Ricomincerà la guerra in Medio Oriente?
I nuovi attacchi la rendono un'ipotesi più concreta, ma è ancora tutto molto confuso: proviamo a capire cosa succede

Gli attacchi di questi giorni tra Stati Uniti e Iran, dopo quasi due mesi di cessate il fuoco, hanno generato nuova incertezza su cosa succederà e aumentato la probabilità che i combattimenti riprendano su larga scala. È un’ipotesi per ora lontana, ma molto più concreta di quanto non fosse solo pochi giorni fa. Interpretare gli attacchi è difficile perché la situazione è logorata da mesi di bombardamenti, trattative inconcludenti e dichiarazioni propagandistiche e contraddittorie da entrambe le parti. Possiamo però mettere in fila quello che sappiamo, e presentare qualche possibile esito.
Il presidente statunitense Donald Trump da alcuni giorni annuncia tutte le mattine (orario statunitense) nuovi e più ampi bombardamenti sull’Iran, che risponde poi attaccando le basi militari americane in Medio Oriente. Questa dinamica abbastanza peculiare di attacchi annunciati sembrerebbe preannunciare una nuova escalation.
In realtà per Trump riprendere la guerra sarebbe controproducente: a novembre negli Stati Uniti ci saranno le elezioni di metà mandato e la guerra è poco popolare. Sta facendo aumentare molto i prezzi, soprattutto dell’energia, e Trump ha bisogno di uscirne in un modo che non venga interpretato come un completo fallimento. Significa che deve perlomeno fare in modo che l’Iran riapra lo stretto di Hormuz senza chiedere pedaggi alle navi che vogliono attraversarlo, e ottenere qualche garanzia sul fatto che il regime sospenderà o limiterà il suo programma nucleare.
La via preferita dall’amministrazione rimane quella negoziale, visto che mesi di bombardamenti devastanti tra marzo e aprile non sono riusciti a rovesciare il regime iraniano. Sapendo questo, gli attacchi più recenti degli Stati Uniti potrebbero essere un altro tentativo di fare pressione sul regime iraniano per convincerlo a negoziare e ad accettare un accordo in tempi rapidi. Per questo sono annunciati in anticipo e calibrati con attenzione: devono servire come dimostrazione di forza, ma non essere eccessivi per non rischiare di compromettere i negoziati.
Il problema però è che i negoziati sono in stallo. Le delegazioni di Iran e Stati Uniti si sono viste direttamente una volta sola, ad aprile, in Pakistan: da allora le trattative sono proseguite attraverso mediatori, ma non hanno raggiunto risultati concreti. Tra le parti c’è una profonda sfiducia e poca propensione a venirsi incontro. L’ultimo aggiornamento concreto è di due settimane fa, quando Trump aveva presentato come imminente il raggiungimento di un accordo su una proposta statunitense, ma il regime iraniano non ha mai risposto.
Il regime ci mette molto perché è diviso internamente e le comunicazioni con la Guida Suprema Mojtaba Khamenei sono difficili, dato che lui è nascosto e in cattivo stato di salute. Khamenei è la massima autorità politica e religiosa dell’Iran, e quindi quello che in teoria dovrebbe prendere le decisioni più importanti, comprese quelle su eventuali nuovi attacchi o su un accordo di pace. Allo stesso tempo il regime è fatto per resistere, e non ha la stessa fretta di Trump.
Il presidente Donald Trump nello Studio ovale, 10 giugno 2026 (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)
Mercoledì il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha descritto gli attacchi statunitensi sull’Iran come «un segno di disperazione» e ha detto che il regime «resisterà a ogni forma di pressione o minaccia». Il presidente del parlamento Mohammad Ghalibaf, ancora più influente, martedì aveva scritto: «Preferiamo il linguaggio della diplomazia, ma parliamo fluentemente anche altre lingue», intendendo quella delle bombe. E infatti il regime non soltanto ha risposto agli attacchi ma ha anche ribadito la chiusura dello stretto di Hormuz.
Detto questo, neanche l’Iran ha interesse a ricominciare una guerra intensa come quella combattuta tra marzo e aprile, con bombardamenti su larga scala da parte di due degli eserciti più potenti del mondo (statunitense e israeliano). Anche il regime ha bisogno di calibrare la sua risposta: deve rispondere agli attacchi ma cercare di evitare una escalation eccessiva, tenere il punto sui negoziati senza spazientire definitivamente l’amministrazione Trump, che ha interesse a trattare ma è comunque notoriamente imprevedibile. E non è detto che possa resistere per sempre: da aprile gli Stati Uniti continuano a bloccare le navi che commerciano con l’Iran, danneggiando la sua economia, già in enorme crisi anche prima della guerra.

Un murale con il volto dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei (sinistra), ucciso il 28 febbraio in un bombardamento di Israele e Stati Uniti, e del padre della rivoluzione iraniana, l’ayatollah Khomeini, a Teheran, 8 giugno 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)
I possibili esiti di questa situazione sono tre. Il primo è che gli attacchi restino isolati e circoscritti da entrambe le parti. Finirebbero col diventare una sorta di coreografia, un botta e risposta che serve a entrambi per dimostrare la propria forza, ma che di fatto crea una situazione di nuova normalità in cui le posizioni negoziali restano lontane e le cose non peggiorano, ma neanche migliorano. Sarebbe però una situazione instabile e precaria, che non può durare per sempre. Il secondo esito è che a un certo punto qualcuno esageri, e che ricominci la guerra. Il terzo esito infine è che Iran e Stati Uniti riescano a trovare un accordo e a quel punto gli attacchi cessino del tutto.
In tutto questo bisogna aggiungere Israele. Dall’inizio delle trattative l’Iran chiede come condizione a qualsiasi accordo che Israele interrompa i bombardamenti sul Libano contro il gruppo politico e militare sciita Hezbollah. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu però non sta dando alcuna indicazione di volerlo fare, e anzi continuare gli fa comodo: l’elettorato israeliano è generalmente favorevole sia alla guerra con l’Iran sia a quella in Libano.
Tra domenica e lunedì l’Iran ha lanciato missili verso Israele, presentando gli attacchi come una ritorsione per i continui bombardamenti israeliani sul Libano; Israele ha risposto con estesi attacchi sull’Iran, ma non ha proseguito oltre. Trump è in mezzo: sta cercando di convincere Netanyahu a concedere qualcosa sul Libano per riuscire a ottenere un accordo con l’Iran, ma senza successo e con parecchia frustrazione. Al tempo stesso finora non ha mai davvero messo in dubbio il suo appoggio a Israele.
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