Due papi non sono bastati a sistemare il molo di Lampedusa

L'intitolazione a Francesco e la visita di Leone XIV non hanno cambiato le condizioni pessime di un posto da cui passano migliaia di persone migranti ogni anno

Papa Leone XIV con alle spalle la targa dedicata a papa Francesco (Valeria Ferraro/Anadolu via Getty Images)
Papa Leone XIV con alle spalle la targa dedicata a papa Francesco (Valeria Ferraro/Anadolu via Getty Images)
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Il molo della piccola isola siciliana di Lampedusa è stato intitolato a papa Francesco, morto il 21 aprile dello scorso anno. C’è una targa a segnalarlo, molto visibile perché incastonata su una specie di pietra a forma di conchiglia, che si distingue bene dal contesto circostante. L’ha inaugurata papa Leone XIV durante la sua visita lo scorso 4 luglio. Dice: «Molo Papa Francesco. Luogo di approdo, speranza e umanità».

Il molo, che prima si chiamava “Favaloro”, è il posto in cui vengono fatte sbarcare praticamente tutte le persone migranti che raggiungono Lampedusa dall’Africa. È in condizioni pessime e del tutto inadeguato ad accogliere esseri umani, tanto più se arrivano traumatizzati da un viaggio sfiancante, spesso feriti o disidratati. La visita del papa e l’intitolazione del molo al suo predecessore erano state presentate come un’occasione per migliorarlo e fare almeno alcuni interventi essenziali: non è successo e anzi, per certi versi ultimamente la situazione è peggiorata.

La targa vista da vicino (Riccardo De Luca/Anadolu via Getty Images)

Essendo più vicina alle coste africane che a quelle della Sicilia, a Lampedusa ogni anno arrivano migliaia di persone migranti attraversando il Mediterraneo su imbarcazioni malmesse. Papa Francesco è stato il papa che più di tutti si è impegnato per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’accoglienza delle persone migranti, e nel 2013 proprio a Lampedusa organizzò significativamente la sua prima visita ufficiale fuori da Roma: per questo si è scelto di intitolargli un luogo cruciale per le persone migranti che arrivano sull’isola.

Gli sbarchi a Lampedusa sono in calo, ma non sono pochi: nei primi sei mesi di quest’anno sono arrivate più di 14mila persone, rispetto alle 30mila dello stesso periodo del 2025 e le 26mila del 2024. Significa che ci sono comunque centinaia di persone a settimana che passano dal molo Favaloro, spesso persone vulnerabili e bambini (il calo è anche una conseguenza degli accordi fatti dal governo coi paesi di partenza nel Nord Africa, dove le persone vengono spesso detenute in condizioni disumane e torturate).

Il molo Favaloro è l’unico molo militare dell’isola (“molo” inteso come costruzione artificiale in cui vengono ormeggiate le barche). Le persone migranti vengono portate tutte lì per questo: di solito vengono soccorse ancora in mare dalle navi della Guardia di Finanza e della Guardia Costiera, quando si avvicinano alle acque territoriali italiane. Non arrivano quasi mai autonomamente sulla costa. Sul molo generalmente rimangono anche diverse ore, vengono perquisite davanti a tutti e poi caricate su un pullman per essere portate al centro di prima accoglienza dell’isola, il cosiddetto hotspot.

Una vista generale del molo (Robert Messer/dpa)

Il molo è una striscia di cemento lunga 150 metri all’ingresso del porto più recente dell’isola, nel sudest. Oltre alle forze dell’ordine possono accedervi le autorità sanitarie, le organizzazioni internazionali, i volontari di Mediterranean Hope (il programma per migranti e rifugiati della Federazione delle chiese evangeliche in Italia), quelli del Forum Lampedusa Solidale (un gruppo informale di abitanti impegnati in attività legate ai migranti) e quelli della parrocchia locale.

È uno spazio molto spoglio, con solo tre strutture permanenti che sono dei gazebi in legno inadeguati a proteggere le persone da sole, vento e acqua, e altrettante cisterne per il carburante delle navi della Guardia di Finanza. Non c’è un attacco per l’elettricità, né una connessione a internet.

Da alcuni anni c’è una struttura in cemento con sei gabinetti, ma non sono allacciati alla rete idrica e hanno una sola cisterna con pochissimi litri, insufficienti anche solo a pulirli. «Le porte sono scardinate, non è un posto dove una persona va serenamente in bagno», dice Francesca Saccomandi di Mediterranean Hope, tra le poche persone al di fuori delle autorità ad avere accesso al molo insieme a pochi altri volontari. Racconta che per permettere alle persone migranti di sciacquarsi le mani lei e gli altri volontari si organizzano portando delle bottigliette d’acqua.

Le bottiglie distribuite dalla Croce Rossa alle persone migranti che arrivano sul molo: se non vengono finite, i volontari le riciclano per l’acqua dello scarico (Mediterranean Hope)

Oltre a loro, a occuparsi di tenere minimamente puliti questi bagni c’è il guardiano del molo, Giuseppe Loverde. Di recente ha raccontato all’Espresso che l’acqua per lo scarico la butta lui manualmente con dei secchi, ogni volta che una persona usa il bagno. La carta igienica invece non c’è, «la compriamo io e mia moglie». Lui e sua moglie hanno comprato anche tre faretti a led da usare quando sul molo non c’è luce, cosa che capita spesso soprattutto dopo i danni provocati dal ciclone Harry. Sono spese che Loverde fa sempre di tasca sua.

Nonostante la situazione sia uguale da molto tempo, solo dopo la visita del papa sulla porta dei bagni è comparso un cartello con la scritta «fuori servizio»: per degli standard accettabili non si può dire che lo siano mai stati.

La porta del bagno col cartello «fuori servizio» (Mediterranean Hope)

Saccomandi dice che Mediterranean Hope aveva individuato anche aziende disposte a sistemare i bagni a prezzi molto bassi, ma nessuna delle autorità che hanno accesso al porto se ne vuole prendere la responsabilità: la competenza di fatto è divisa tra diverse istituzioni, e alla fine nessuno prende le decisioni.

La Regione Sicilia aveva finanziato con 3,4 milioni di euro una serie di interventi da fare a Lampedusa in occasione della visita del papa, ma sembra che siano serviti perlopiù a rendere presentabili i posti che sarebbero stati fotografati: non a rendere davvero più vivibili quelli usati dalle persone migranti, a partire dal molo dedicato a papa Francesco.

Il grosso (1,3 milioni) è stato usato per rifare le strade da cui sarebbe passato il papa; altri 760mila euro per ricostruire il campanile di una chiesa sull’isola che venne demolito negli anni Ottanta. Tolti altri interventi minori, restavano 768mila euro per sistemare il molo Favaloro e quello di Cala Pisana (a est dell’isola), entrambi danneggiati dal ciclone Harry a gennaio. Non è ben chiaro per cosa siano stati usati nel caso del molo Favaloro, visto che chi ci lavora dice che non è cambiato niente: l’unico intervento è stato rimettere il cancello che era stato sventrato dal ciclone.