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  • Giovedì 2 luglio 2026

I libanesi del sud provano lentamente a rientrare a casa

O in quello che ne resta: il cessate il fuoco regge e secondo il governo sono partiti in 400mila, anche se l'esercito israeliano rifiuta di ritirarsi

Una famiglia di sfollati parte da Beirut verso sud, 23 giugno 2026 (AP Photo/Mohammed Zaatari)
Una famiglia di sfollati parte da Beirut verso sud, 23 giugno 2026 (AP Photo/Mohammed Zaatari)
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Negli ultimi giorni centinaia di migliaia di libanesi sfollati hanno iniziato a tornare nell’ampia area del sud del paese da cui erano fuggiti tra marzo e giugno a causa degli intensi bombardamenti israeliani. Da una decina di giorni gli accordi per il cessate il fuoco in Libano stanno reggendo, e questo sta spingendo le persone a rientrare.

La ministra per le Politiche sociali Haneen ​Sayed ha detto all’agenzia di stampa statale NNA che circa 400mila persone si sono messe in viaggio. In tutto gli sfollati erano un milione, quindi ne restano ancora 600mila. Molti non possono rientrare perché la loro casa è stata distrutta dai bombardamenti, oppure abitavano lungo la linea di demarcazione (che fa da confine) tra Israele e Libano, nella fascia di territorio che è ancora occupata dall’esercito israeliano. Il loro è il futuro più incerto. Alcuni stanno provando comunque a rientrare, col piano di montare una tenda vicino a casa, controllare cosa ne è rimasto e recuperare qualcosa.

Molti degli sfollati avevano trovato ospitalità nei rifugi allestiti in scuole, edifici comunali e altri spazi messi a disposizione dalle autorità. ​Sayed ha detto che 24mila persone li hanno lasciati e centinaia di rifugi sono stati smantellati. Molte persone che abitavano nei quartieri meridionali della capitale Beirut, colpiti intensamente dai bombardamenti israeliani, si erano accampate sul lungomare o nello stadio. In questi giorni gli operatori stanno smontando i tendoni rimasti vuoti.

Dipendenti del comune smantellano il campo per sfollati vicino al mare a Beirut, 30 giugno 2026 (AP Photo/Bilal Hussein)

La situazione degli sfollati varia molto da caso a caso. Chi aveva affittato un appartamento e può rientrare lo sta lasciando, ha raccontato Al Jazeera, altri invece hanno perso il lavoro a causa della guerra e non possono più permettersi di pagare l’affitto. Si aggiungono a chi non può rientrare e resta nei rifugi provvisori.

Tra loro a Beirut ci sono anche lavoratori stranieri provenienti da Bangladesh, Etiopia, Sudan, Siria e altri paesi: molti hanno detto al New York Times di aver perso casa e lavoro, e di avere poche alternative ai rifugi. Abitavano in buona parte a Dahieh, il quartiere nel sud della capitale più colpito dai bombardamenti israeliani perché è dove è più radicato Hezbollah, il gruppo politico e militare libanese alleato dell’Iran e che Israele vuole eliminare.

In Libano sono in vigore due cessate il fuoco: uno tra Israele e Hezbollah e uno tra Israele e il governo libanese, che sta trattando per la fine della guerra nonostante non vi abbia mai preso parte. La scorsa settimana Israele e Libano hanno firmato un nuovo accordo per rafforzare quello già in vigore, ma ribadisce sostanzialmente le stesse cose e ci sono molti dubbi sul fatto che possa trasformarsi in un accordo di pace duraturo.

I combattimenti tra Israele e Hezbollah si sono interrotti principalmente a causa delle pressioni rispettive degli Stati Uniti e dell’Iran. Il loro proseguimento stava complicando le trattative tra Stati Uniti e Iran per la fine della guerra in Medio Oriente, che poi si sono comunque arenate sulle questioni più complicate e dibattute, come lo sviluppo del programma nucleare iraniano, che sono state lasciate fuori dal vago memorandum firmato a metà giugno.

Per quanto riguarda il Libano i punti principali da discutere durante i negoziati sono il ritiro dell’esercito israeliano dal sud, chiesto sia da Hezbollah sia dal governo libanese, e il disarmo di Hezbollah, posto come condizione da Israele.

Soldati e carri armati israeliani sulla linea di demarcazione tra Israele e Libano, 1 luglio 2026 (AP Photo/Ariel Schalit)

L’esercito israeliano occupa un’area profonda tra i 10 e i 15 chilometri di territorio lungo la linea di demarcazione con il Libano, con lo scopo dichiarato di creare una «zona cuscinetto» per proteggere il nord di Israele dagli attacchi di Hezbollah. Sta demolendo e saccheggiando case ed edifici e difficilmente permetterà il rientro degli abitanti in quell’area nel breve o medio termine. Il modello che usa è quello della Striscia di Gaza, dove ha distrutto la maggior parte degli edifici e creato zone inabitabili.

Martedì, durante una visita nel sud del Libano, il primo israeliano ministro Benjamin Netanyahu ha ribadito che non ha intenzione di ordinare il ritiro dei suoi soldati fin quando non sarà «eliminata la minaccia di Hezbollah». Questo dal punto di vista di Israele significa soprattutto disarmare il gruppo militare, che però non intende deporre le armi fin quando l’esercito israeliano rimarrà in Libano. Le posizioni sono quindi inconciliabili.

– Leggi anche: La guerra di Israele in Libano sta mettendo una comunità contro l’altra

Un’altra questione che blocca il rientro dei libanesi è la ricostruzione di quello che è stato distrutto dai bombardamenti. Il programma di sviluppo delle Nazioni Unite ha diffuso una prima stima dei danni: un totale di 1,7 miliardi di dollari solo per gli edifici di Beirut e dell’area meridionale. Sono esclusi i danni alle infrastrutture come ponti, strade, rete idrica ed elettrica, che pure sono stati ingenti.

Le finanze del Libano tra l’altro erano già in enorme crisi a causa dei danni mai risanati della guerra precedente, quella cominciata dopo gli attacchi di Hamas in Israele nell’ottobre 2023 e terminata con il cessate il fuoco del novembre 2024. Anche in quel caso Hezbollah era intervenuto nella guerra al fianco di Hamas, con ripercussioni su tutto il Libano. La Banca mondiale ha stimato che abbia causato perdite economiche per quasi 7 miliardi di dollari e che per la ricostruzione ne servano 11 miliardi.

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