Preparatevi a vedere molto Tom Cruise
Per la prima volta da più di vent'anni ha una possibilità concreta di vincere il suo primo Oscar, e la campagna è già cominciata
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È fine luglio e la campagna con cui Tom Cruise punta a vincere il suo primo premio Oscar, nel 2027, è già iniziata. Punta a farlo con il suo nuovo film, Digger, e a distanza di 27 anni dalla sua ultima candidatura, ottenuta con Magnolia. A dirla tutta l’anno scorso Cruise aveva ricevuto un Oscar alla carriera, che è però ben diverso da vincere un Oscar competitivo e per lui non è stato evidentemente sufficiente.
La pubblicazione a fine giugno di un breve trailer di Digger è stato il primo momento in cui le intenzioni di Cruise sono diventate chiare a tutti. Il video è infatti composto per due terzi da un montaggio celebrativo dei ruoli più importanti della carriera di Tom Cruise. In più Digger sembra il film giusto. Uscirà il primo ottobre (nella stagione in cui escono i film che hanno ambizioni da Oscar); lo ha diretto Alejandro González Iñárritu, regista che ha già vinto degli Oscar con Birdman e The Revenant; e Tom Cruise è truccato da persona anziana. Nel film infatti interpreta un milionario che deve salvare il mondo risolvendo un guaio che lui stesso ha causato. È una commedia satirica con un ruolo tipico da premio: c’è una performance mimetica, un accento pesante, e una mortificazione fisica, cioè l’imbruttimento dell’attore.
Tra l’uscita di quel trailer a fine giugno e oggi, poi, sono usciti molti altri materiali che hanno confermato le intenzioni di Cruise. L’attore ha partecipato alla cerimonia di chiusura dei Mondiali di calcio, si è fatto fotografare su una vanga gigante (che è uno dei simboli del film), e ha fatto una serie di video in costume per promuovere i Mondiali.
Sono tutti assaggi dello spiegamento imponente che si prevede per i prossimi mesi. Warner Bros., lo studio che ha prodotto il film, ha dichiarato che tratterà Digger come uno dei film più importanti dell’annata.
La strategia scelta per la campagna Oscar sarà la stessa seguita da Una battaglia dopo l’altra, che all’ultima edizione ha vinto tra gli altri i premi per miglior film, regia, sceneggiatura e attore non protagonista. Anche Digger non sarà presentato a un grande festival internazionale, uscirà a ottobre (anche in Italia) e avrà un tipo di circolazione simile. Cambierà sicuramente però la campagna del suo attore protagonista. Tom Cruise è da molto tempo più grande dei film in cui recita, che vengono sempre fagocitati dalla sua promozione personale. È insomma sempre Tom Cruise la ragione per andare a vedere un film con Tom Cruise.
Sembra di capire, da questo inizio di campagna, che la narrazione scelta per convincere i giurati a votare Cruise sarà quella della “Hollywood icon”: l’Oscar per il miglior attore sarà meritato per il film in questione ma soprattutto per la carriera. Farà leva sul fatto che Tom Cruise è un pezzo di storia di Hollywood e tuttavia non ha mai vinto un Oscar competitivo. Nonostante infatti tra gli anni Ottanta e Novanta abbia lavorato con praticamente tutti i grandi registi della sua epoca (Scorsese, Mann, Coppola, Anderson, Kubrick, Spielberg, Stone, De Palma…), ha ricevuto solo tre candidature in carriera e zero premi.
La sua chance maggiore la ebbe nel 1990, quando fu candidato per Nato il quattro luglio. Anche in quel caso si trattava di un ruolo trasformativo e degradante: interpretava un veterano della guerra del Vietnam, mutilato e sulla sedia a rotelle. Quell’anno però il premio lo vinse Daniel Day-Lewis per Il mio piede sinistro (in un altro ruolo di una persona con un problema fisico). Poi, nel 1997, fu candidato per Jerry Maguire, ma vinse Geoffrey Rush con Shine. Nel 2000 Cruise era in Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick, che non ricevette nessuna candidatura. In quell’anno fu candidato però come miglior attore non protagonista per uno dei ruoli più apprezzati della sua carriera, quello di Frank T. J. Mackey in Magnolia. Vinse Michael Caine per Le regole della casa del sidro.
All’inizio degli anni Duemila queste ripetute delusioni portarono Cruise a concentrarsi meno sull’Oscar. I problemi di immagine che ebbe poi a partire dal 2005 – legati a come parlava pubblicamente di Scientology e del fidanzamento con Katie Holmes – e il corrispondente calo di incassi dei suoi film sembrarono quasi chiudere la sua carriera. Lo sforzo che fece per rimanere una delle star più pagate e amate lo portò nei successivi 15 anni a concentrarsi quasi esclusivamente su grandi film d’azione o su qualche film più piccolo ma sempre di spiccato intrattenimento, dimenticando la parte più seria, drammatica e quindi rischiosa della sua carriera.
In quella fase Cruise associò se stesso all’uomo disposto a tutto per i film, con scene molto pericolose fatte senza stuntman. Era un’immagine che poteva distrarre dalle altre questioni.
Inoltre dopo la pandemia, quando i set poterono riprendere, Cruise fece una grandissima pressione sulla Paramount perché creasse in tempi record dei protocolli di distanziamento fisico in modo da poter tornare a girare Mission: Impossible – Dead Reckoning. Quei protocolli furono poi usati anche da altri e chiamati “protocolli Tom Cruise”. Consentirono a molti set di tornare al lavoro e quindi a molte persone di tornare a essere pagate. Cruise ne uscì come un salvatore, al punto che nessuno osò criticarlo quando trapelò un audio in cui sgridava urlando dei membri della troupe che non li stavano rispettando.
Ma fece anche di meglio. Nel periodo subito successivo alla pandemia le società di Hollywood sembrarono essersi convinte che i loro grandi film non sarebbero più andati nei cinema ma sarebbero finiti tutti sulle piattaforme. In quel momento Tom Cruise si impuntò perché Top Gun: Maverick non venisse venduto allo streaming. Nonostante non fosse proprietario del film, convinse la Paramount. Come suo solito si spese moltissimo per la promozione, e Top Gun: Maverick fu uno dei primi grandissimi successi del dopo-COVID. Contribuì così tanto a convincere altri studios a tornare al cinema che Steven Spielberg gli disse pubblicamente che probabilmente aveva salvato Hollywood.
Questa cosa ha creato l’idea che Cruise sia l’uomo immagine di Hollywood, quello che più di tutti si batte per l’industria, che la rappresenta e che ne è, in un certo senso, il simbolo. A differenza di qualsiasi altro collega, spesso si fa fotografare con i biglietti di film in cui non recita, per fare promozione al cinema americano in generale. E quando l’Academy gli ha consegnato il premio alla carriera, ha tenuto un discorso all’altezza di questo ruolo.
Considerato tutto, quindi, non stupisce che già in questa primissima fase della campagna Oscar Cruise abbia ricevuto il sostegno pubblico di alcuni dei nomi più importanti del cinema americano. Se davvero dovesse vincere l’Oscar, non sarebbe il primo a farlo subito dopo aver vinto quello alla carriera. Capitò a Henry Fonda, che lo vinse nel 1981 per Sul lago dorato, l’anno dopo aver vinto quello alla carriera. E capitò a Paul Newman, che vinse l’Oscar per Il colore dei soldi nel 1986, l’anno dopo aver ricevuto quello alla carriera.



