Come cambia un piccolo comune se ci metti tre data center
Pregnana, vicino a Milano, è un buon esempio delle opportunità e dei problemi generati dalle nuove richiestissime infrastrutture digitali
di Francesco Gaeta
- Condividi
- X
- Regala il Post

A Pregnana Milanese, un comune di poco più di 7mila abitanti una quindicina di chilometri a nord-ovest di Milano, verranno presto costruiti tre nuovi data center. Sono le grandi strutture che ospitano server e impianti necessari ad archiviare, elaborare e far circolare dati per servizi cloud, app, siti e sistemi di intelligenza artificiale. Occuperanno tre ex aree industriali dismesse, un tempo usate da Olivetti, Citroën e Iveco-CNH: nel complesso quasi 500mila metri quadrati, un quarto della superficie edificabile del paese.
Il fatto che in un solo Comune ci saranno ben tre data center è il segnale di un settore in enorme espansione negli ultimi anni: in Italia i data center sono ormai circa 200, e altri 80 stanno per essere costruiti. Sono strutture sempre più essenziali nell’era digitale, causano molte polemiche sugli impatti ambientali e muovono investimenti sempre più rilevanti: secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, negli ultimi tre anni in Italia sono stati investiti 7 miliardi di euro. Una parte consistente di questo sviluppo si concentra nell’area milanese: nel raggio di 30 chilometri da Pregnana ci sono circa sessanta tra data center già operativi, cantieri o progetti per costruirli.
L’amministrazione di Pregnana prevede di incassare tra i 25 e i 30 milioni di euro tra gli oneri di urbanizzazione, cioè i contributi che chi costruisce paga alle amministrazioni locali per finanziare gli interventi strutturali necessari, e le compensazioni ambientali, che possono essere chieste in cambio del consumo di suolo. È cinque volte il valore di un suo bilancio annuale. Non solo: la costruzione dei data center sarà anche un modo per bonificare e riqualificare tre ampie zone industriali dismesse da tempo, cosa che il sindaco del Partito Democratico Angelo Bosani, al suo secondo mandato, definisce «un’occasione imperdibile», perché non finanziabile altrimenti.

L’ex area Olivetti, Pregnana, 30 giugno 2026 (Francesco Gaeta/il Post)
Pregnana Milanese è uno di quei comuni dell’hinterland in cui la storia industriale del Novecento ha lasciato grandi spazi da ripensare. Per decenni si sono concentrate qui aziende come Eni, Olivetti, Artemide, Citroën, Iveco, CNH, Datwyler. Molte di quelle fabbriche però hanno chiuso o si sono spostate. Il risultato è un’eredità comune a molti pezzi dell’area milanese: capannoni vuoti e aree enormi da riusare.
Il progetto di ristrutturazione più avanzato è quello dell’area ex Citroën, l’azienda automobilistica francese, in viale delle Industrie. È grande circa 70mila metri quadrati e le ruspe stanno finendo di spianare il vecchio stabilimento, di cui non si vede quasi più traccia. L’iter burocratico è iniziato un paio di anni fa e il piano attuativo, cioè lo schema dell’opera in costruzione, dovrebbe essere approvato entro luglio. Ci saranno poi due passaggi cruciali: la convenzione urbanistica, cioè l’accordo tra il Comune e l’investitore che fissa quantità edificabili, altezze, oneri e compensazioni; e la Valutazione di impatto ambientale, che misura gli effetti sull’ambiente.
L’impianto dovrebbe entrare in funzione entro la fine del 2028. Secondo l’IDA (Italian Data Center), l’organizzazione che raggruppa i gestori di data center, i tempi medi di costruzione sono di circa 32 mesi, un po’ più di due anni e mezzo.
Non è stato comunicato il valore ufficiale dell’investimento fatto a Pregnana da Damac, la società che sta costruendo il data center e che lo gestirà. L’ordine di grandezza si può però stimare, guardando il valore delle costruzioni di data center riferito da altri amministratori del milanese sentiti per questo articolo, che è tra 6mila e 10mila euro al metro quadro: considerata la superficie occupata, significa che l’investimento potrebbe collocarsi tra i 500 e i 700 milioni di euro.
Damac è un gruppo fondato dall’imprenditore emiratino Hussain Sajwani. Come succede ormai in modo ricorrente nel milanese, non è l’unica società intervenuta nella trattativa per l’acquisto dell’area dove sorgerà il data center: c’è anche Ara Logistica, una società immobiliare che ha fatto da intermediario, acquistando il terreno e impostando la pratica con il Comune. Una volta approvato il piano attuativo dell’opera, quello con cui il Comune stabilisce come e dove realizzare l’intervento, subentra l’azienda che dovrà effettivamente usare il data center, che solitamente ha capacità tecniche e finanziarie molto superiori (in questo caso Damac, appunto).
Un anno fa Damac annunciò investimenti per circa 20 miliardi di dollari in data center nei soli Stati Uniti. Viste le enormi capacità economiche degli investitori, la crescente domanda di terreni da adibire a data center può essere un’occasione allettante per chi fa mediazione, acquistando e bonificando i terreni. Secondo Luca Beltramino, che presiede l’IDA, «negli ultimi mesi i valori dei terreni nell’area milanese sono cresciuti anche di cinque volte». Se si continuasse a questi ritmi, secondo lui i potenziali investitori potrebbero anche essere scoraggiati. Il valore del terreno, comunque, mediamente è pari solo a un decimo degli investimenti complessivi per un data center.
Questo schema che prevede due committenti, cioè la società mediatrice e quella che userà il data center, è il motivo per cui per gli altri due progetti di bonifica dei terreni in corso a Pregnana al momento si conoscono solo i nomi degli intermediari che hanno acquistato i terreni, ma non quelli degli utilizzatori finali. Secondo il sindaco potrebbe essere «uno degli altri soggetti che già operano nell’area di Milano: Microsoft, Amazon Web Services, Virtus», tra le più grandi aziende digitali al mondo e nella gestione del cloud.

L’ex area Citroën, Pregnana, 30 giugno 2026 (Francesco Gaeta/il Post)
In Italia non c’è ancora una legge che stabilisca una procedura standard per autorizzare la costruzione di un data center, per questo finora ogni amministrazione locale si è mossa in modo diverso (anche nei casi di comuni molto vicini): è successo per esempio che alcuni comuni avviassero la Valutazione di impatto ambientale solo quando l’edificio era già stato realizzato. Per Bosani questa difformità è un problema: «Preferirei una procedura più guidata e strutturata», dice. «Lasciare la pianificazione al singolo Comune è una follia». Spesso gli uffici tecnici dei comuni non hanno risorse sufficienti a seguire progetti di tale complessità.
Da pochi mesi la Lombardia ha approvato una legge regionale che fissa alcuni vincoli: per esempio d’ora in poi sarà la Regione a gestire le pratiche per impianti che necessitano una potenza elettrica installata oltre una certa soglia.
Ai comuni resta comunque un margine di discrezionalità per contrattare con gli investitori. Pregnana, per esempio, ha ottenuto di conteggiare ai fini degli oneri di urbanizzazione anche gli impianti esterni, come i gruppi di continuità (quelli che servono a garantire l’alimentazione elettrica quando manca la corrente) e ciò che si usa per alimentare e raffreddare i server. Concretamente, significa che per l’uso dell’area ex Citroën il comune otterrà altri tre milioni di euro, oltre ai 5 per la struttura coperta. Non è così per tutti.
A Pregnana si è scelto anche di stabilire in anticipo la ripartizione degli oneri con i comuni confinanti, su cui spesso ricadono impatti ambientali non compensati economicamente. I tre data center di Pregnana sorgeranno vicino al Parco dell’Olona, un’area verde gestita anche dai Comuni di Vanzago, Rho e Pogliano Milanese. Otterranno circa 2,5 milioni di euro, da usare per forestazioni o altre opere come piste ciclabili e aree verdi. Altre volte questa ripartizione è stata posticipata, creando vari problemi.
Pur con queste compensazioni, l’impatto ambientale dei data center è in ogni caso notevole: per questo negli ultimi anni nel milanese si sono formati comitati civici contrari alla costruzione di questo tipo di struttura. Come successo all’estero, le proteste hanno riguardato il consumo d’acqua per il raffreddamento dei server, il rumore prodotto per farli funzionare e soprattutto il consumo di suolo. I data center costruiti finora nel milanese hanno una dimensione media di 25mila metri quadrati: quelli che saranno costruiti prossimamente invece saranno grandi quasi il triplo, secondo il Dipartimento di Architettura e Studi urbani del Politecnico di Milano.
A Pregnana per ora queste nuove costruzioni non sembrano suscitare particolari proteste. L’opposizione di centrodestra non ha detto molto, così come non si sono lamentati i comuni vicini che otterranno i fondi. Antonio Cribiù, segretario di Rifondazione Comunista, che fa parte della maggioranza senza essere nella giunta, dice che «non ci sono dei no pregiudiziali e ideologici, ed è positivo il fatto che si possano riqualificare aree dismesse».

Angelo Bosani, sindaco di Pregnana Milanese, davanti all’ex stabilimento Iveco, dove sorgerà un nuovo data center, Pregnana, 30 giugno 2026 (Francesco Gaeta/il Post)
È verosimile che questa concordia dipenda dalle nuove risorse economiche: il sindaco Bosani la attribuisce al fatto che «siamo riusciti a spiegare agli abitanti che gli introiti si tradurranno in nuove opere utili». La più consistente è la ristrutturazione di un complesso scolastico che vale circa 12 milioni di euro. «Se mi entrano nei prossimi cinque anni 10 milioni di oneri, posso pagarmi la scuola senza nemmeno fare il mutuo», dice Bosani.
La quantità di suolo occupata dai data center resta un problema da gestire. La nuova legge lombarda dice che dovranno essere costruiti prioritariamente nelle ex aree industriali, ma non vieta di farlo in un’area libera. La Città metropolitana di Milano, l’ente che coordina i comuni dell’ex provincia, ha creato uno strumento chiamato “fondo perequativo metropolitano”, che dà alle amministrazioni la possibilità di costruire su un’area libera del proprio comune, compensando poi il consumo di suolo con interventi in un altro comune della Città metropolitana.



