Come le tanto odiate tasse sul lavoro hanno attutito il calo degli stipendi

Sembra un paradosso eppure negli ultimi trent’anni hanno limitato le disuguaglianze e protetto i redditi, mentre l’economia da sola continua a non farcela

(AP Photo/Vadim Ghirda)
(AP Photo/Vadim Ghirda)
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Da decenni gli stipendi italiani sono bassi e stagnanti: è un problema molto noto. È meno noto che a limitare i danni sia stato il sistema fiscale, quello di cui aziende e lavoratori si lamentano perché le tasse sul lavoro sono troppo alte. Lo ha dimostrato un nuovo studio dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB), che ha analizzato l’andamento nel tempo degli stipendi lordi, quindi prima delle tasse, e netti, cioè a tasse pagate.

Negli ultimi 30 anni le riforme e le riduzioni dell’IRPEF, l’imposta sul reddito delle persone fisiche, hanno consentito sia di limitare le diseguaglianze tra chi guadagna di più e chi guadagna di meno, sia di attenuare il calo degli stipendi, riuscendo quindi a fare ciò in cui l’economia da sola non è riuscita. È stata però solo una pezza temporanea, costosa e con molti limiti, a cui i governi hanno fatto ricorso per aumentare i redditi nell’immediato e guadagnare consensi, senza però affrontare mai all’origine il problema con riforme di lungo periodo.

Le cause di questo fenomeno risiedono infatti nei tanti problemi e nelle caratteristiche dell’economia italiana, che negli ultimi decenni non è praticamente cresciuta, e dunque di riflesso non lo hanno fatto neanche gli stipendi.

In più i lavoratori italiani sono penalizzati dal fatto che sono meno produttivi che negli altri paesi. Non significa che i dipendenti italiani sono più pigri degli altri, ma che sono meno istruiti e formati, che spesso sono inseriti in aziende piccole e inadeguate alla concorrenza internazionale, inefficienti perché lente a innovare processi e tecnologie, azzoppate da una legislazione poco chiara e una burocrazia onerosa. I lavoratori italiani inoltre si concentrano in settori poco innovativi e non promettenti, con contratti precari e condizioni di lavoro massacranti. Su tutti, il turismo e le costruzioni, su cui tuttavia per anni l’Italia ha basato il suo modello di sviluppo.

Il risultato è che, secondo i calcoli dell’UPB, dal 1990 al 2024 gli stipendi italiani lordi si sono ridotti dell’1,6 per cento in termini reali, cioè tenuto conto di quanto nel frattempo è aumentato il costo della vita: significa che rispetto ad allora oggi i lavoratori italiani riescono a fare e comprare meno cose. E questo mentre negli altri paesi gli stipendi sono cresciuti, e anche di molto. Nelle economie con cui l’Italia punta a confrontarsi, come Francia e Germania, gli stipendi reali sono aumentati di più del 30 per cento. In Spagna del 12,9. Nel Regno Unito e negli Stati Uniti sono cresciuti di circa il 50 per cento.

Secondo l’UPB a contribuire a questo pessimo risultato c’è stato anche il grande aumento dei contratti part-time, soprattutto tra le donne: la quota di dipendenti part-time è passata dal 4,1 per cento del 1990 al 30,2 del 2024. Almeno la metà di questi lavoratori lavora part-time non per scelta, ma perché non è riuscita a trovare un impiego a tempo pieno.

La grande diffusione del part-time ha un impatto diretto sugli stipendi complessivi della società italiana, perché chi lavora part-time viene pagato meno di chi lavora a tempo pieno a parità di ruolo. Tenendo conto anche dei contratti part-time, l’UPB ha calcolato che gli stipendi dal 1990 si sono ridotti del 6,6 per cento in termini reali.

Secondo l’UPB il grande ricorso al part-time è stato determinante anche per l’aumento delle disuguaglianze. Dal 1990 al 2024 gli stipendi del decimo percentile, cioè del dieci per cento dei lavoratori che guadagna meno, si sono ridotti del 40 per cento. Gli unici che sono cresciuti, seppur di appena 3 punti percentuali, sono gli stipendi del 10 per cento dei lavoratori che invece guadagna di più.

Fin qui si sono considerati gli stipendi al lordo delle imposte, ma le cose cambiano molto se si considerano gli stipendi netti.

Lavoratori di un mercato ortofrutticolo vicino Roma (AP Photo/Alessandra Tarantino)

Mentre fare calcoli sui dati lordi è relativamente facile, lavorare sui dati netti non lo è per niente: questo perché ogni lavoratore ha una situazione fiscale a sé, e c’è chi può detrarre le spese per il mutuo, o per i figli, e così via. L’UPB ha preso quindi un campione di lavoratori nei settori dell’industria, delle costruzioni e dei servizi: ha calcolato che in questi settori gli stipendi lordi si sono ridotti dell’8,2 per cento dal 1990 al 2026, mentre quelli netti del 4,9 per cento.

Significa che il sistema fiscale nel complesso ha attenuato il grande calo dei redditi degli ultimi decenni. Lo ha fatto con le riforme dell’IRPEF, l’imposta sui redditi sulle persone fisiche, che anche in questi ultimi anni è cambiata moltissimo.

Solo con l’attuale governo il numero delle aliquote, cioè le percentuali che si applicano ai diversi scaglioni di reddito per calcolare l’imposta dovuta, si è ridotto da quattro a tre. Il governo di Giorgia Meloni ha anche ridotto di due punti percentuali il valore delle prime due, quelle che si applicano sui redditi bassi e medi: nel 2023 ha abbassato dal 25 al 23 per cento quella sui redditi fino a 28mila euro e nel 2026 dal 35 al 33 per cento quella tra i 28 e i 50mila euro; oltre i 50mila euro si paga il 43 per cento.

Un’altra misura che i lavoratori solitamente ricordano è il cosiddetto “bonus Renzi”, uno sconto sulle tasse di 80 euro al mese introdotto nel 2014 dal governo di Matteo Renzi per i lavoratori dipendenti con redditi medi e bassi. Un bonus simile è stato introdotto dal governo di Mario Draghi e poi confermato da quello attuale (seppur in una forma meno generosa).

Quindi sebbene l’Italia sia tra i paesi europei con le tasse più elevate sul lavoro – una caratteristica spesso riconosciuta come uno dei problemi per cui gli stipendi netti sono così bassi – lo stesso sistema fiscale di cui le aziende e gli stessi lavoratori si lamentano è anche quello che ha attutito il tracollo dei redditi degli ultimi decenni. Non solo: secondo i calcoli dell’UPB ha anche contribuito a ridurre le disuguaglianze perché negli anni è diventato sempre più progressivo.

Un operaio in Galleria Vittorio Emanuele, a Milano (AP Photo/Luca Bruno)

Significa che più si guadagna e più si paga una quota più alta di tasse, per il principio costituzionale che chi ha un reddito più alto deve contribuire in misura maggiore al fabbisogno dello Stato. Semplificando molto, le riforme degli ultimi anni hanno distribuito il carico fiscale in modo che questo sempre di più gravi di più su chi ha redditi medio alti.

Un esempio può aiutare a capire. I calcoli dell’UPB mostrano che tra il 1990 e il 2026 lo stipendio degli operai part-time si è ridotto dell’11,7 per cento, ma solo del 3,4 per cento in termini netti. All’estremo opposto, lo stipendio degli impiegati a tempo pieno nell’industria e nelle costruzioni è aumentato del 22,8 in termini lordi, ma solo del 15,2 una volta pagate le tasse.

Significa che chi ha guadagnato di più ha contribuito a migliorare la situazione di chi invece ha guadagnato di meno. L’UPB ha individuato la soglia dei 35mila euro di reddito lordi come spartiacque (non sono neanche 2mila euro netti al mese): i lavoratori che guadagnano di meno oggi pagano meno tasse del 1990; quelli che guadagnano di più invece ne pagano in proporzione di più.

In questo modo il sistema fiscale ha redistribuito le risorse in modo da ridurre le disuguaglianze. Questo si vede anche tramite l’indice di Gini, la classica misura della disuguaglianza che va da 0 a 1: quando è 0 significa che i redditi sono distribuiti in modo perfettamente equo tra la popolazione; quando è 1 significa che il reddito si concentra nelle mani di un’unica persona. Entrambi i casi sono ovviamente gli estremi.

Nel grafico qui sotto si vede l’evoluzione dell’indice di Gini dal 1990 al 2026 sui redditi dei lavoratori dipendenti, secondo l’UPB: la linea blu considera la disuguaglianza dei redditi prima delle tasse, e si vede che l’indice è aumentato da 0,33 a 0,4; la linea rossa mostra invece la disuguaglianza sui redditi netti, aumentata solo da 0,3 a 0,33. La differenza tra le due linee misura la capacità del sistema fiscale italiano di redistribuire le risorse tra chi guadagna di più e chi guadagna di meno, ed è più che raddoppiata nel tempo.

Fonte: UPB

A questi risultati l’UPB è arrivata considerando solo l’IRPEF per i lavoratori dipendenti ed escludendo per semplicità l’effetto sul sistema della cosiddetta flat tax, cioè l’imposta del 5 o del 15 per cento per i redditi dei lavoratori autonomi fino a 85mila euro: per sua natura non è progressiva e anzi, peggiora la progressività del sistema.

Secondo l’UPB l’attuale legislatura – in cui c’è stato solo il governo di Meloni – è la seconda tra quelle analizzate dal 1990 a oggi per aumento della capacità redistributiva e della progressività dell’imposta sui redditi. La prima è stata quella tra il 2014 e il 2018, durante la quale fu introdotto il “bonus Renzi”.

– Leggi anche: Quest’anno in Italia il potere d’acquisto degli stipendi torna a scendere