Trump non può cambiare come voleva la legge sulla cittadinanza
La Corte Suprema ha respinto il suo tentativo di restringere lo "ius soli", evitando conseguenze potenzialmente enormi

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha confermato che tutte le persone che nascono negli Stati Uniti diventano automaticamente cittadini del paese. La Corte ha respinto l’ordine esecutivo firmato nel gennaio del 2025 dal presidente Donald Trump che voleva negare questa possibilità per i figli di immigrati senza permesso di soggiorno.
Era una decisione molto attesa, per le implicazioni immediate per centinaia di migliaia di bambini e bambine che nascono in questa situazione ogni anno, ma anche perché un parere favorevole a Trump avrebbe ulteriormente ampliato i poteri del presidente, dandogli la possibilità di interpretare gli emendamenti della Costituzione a suo piacimento.
I giudici hanno votato a maggioranza, in modo diviso: 5 si sono espressi contro l’ordine esecutivo, e 4 a favore. Hanno votato contro l’ordine esecutivo i tre giudici di orientamento progressista, ma anche due conservatori, di cui una nominata proprio da Trump (Amy Coney Barrett).
A essere in discussione era la birthright citizenship (“cittadinanza per diritto di nascita”, a cui si fa riferimento anche come ius soli, dal latino “diritto del suolo”). È il principio legale secondo cui tutte le persone nate sul territorio statunitense diventano automaticamente cittadine del paese.
Nel primo giorno del suo secondo mandato, il 20 gennaio 2025, Trump firmò un ordine esecutivo per negare la cittadinanza statunitense ai figli di immigrati senza permesso di soggiorno e di persone che si trovano nel paese temporaneamente: una decisione coerente con le sue politiche molto dure contro l’immigrazione, sia legale che illegale.
La decisione fu subito contestata da vari giudici e corti federali, che la ritenevano incostituzionale. La sua applicazione era stata sospesa mentre proseguivano le cause, arrivate fino alla Corte Suprema.

Una manifestazione in difesa del 14° emendamento a Washington il 1° aprile 2026 (AP Photo/Tom Brenner)
Trump ha commentato la sentenza con toni meno enfatici rispetto a quelli usati per le sentenze che la Corte Suprema ha espresso in suo favore (e con più ritardo). Ha scritto che è «un peccato» e ha aggiunto che un tentativo dei parlamentari di eliminare lo ius soli avrebbe il suo «completo e totale appoggio».
Trump sostiene che per farlo non sia necessaria una modifica costituzionale, ma è parere comune tra i giuristi che il Congresso non possa ridurre le tutele previste dalla Costituzione con una maggioranza semplice. E la Corte Suprema ha appena stabilito che quella dello ius soli è una tutela prevista dalla Costituzione.
Per modificare la Costituzione in Congresso servirebbe la maggioranza dei due terzi in entrambe le camere, e la successiva ratifica da parte di almeno 38 stati. Sono numeri che attualmente l’amministrazione Trump non ha (peraltro stando ai sondaggi è possibile che alle elezioni midterm di novembre le cose peggiorino).
Anche eliminare lo ius soli con legge ordinaria sarebbe difficile. Al Senato qualsiasi senatore può fare ostruzionismo per bloccare una legge, e per superarlo servono 60 voti su 100: i Repubblicani ne hanno 53, e dovrebbero quindi convincere almeno 7 senatori Democratici a votare a favore dell’eliminazione, una cosa improbabile.

Uno screenshot del post di Trump su Truth
Lo ius soli è sancito dal 14esimo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, entrato in vigore nel 1868: dice, fra le altre cose, che «tutte le persone nate […] negli Stati Uniti, e soggette alla loro giurisdizione, sono cittadine degli Stati Uniti e dello stato [federato] in cui risiedono».
L’emendamento serviva a garantire i diritti legati alla cittadinanza statunitense anche ai discendenti degli schiavi liberati alla fine della Guerra civile americana, nel 1865. In precedenza, secondo un’interpretazione legale restrittiva, visto che gli schiavi non erano cittadini, neanche i loro discendenti liberati lo erano. L’emendamento stabilì il contrario.
Nel 1898 una sentenza della Corte Suprema estese gli effetti dell’emendamento a tutte le persone nate negli Stati Uniti: è il precedente legale su cui si è basata per oltre un secolo la giurisprudenza statunitense, e che ha permesso a centinaia di migliaia di bambini e bambine ogni anno di diventare a tutti gli effetti cittadini statunitensi, a prescindere dallo status dei genitori.
L’interpretazione restrittiva di Trump su cui fondava l’abolizione parziale del diritto di cittadinanza faceva riferimento a una specifica dicitura del 14esimo emendamento: hanno diritto alla cittadinanza tutte le persone nate negli Stati Uniti e «soggette alla loro giurisdizione» (cioè a quella degli Stati Uniti). Secondo Trump i figli degli immigrati senza permesso di soggiorno o delle persone che si trovano nel paese temporaneamente non sono soggetti alla giurisdizione statunitense e quindi non possono ottenere la cittadinanza.

Donald Trump nello Studio Ovale il 29 giugno 2026 (AP Photo/Jacquelyn Martin)
Come su molti altri temi, negli anni Trump ha parlato in modo improprio di questo argomento, dicendo anche cose false o fuorvianti. Tra le altre cose ha ripetuto più volte che gli Stati Uniti erano l’unico paese così «stupido» da garantire lo ius soli: in realtà sono più di trenta, perlopiù quelli dell’America del Nord e del Sud, per motivi legati spesso alla loro storia, prima di colonizzazione e poi di immigrazione. Ma anche Pakistan, Ciad e Mozambico hanno legislazioni simili, tra gli altri. In Europa le leggi sono più restrittive, alcuni paesi come Francia, Spagna o Grecia hanno forme di ius soli con particolari condizioni, in Italia chi nasce nel paese da genitori stranieri deve aspettare il compimento dei 18 anni e seguire procedure burocratiche lunghe e complesse.
La sentenza era molto attesa perché ha un impatto su centinaia di migliaia di persone. Secondo il Migration Policy Institute, ogni anno circa 250mila bambini nascono negli Stati Uniti da genitori che non hanno un permesso di soggiorno: alcuni di loro avrebbero rischiato di diventare apolidi, perché le legislazioni di altri paesi, soprattutto nel sudest asiatico, non concedono la cittadinanza ai figli di loro cittadini nati all’estero.
L’amministrazione Trump aveva poi assicurato che l’ordine esecutivo non avrebbe avuto effetto retroattivo, ma molte ong ed esperti legali temevano che potesse essere utilizzato per togliere la cittadinanza a persone che l’avevano ottenuta attraverso questa via.
L’abolizione della birthright citizenship avrebbe inoltre cambiato per tutti i cittadini, anche quelli nati da genitori statunitensi, il modo in cui viene usato il certificato di nascita. Finora era un documento legalmente sufficiente come prova di cittadinanza per questioni come l’iscrizione nelle liste elettorali, le assunzioni lavorative, i mutui immobiliari e il servizio militare: non lo sarebbe più stato. La cosa avrebbe creato molti problemi burocratici: negli Stati Uniti i documenti d’identità non sono obbligatori né diffusi, nonostante qualche tentativo fatto in questo senso negli ultimi anni.



