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  • Venerdì 3 luglio 2026

La nazionale australiana insiste molto sul fatto che è diversa

È molto orgogliosa delle storie migratorie dei suoi giocatori, anche perché di fatto nel calcio australiano è sempre stato così

Nestory Irankunda il 13 giugno, dopo la partita contro la Turchia (Christopher Morris/ISI Photos/ISI Photos via Getty Images)
Nestory Irankunda il 13 giugno, dopo la partita contro la Turchia (Christopher Morris/ISI Photos/ISI Photos via Getty Images)
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Da ormai vent’anni l’Australia riesce sempre a qualificarsi ai Mondiali di calcio, ma si ferma alla fase a gironi o al massimo al primo turno a eliminazione diretta. Ai Mondiali in corso in queste settimane si è presentata con una squadra di buon livello: ha di nuovo superato i gironi e ha la concreta possibilità di andare avanti – venerdì sera gioca nei sedicesimi contro l’Egitto – ma la squadra si sta facendo notare anche per la presenza in rosa di quattro rifugiati e di diversi giocatori di origine straniera.

È una situazione comune a tante squadre e tanti giocatori: due dei più in vista, Kylian Mbappé e Lamine Yamal, sono figli di famiglie immigrate di recente rispettivamente in Francia e Spagna. Ma a differenza di altre squadre, l’Australia sta facendo della diversità di origini della propria un tratto distintivo, anche nella comunicazione pubblica.

All’inizio dei Mondiali ha diffuso un video in cui i giocatori della nazionale (soprannominati Socceroos dall’unione delle parole soccer e kangaroos, canguri) raccontavano le loro origini. «I Socceroos non sono solo una squadra, siamo una conseguenza dell’Australia moderna. La nostra diversity è la nostra forza». Con diversity si intende la diversità e la varietà di storie e origini delle singole persone.

L’idea del video è stata del Professional Footballers Australia (PFA), il sindacato nazionale dei calciatori e delle calciatrici, il cui co-presidente è anche il capitano della nazionale: il centrocampista Jackson Irvine, 33enne di origini scozzesi che gioca ad Amburgo nel St. Pauli. Già questo dice qualcosa.

Il St. Pauli è un club dichiaratamente antifascista, Irvine un giocatore che ha più volte preso posizione contro il razzismo e l’omofobia nel calcio. «Se non si può vedere cosa dici, allora non lo puoi dire», ha detto durante i Mondiali commentando positivamente la regola che impone l’espulsione di chi – in determinati contesti – si rivolge a un avversario coprendosi la bocca per non far leggere il labiale di cosa sta dicendo.

Il video è girato molto online, e il centrocampista australiano Awer Mabil ha aggiunto in conferenza stampa: «L’Australia è un paese molto multiculturale e questo lo rende, secondo me, il miglior paese al mondo». Mabil ha origini sud sudanesi ed è nato nel campo profughi di Kakuma, in Kenya, nel quale ha vissuto per dieci anni.

Hanno storie simili gli attaccanti Mohamed Touré e Nestory Irankunda. Touré arrivò in Australia a otto mesi ed è nato nel 2004 in un campo profughi in Guinea, da genitori in fuga dalla guerra in Liberia, che in quel campo vivevano da 14 anni. Irankunda, promettente attaccante di 20 anni del Watford, che ha segnato il primo gol dell’Australia in questi Mondiali, è nato nel campo profughi di Kigoma, in Tanzania, da genitori burundesi in fuga dalla guerra civile.

Più in generale, 19 dei 26 calciatori convocati dall’Australia per i Mondiali hanno origini migranti. Anche l’allenatore Tony Popović è nato a Sydney in una famiglia di origini croate.

Se per molte nazionali la presenza di giocatori che hanno un cosiddetto background migratorio è un fenomeno relativamente recente, per quella australiana è parte integrante della propria storia.

La squadra che nel 1974 disputò per la prima volta i Mondiali aveva 14 giocatori su 22 con origini migranti, principalmente dalla Jugoslavia e dal Regno Unito. Già allora c’era un rifugiato: Attila Abonyi, arrivato a Melbourne a 10 anni assieme ai genitori, in fuga dall’invasione sovietica dell’Ungheria.

Nel giugno 2025 l’Australian Bureau of Statistics ha stimato che quasi un terzo della popolazione australiana è composto da persone nate all’estero, principalmente in India, Inghilterra, Cina e Nuova Zelanda.

Peraltro – un po’ come negli Stati Uniti – in Australia il calcio è sempre stato uno sport legato alle comunità di immigrati, inizialmente europee (italiani e croati, soprattutto) e più di recente africane. Ha senso, insomma, che finiscano a giocare per la sua nazionale di calcio soprattutto persone che hanno alle spalle loro o della famiglia storie di migrazione recente.

Nonostante questa storia molto stratificata di migrazione, anche in Australia stanno aumentando i consensi dei partiti che chiedono misure più rigide sull’accoglienza degli stranieri. Alle elezioni parlamentari di maggio del 2025 il candidato conservatore Peter Dutton ha ottenuto il 31,8 per cento dei voti sostenendo idee molto critiche sulla necessità di accogliere i rifugiati politici, e si è spesso espresso in termini apertamente razzisti. Oggi il partito di opposizione più popolare per i sondaggi è One Nation, con idee ancora più ostili verso gli immigrati e le politiche d’inclusione.

Negli ultimi anni anche la maggioranza laburista guidata da Anthony Albanese ha preso posizioni critiche verso l’immigrazione. Nel novembre del 2024 è stata approvata una nuova legge che permette all’Australia di espellere immigrati e richiedenti asilo in altri paesi, anche se questi ultimi non hanno sottoscritto la Convenzione internazionale sui rifugiati.

Nonostante la nazionale sia un po’ il simbolo di questo multiculturalismo, in Australia il calcio rimane di gran lunga lo sport più praticato.

Nestory Irankunda il 19 giugno contro gli Stati Uniti (AP Photo/Lindsey Wasson)

All’inizio del 2026 la Federazione calcistica australiana ha pubblicato un report che parla di 1,9 milioni di praticanti complessivi, tra maschi, femmine e settori giovanili. Per fare un paragone, secondo la federazione del rugby a 13, molto popolare da quelle parti, i praticanti nazionali in questo sport sono poco più di un milione.

La popolarità del calcio è anche in crescita, soprattutto tra le nuove generazioni. Lo si vede anche nella nazionale allenata da Popović: le tre formazioni scese in campo nella fase a gironi avevano un’età media compresa tra 24,6 e 25,9 anni, e sono finite nella classifica delle dieci formazioni più giovani schierate durante il torneo. La squadra che ha debuttato contro la Turchia è al momento la più giovane scesa in campo a questi Mondiali.

Le prospettive dell’Australia sono buone anche nel medio termine, considerando la giovane età e il già buon livello di giocatori come Irankunda e Touré, ma anche di Alessandro Circati e Cristian Volpato, che giocano in Serie A con Parma e Sassuolo. O ancora Lucas Herrington, che ha 18 anni e gioca negli Stati Uniti con i Colorado Rapids.

Contro l’Egitto, l’Australia se la giocherà. Finora non ha dimostrato un gioco briosa o di grande qualità, ma è stata solida quel tanto che serviva per battere la Turchia e pareggiare con il Paraguay, due squadre che sulla carta erano superiori.

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