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  • Lunedì 29 giugno 2026

Tre sentenze importanti per l’amministrazione Trump

Della Corte Suprema: una è favorevole e due contrarie, e si aspetta ancora quella che potrebbe avere le maggiori conseguenze

La sede della Corte Suprema degli Stati Uniti, Washington, 25 giugno 2026 (AP Photo/Rahmat Gul)
La sede della Corte Suprema degli Stati Uniti, Washington, 25 giugno 2026 (AP Photo/Rahmat Gul)
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Lunedì la Corte Suprema degli Stati Uniti, a maggioranza conservatrice, ha rilasciato tre decisioni importanti e attese: una è favorevole all’amministrazione del presidente Donald Trump, due sono sfavorevoli.

La prima, quella favorevole, allarga le possibilità del governo (e quindi del presidente) di licenziare i capi di agenzie federali. La seconda ha però definito illegittimo il modo in cui la scorsa estate Trump aveva provato a licenziare Lisa Cook, la consigliera della Federal Reserve (FED), la banca centrale degli Stati Uniti. All’apparenza possono sembrare due decisioni contraddittorie, ma non lo sono.

La prima sentenza aveva come oggetto la decisione di Trump di licenziare Rebecca Slaughter, commissaria della Federal Trade Commission (FTC, un ente che si occupa di tutela dei consumatori), sostanzialmente perché aveva idee diverse dalle sue. Quello di Slaughter e molti altri ruoli dirigenziali nelle agenzie federali sono di nomina parlamentare perché sono messi a capo di enti indipendenti, che in certa misura devono sorvegliare anche l’operato del governo in settori particolarmente sensibili: riguardano per esempio politiche in materia scientifica, di sicurezza pubblica, di concorrenza, di comunicazione e di regolamentazione finanziaria.

Per questo esistevano dei vincoli per evitare che il presidente di turno potesse rimuoverli, stabiliti da una sentenza del 1935. Nonostante questo, durante il suo secondo mandato Trump ha licenziato funzionari, ha fatto pressioni su altri affinché si dimettessero o ha sciolto completamente il consiglio in almeno 13 agenzie, tra cui la FTC. Senza entrare troppo nei tecnicismi, ora la Corte ha stabilito che questa influenza del governo è legittima: il presidente potrà continuare a licenziare a suo piacimento funzionari pubblici anche negli enti indipendenti, svuotandoli di fatto dai loro poteri.

Questo però non vale per la Federal Reserve, che era oggetto della seconda sentenza, quella sfavorevole a Trump. Nel testo la Corte Suprema ha riconosciuto che la banca centrale ha un’autonomia eccezionale rispetto agli altri enti, e l’ha tutelata: la FED ha il compito di gestire la politica monetaria, dunque di stampare moneta e di decidere sul livello dei tassi di interesse di riferimento, usati come leva per contenere l’inflazione (abbiamo spiegato qui come funziona).

L’autonomia dall’ingerenza politica è uno dei pilastri fondamentali delle economie moderne, e ciò che garantisce la stabilità finanziaria. Nell’ultimo anno Trump ha fatto una serie di attacchi senza precedenti all’indipendenza della FED, prima screditando e mettendo sotto un’indagine pretestuosa il capo uscente, Jerome Powell, e poi appunto cercando di licenziare Lisa Cook, membro del consiglio direttivo, l’organo che decide la politica monetaria insieme al capo.

Trump aveva accusato Cook di aver falsificato dei documenti per ottenere condizioni più favorevoli su un mutuo personale, sostenendo che questo bastasse per rimuoverla. A ottobre la Corte sospese il licenziamento, e Cook è rimasta al suo posto. Ora la Corte ha stabilito che Cook potrà restare nel Consiglio finché il procedimento giudiziario a suo carico è in corso.

È una decisione che però ha dei limiti: non si esprime sul merito delle accuse che le sono state mosse e di fatto non nega la possibilità per il presidente di licenziare un membro della FED. Trump ha già risposto che non intende far decadere le accuse contro Cook, quindi la questione andrà avanti.

Infine la terza sentenza è relativa al voto per posta, che da anni Trump e i Repubblicani cercano di screditare presentandolo senza prove come inaffidabile e facilmente manipolabile. I giudici hanno deciso che potranno essere conteggiati come validi anche i voti inviati il giorno delle elezioni ma ricevuti fino a cinque giorni dopo, confermando la validità di una legge dello stato del Mississippi. Dei nove giudici che compongono la Corte, cinque hanno votato per questa decisione: tra questi ci sono due giudici conservatori, che quindi si sono espressi contro le posizioni di Trump.

La decisione è importante anche perché conferma implicitamente la validità di leggi simili sul voto differito in altri stati: regole di questo tipo ci sono almeno in 18 stati, compresa la California, dove alle scorse elezioni presidenziali ci vollero giorni per sapere il risultato definitivo. È un tema di cui si continuerà a parlare anche in vista delle elezioni di metà mandato, che si terranno il prossimo 3 novembre.

Si attende per martedì anche un’altra sentenza, le cui conseguenze potrebbero essere enormemente rilevanti: i giudici dovranno decidere se Trump può limitare il principio dello ius soli, secondo cui chiunque nasce nel territorio degli Stati Uniti ha diritto ad averne la cittadinanza.