccato nel golfo Persico una parte consistente del fabbisogno mondiale di petrolio e gas naturale, ma l’ha reso molto più prezioso e caro, e dunque profittevole. Ha contato molto anche la centralità che negli ultimi anni hanno assunto le attività di trading, cioè di contrattazione e speculazione sul mercato del petrolio.
Le maggiori società petrolifere comprano e rivendono anche il petrolio prodotto da altri, oltre a quello estratto e raffinato direttamente da loro, guadagnando sulle differenze di prezzo. Con il trading le compagnie fanno da intermediarie tra chi estrae (altri operatori più piccoli, compagnie petrolifere statali) e chi consuma (raffinerie, altre compagnie, settori industriali). Questa attività si è dimostrata sempre più lucrativa.
I profitti si fanno principalmente in due modi. In estrema sintesi, sfruttando le loro flotte di petroliere e gli oleodotti che gestiscono, le multinazionali possono comprare il petrolio dove costa meno e rivenderlo dove costa di più, accollandosi i costi di trasporto. Oppure possono fare scorte di petrolio quando il prezzo globale è basso, immagazzinandolo nelle petroliere o nei loro depositi, per rivenderlo quando il prezzo risale.
Guadagnano inoltre tramite la speculazione finanziaria, usando strumenti chiamati futures, che permettono in pratica di scommettere sull’andamento futuro dei prezzi di una materia prima come il petrolio, appunto.
L’Economist ha calcolato che il volume di petrolio commerciato dalle tre più grandi multinazionali petrolifere europee tramite il trading è almeno cinque volte più di quello che producono. In tutto è tra i 40 e i 50 milioni di barili al giorno. Queste tre multinazionali sono BP, Shell e TotalEnergies: le prime due sono britanniche, la terza è francese.

Un pozzo petrolifero a San Ardo, in California, in una foto di marzo (AP Photo/Nic Coury)
Le società europee sono un riferimento perché storicamente hanno puntato prima e di più su queste attività, rispetto alle concorrenti statunitensi. Secondo i calcoli dell’Economist i profitti legati al trading delle tre multinazionali potrebbero triplicare nel 2026, arrivando a costituire un quinto dei loro profitti totali.
BP, Shell e TotalEnergies hanno tutte motivato con il trading il fatto di essere riuscite a fare profitti nei mesi della guerra: anche per questo le loro azioni non ne hanno risentito, ma anzi sono cresciute più di quelle delle compagnie statunitensi.
Tra le altre cose, Total è riuscita a guadagnare circa un miliardo di euro accaparrandosi a marzo grandi quantità di petrolio dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Oman, che riuscivano almeno in parte ad aggirare il blocco dello stretto di Hormuz. Quel petrolio è stato comprato all’inizio di marzo e rivenduto a maggio, quando i prezzi erano cresciuti moltissimo, garantendo a Total un enorme guadagno.
Qualcosa di simile è stato fatto da Shell e sempre da Total con il gas naturale liquefatto: poiché era molto richiesto negli ultimi mesi, le compagnie sono riuscite a venderlo al miglior offerente, facendo grandi guadagni rispetto a quanto preventivato inizialmente.


L’andamento delle quotazioni di WTI e Brent, quelle di riferimento del mercato mondiale, negli ultimi mesi (da Investing.com)
Era successo qualcosa di analogo tra il 2022 e il 2023 durante la crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina.
In quel caso il meccanismo per sfruttare le fluttuazioni del prezzo era stato applicato a un’altra materia prima, il gas naturale. Alcune società di trading avevano comprato gas in estate, quando i prezzi erano più bassi, e poi l’avevano rivenduto in inverno, al picco della domanda (conservandolo nel frattempo in Ucraina, che anche a causa della guerra garantiva condizioni favorevoli per lo stoccaggio): l’operazione era valsa almeno 300 milioni di euro.
– Leggi anche: I prezzi del petrolio sono tornati ai livelli di prima della guerra
Il trading ha livelli di opacità non condivisi dagli altri rami delle aziende petrolifere. Da un lato si occupa di informazioni che le multinazionali considerano un segreto industriale: nei bilanci viene indicato solo il totale dei guadagni, oppure vengono accorpati ad altre voci, e gli analisti cercano di ricostruirli a posteriori. Dall’altro il trading è contraddistinto da una cultura aziendale orientata alla segretezza.
Le compagnie ci si sono buttate anche perché ci hanno visto un valido modo per diversificare mentre si facevano più pressanti le aspettative della società sull’impatto ambientale del settore petrolifero: la logica era che investire sul petrolio e giocare in borsa sulle quotazioni fosse più presentabile che estrarlo.

I prezzi del carburante a un distributore di Shell in California, lo scorso 20 maggio (AP Photo/Jae C. Hong)
Da alcuni anni l’accresciuta importanza del trading è nota tra gli addetti ai lavori e nella saggistica specializzata, ma poco dibattuta al di fuori. Nel 2021 Bloomberg scriveva che era «uno dei segreti meglio custoditi dell’industria petrolifera» e che «per la maggioranza degli azionisti, le attività di trading sono una scatola nera», intendendo che sono coperte da grande segretezza.
Le divisioni di trading delle compagnie petrolifere impiegano tra le 2mila e le 3mila persone, una frazione del loro organico complessivo (spesso vicino alle centomila persone). Sono più simili, per competenze e formazione, a banchieri d’investimento che ai loro colleghi tradizionali, quelli che esplorano i giacimenti nel mondo e organizzano la logistica dei carichi.
Un ex analista della Shell ha detto a Bloomberg che, nella percezione interna, «i traders sono i loro Navy Seals», cioè l’equivalente delle truppe d’assalto, con una reputazione di inclinazione al rischio e spregiudicatezza.

Un uomo fa rifornimento in un distributore di benzina di North Bay Village, in Florida, il 22 giugno (Zak Bennett/Bloomberg)
I profitti sono così alti anche perché – a differenza delle infrastrutture fisiche e delle raffinerie, sottoposte alle giurisdizioni dei paesi in cui si trovano fisicamente – il trading si presta agli espedienti finanziari per pagare meno tasse, spostando i profitti attraverso società basate in paesi con regimi fiscali più favorevoli. Questo è possibile proprio perché non ci sono infrastrutture fisiche da gestire: è praticamente finanza.
L’entità dei guadagni portati all’azienda fa sì che i trader possano ricevere bonus altissimi, molto più alti del loro stipendio regolare. Come detto il settore è assai opaco, ma da una causa legale del 2010 sappiamo che a una trader della BP, e neppure la più pagata, spettavano 5 milioni e mezzo di dollari di bonus, tre volte lo stipendio annuale del CEO dell’epoca.
Oltre alle compagnie petrolifere tradizionali, che comunque hanno condizionamenti legati alla loro immagine e istituzionali, visto che sono quotate in borsa, ci sono anche multinazionali dedite esclusivamente al trading, che invece non sono quotate. Tra le maggiori ci sono la nederlandese Vitol e Trafigura che ha la sede centrale a Singapore. Quando, a gennaio, l’amministrazione Trump voleva iniziare a vendere il petrolio venezuelano, si è rivolta proprio a Vitol e Trafigura.



