L’industria automobilistica tedesca non se la passa bene
A causa di scelte sbagliate e della concorrenza cinese, Volkswagen e le altre grandi aziende stanno licenziando in massa
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L’industria automobilistica tedesca sta attraversando il momento più difficile della sua storia recente, che sta portando a una serie di grandi e coordinati piani di riduzione del personale. Volkswagen, uno dei più grandi produttori di auto al mondo, ha annunciato di recente la riduzione di circa 100mila posti di lavoro, mentre altre società come BMW e Mercedes-Benz stanno lavorando a piani di ridimensionamento che coinvolgeranno migliaia di persone.
Le cause della crisi sono la forte concorrenza della Cina, soprattutto nel settore dei veicoli elettrici, e scelte industriali sbagliate negli scorsi anni, che hanno reso meno competitive le automobili tedesche un tempo considerate tra le migliori per la loro qualità e affidabilità. La riduzione delle vendite e le riduzioni di personale sono inoltre una pessima notizia per l’economia della Germania, ormai in affanno da diversi anni e con potenziali conseguenze per il resto dell’Europa.
– Leggi anche: Come la crisi dell’industria tedesca sta cambiando quella italiana
Quasi tutte le aziende stanno cercando di gestire i tagli senza licenziamenti collettivi, ma intervenendo sui pensionamenti anticipati e le uscite volontarie, bloccando nel frattempo le nuove assunzioni. Volkswagen impiega complessivamente circa 630mila persone in tutto il mondo e già negli scorsi anni aveva presentato un piano di riduzione di circa 50mila dipendenti. A causa delle ulteriori contrazioni delle vendite e dei costi sempre più alti per il personale, ora la società ha raddoppiato il piano di riduzione del personale entro il 2030.
Volkswagen ha una struttura dei costi molto rigida e secondo gli analisti ha troppi dipendenti, soprattutto rispetto a buona parte della concorrenza. L’azienda ha circa il 60 per cento di dipendenti in più rispetto alla giapponese Toyota, che produce una quantità simile di veicoli all’anno. I costi di gestione degli stabilimenti di Volkswagen in Germania sono mediamente più alti rispetto a quelli in altri paesi e una forte presenza sindacale, coinvolta in molte delle decisioni industriali, ha finora limitato i licenziamenti e i ridimensionamenti, e di conseguenza le possibilità dell’azienda per ridurre i costi.
Per quanto con numeri più contenuti, la situazione non è molto diversa per altri grandi marchi tedeschi. BMW ha in programma una riduzione di 8mila posti di lavoro entro il prossimo anno, mentre Mercedes-Benz ha incentivato l’uscita di circa 5.500 dipendenti e ha proposto un aumento delle ore di lavoro settimanali, a parità di stipendio. Porsche prevede di eliminare 5mila posti di lavoro entro il 2035 in Germania e Audi circa 7.500 entro il 2029, entrambe fanno parte del Gruppo Volkswagen.
Le società automobilistiche tedesche hanno per decenni costruito la loro ricchezza vendendo veicoli di fascia medio-alta e alta in buona parte del mondo, approfittando soprattutto della forte crescita nel mercato cinese. Nel 2019, per esempio, la Cina valeva da sola il 37 per cento delle vendite globali di Volkswagen, ma l’accesso a quel mercato non era semplice a causa dei vincoli imposti dal governo cinese. In molti casi per mantenere la loro presenza le aziende europee avevano dovuto creare collaborazioni (joint venture) con i produttori locali, che nel tempo hanno assorbito e fatto proprie molte competenze tecnologiche e industriali portate dalle aziende tedesche.
Approfittando della transizione verso i veicoli elettrici, molto incentivata in Cina, le aziende cinesi hanno trasformato le competenze acquisite con quelle collaborazioni, sviluppando rapidamente batterie, software e altri sistemi per le auto elettriche. Volkswagen e le altre aziende europee del settore hanno perso in breve tempo il loro vantaggio storico, che si basava sulle grandi competenze soprattutto nella produzione dei complessi motori termici. Nelle auto elettriche, infatti, gran parte del valore risiede nel software che le fa funzionare e nella chimica delle batterie, settori nei quali i grandi marchi europei non avevano ancora maturato molte competenze essendo rimasti legati alle tecnologie che fino ad allora erano state più redditizie.
Nella prima metà di quest’anno, le vendite dei marchi tedeschi in Cina si sono ridotte del 26 per cento per Volkswagen, del 28 per cento per Mercedes-Benz e del 20 per cento per BMW, a dimostrazione della crescente capacità dei produttori cinesi di attirare nuovi acquirenti.

(Tomohiro Ohsumi/Getty Images)
Marchi cinesi come BYD, Geely e Leapmotor esportano inoltre grandi quantità di auto in Europa, a prezzi vantaggiosi e con automobili elettriche spesso di qualità superiore rispetto alla concorrenza europea. Dovendo gestire lo sviluppo di una quantità molto più contenuta di componenti rispetto a un’auto con motore termico, le società cinesi riescono inoltre a mettere in produzione nuovi modelli in meno di un anno e mezzo, rinnovando la loro offerta al doppio della velocità rispetto ai concorrenti europei.
Questi cambiamenti stanno mettendo a rischio non solo il settore dell’auto, ma una parte importante dell’economia della Germania, che per decenni aveva basato la propria solidità proprio sulla produzione delle automobili. Negli ultimi dieci anni la produzione di veicoli negli stabilimenti tedeschi si è ridotta del 28 per cento, alimentando il dibattito sui rischi della deindustrializzazione del paese.
La crisi ha effetti soprattutto nelle comunità che dipendevano quasi interamente dai successi di Volkswagen e delle altre aziende automobilistiche, con perdite di posti di lavoro, impoverimento e aumento dei conflitti sociali. E proprio su questi basa una parte importante della propria propaganda il partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD), per criticare il governo federale e le politiche per la transizione energetica volute dall’Unione Europea, in modo da ottenere nuovi consensi.
Per provare a contenere la crisi, l’Unione Europea negli ultimi anni ha introdotto alcuni dazi sulle auto elettriche cinesi, accusando il governo della Cina di sovvenzionare i propri produttori, con condizioni di concorrenza sleale. I dazi si traducono però in costi più alti per i consumatori, con il rischio di rallentare la necessaria transizione verso forme di mobilità più sostenibili e meno inquinanti.
Diversi gruppi industriali europei hanno inoltre iniziato a seguire un approccio molto simile al “se non puoi combatterli, alleati con loro”. Alcuni hanno avviato accordi per la condivisione delle tecnologie, oppure ancora per avere quote nelle società cinesi e avviare collaborazioni di lunga durata.
Volkswagen sta inoltre valutando la possibilità di produrre in Europa modelli che inizialmente aveva previsto per il solo mercato cinese, cercando di differenziare e rendere più appetibile la propria offerta. Il rischio è che in questo modo i marchi europei finiscano per dipendere sempre di più dalle tecnologie cinesi, perdendo buona parte dei vantaggi industriali accumulati in circa un secolo di storia dell’auto.



