Il Vietnam vuole fare un po’ la Corea del Sud
Almeno nel modello economico: il regime comunista vietnamita sta promuovendo grandi gruppi privati, ed è una novità
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Il regime comunista che governa il Vietnam vuole adottare come modello economico un altro paese dell’Asia: non la Cina, come si potrebbe pensare, ma la Corea del Sud. To Lam, il segretario generale del Partito comunista del Vietnam e presidente del paese, ha avviato negli ultimi anni una serie di ambiziose riforme economiche con l’obiettivo di creare in Vietnam dei grandi conglomerati imprenditoriali privati simili a quelli che hanno determinato lo sviluppo economico coreano.
Sono riforme storiche, perché il Vietnam comunista non aveva mai lasciato così tanto potere e libertà d’iniziativa ad aziende private. To Lam è però il leader vietnamita più potente e influente da decenni: sta usando questo potere per cambiare la struttura dell’economia del paese, e cercare in questo modo di superare lo stallo in cui si trova il suo percorso di sviluppo.
Il modello sudcoreano a cui vuole ispirarsi il Vietnam sono i chaebol, giganteschi conglomerati sudcoreani diventati famosi in Occidente soltanto in alcuni settori: Samsung e LG per l’elettronica, Hyundai per le automobili. In Corea però fanno praticamente di tutto: Samsung per esempio si occupa anche di biotecnologie, cantieri navali, assicurazioni, pubblicità, ospedali e sanità, hotel, finanza e così via. Hyundai costruisce treni, gestisce supermercati, raffinerie di petrolio, e molto altro.
I chaebol sono al centro del modello di sviluppo che ha consentito alla Corea del Sud di diventare da paese relativamente povero alla metà del Novecento a uno dei più ricchi e avanzati, capace di esportare prodotti di alto livello in tutto il mondo. Oggi i chaebol sono anche un grosso problema per la Corea del Sud, per ragioni di monopolio e concentrazione dell’influenza economica, ma il loro contributo allo sviluppo del paese è ampiamente riconosciuto.
Il Vietnam vorrebbe ripetere questo modello. Ci aveva già provato negli anni Duemila, quando il regime vietnamita aveva investito grandi somme per creare enormi conglomerati posseduti però dallo stato. Il piano era fallito perché i conglomerati erano poco produttivi, avevano scarsi incentivi per competere ed erano colpiti dalla corruzione.

Un quartiere ad Hanoi costruito da Vingroup (Linh Pham/Bloomberg)
Il nuovo piano di To Lam è di promuovere invece dei conglomerati privati. L’anno scorso aveva fatto approvare la Risoluzione 68, una legge che cerca di favorire la formazione di grandi conglomerati privati con l’aiuto dello stato tramite sgravi fiscali, accessi preferenziali al credito e altri benefici per le aziende che perseguiranno alcuni obiettivi di sviluppo tecnologico ed esportazioni.
Soprattutto, la Risoluzione 68 consente alle amministrazioni di affidare ad aziende private gli appalti per le grandi infrastrutture pubbliche, che finora erano state dominio delle imprese di stato. La legge fissa anche un obiettivo: entro il 2030 almeno 20 gruppi vietnamiti dovranno essere inseriti nelle catene di valore globali.
Il principale candidato in Vietnam per diventare un chaebol è Vingroup, una grossa azienda controllata dall’uomo più ricco del paese, Pham Nhat Vuong, che produce già un po’ di tutto, dalle automobili all’immobiliare all’elettronica. Pham Nhat Vuong ha peraltro una storia interessante: fece fortuna inizialmente con un’azienda di noodle istantanei in Ucraina, per poi tornare in Vietnam e fondare Vingroup.
Da quando la Risoluzione 68 è stata approvata, Vingroup ha cominciato a ricevere appalti pubblici: per la costruzione di due linee ferroviarie ad alta velocità (una delle quali collega la capitale Hanoi e la località turistica di Ha Long Bay) e per l’espansione della metropolitana di Hanoi. Altri grossi gruppi, come il Truong Hai Group e l’Hoa Phat Group, stanno cominciando a emergere come possibili chaebol.
È una grossa novità, che mostra come il regime vietnamita sia pronto a cedere al settore privato parte del potere economico pur di perseguire la propria strategia di sviluppo.
Mentre la Corea del Sud è considerata un paese avanzato, con un PIL pro capite di circa 36 mila dollari, il Vietnam è ancora un paese in via di sviluppo, con un PIL pro capite di circa cinquemila dollari (quello dell’Italia è circa 43 mila). La condizione del Vietnam è complicata perché il paese rischia di rimanere bloccato in quella che gli economisti chiamano la middle income trap, la trappola del reddito medio.
È un fenomeno osservato storicamente secondo cui i paesi che raggiungono un certo livello di sviluppo poi non riescono a fare il passo successivo e a diventare davvero avanzati, perché smettono di essere competitivi nei settori a basso costo ma non riescono a competere con le economie avanzate; rimangono così bloccati a un livello di reddito non povero ma nemmeno ricco (medio, appunto). Per questo le riforme economiche del regime vietnamita sono così ampie.



