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  • Sabato 16 maggio 2026

Non ci sono più i cessate il fuoco di una volta

Da Gaza all'Ucraina la diplomazia di Donald Trump è molto interessata agli effetti mediatici e poco alle conseguenze concrete

Donald Trump, 15 maggio 2026 (AP Photo/Mark Schiefelbein)
Donald Trump, 15 maggio 2026 (AP Photo/Mark Schiefelbein)
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Lo scorso fine settimana Russia e Ucraina hanno concordato uno strano cessate il fuoco. Sarebbe dovuto durare tre giorni, dal 9 all’11 di maggio, per consentire tra le altre cose al regime russo di tenere la sua annuale parata per celebrare la vittoria dell’Unione Sovietica nella Seconda guerra mondiale.

Ma fin da subito, appunto, questo cessate il fuoco è stato inusuale. Non è stato quasi preceduto da negoziati tra le due parti. È stato annunciato sui social media dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha mediato tra russi e ucraini. E soprattutto, se escludiamo le poche ore della parata militare, non è davvero stato rispettato. Quasi immediatamente Russia e Ucraina hanno ripreso i lanci di droni e missili, e si sono accusate a vicenda di violare gli accordi.

Nonostante le speranze di Trump («Speriamo che sia l’inizio della fine di questa guerra lunga, letale e combattuta strenuamente»), alla fine dei tre giorni Russia e Ucraina hanno ripreso a combattersi come prima, anzi: la Russia negli ultimi giorni ha bombardato le città ucraine con eccezionale intensità.

Questo tra Russia e Ucraina è soltanto l’ultimo dei cessate il fuoco negoziati, annunciati o sostenuti da Trump che falliscono platealmente, oppure che si congelano in una situazione sospesa senza una vera risoluzione. Non è così che dovrebbero funzionare.

I cessate il fuoco (definizione: l’interruzione temporanea di un conflitto) dovrebbero essere soltanto una tappa intermedia di un processo negoziale più lungo. Prima del cessate il fuoco ci sono intense trattative. Il cessate il fuoco, inoltre, dovrebbe essere l’occasione per ulteriori negoziati che portino a una fine definitiva e concordata di un conflitto, per esempio attraverso un trattato di pace.

Semplificando, in diplomazia l’idea generale è questa: prima si fermano i combattimenti con il cessate il fuoco, poi si fa la pace definitiva con un trattato o un altro tipo di accordo. Ma nell’epoca di Donald Trump i cessate il fuoco hanno cambiato natura. Dall’essere un mezzo sono passati a essere il fine.

Lo si vede bene con la guerra nella Striscia di Gaza, dove gli Stati Uniti hanno contribuito a mediare un cessate il fuoco lo scorso ottobre. Secondo i piani, avrebbe dovuto essere la “fase uno” a cui sarebbero dovuti seguire ulteriori negoziati per arrivare alla “fase due” e alla “fase tre”: quest’ultima sarebbe stata la risoluzione definitiva del conflitto. Ma i negoziati a Gaza non sono mai nemmeno arrivati davvero alla fase due.

Donald Trump e il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi a un incontro in Egitto per sostenere il cessate il fuoco a Gaza, ottobre 2025 (AP Photo/Evan Vucci)

Donald Trump e il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi a un incontro in Egitto per sostenere il cessate il fuoco a Gaza, ottobre 2025 (AP Photo/Evan Vucci)

Da mesi la situazione è congelata, e al momento nessuno sta facendo niente per sbloccarla. È vero che i combattimenti più violenti si sono interrotti, ma Israele continua a occupare parte della Striscia e in questi mesi ha ucciso centinaia di palestinesi. La situazione umanitaria è leggermente migliorata ma è ancora grave, e benché la quantità di aiuti che entrano nella Striscia sia aumentata non è per nulla sufficiente per il sostentamento della popolazione civile.

Delle parti in causa, Israele ha interesse a mantenere la situazione congelata e sospesa, perché in questo modo può continuare a giustificare l’occupazione della Striscia. Lo stesso vale per Hamas, visto che la “fase due” del piano di pace iniziale avrebbe previsto il suo disarmo. In questo contesto la pressione per continuare a negoziare dovrebbe venire dagli Stati Uniti, che hanno mediato l’accordo. Ma Trump, dopo aver celebrato il cessate il fuoco di ottobre come un suo enorme successo personale, si è quasi completamente disinteressato a tutta la questione nei mesi successivi.

Un altro esempio di questo atteggiamento degli Stati Uniti è la guerra in corso tra Repubblica Democratica del Congo e alcuni gruppi di milizie e ribelli sostenuti dal vicino Ruanda, il principale dei quali si chiama M23. Nel giugno dell’anno scorso Trump ha fatto pressione sui governi congolese e ruandese perché firmassero un accordo di pace: se n’è preso il merito, additandolo come una delle ragioni per cui avrebbe meritato il premio Nobel per la Pace.

L’accordo però è fallito quasi immediatamente. Anzitutto perché era sbagliato nelle premesse: a firmarlo con il Congo avrebbero dovuto essere le milizie, non il Ruanda. In secondo luogo, dopo la firma Trump non ha portato avanti un vero processo di conciliazione: ha ottenuto il suo momento mediatico, e poi si è disinteressato dei risultati sul lungo termine.

Donald Trump, maggio 2026 (AP Photo/Jose Luis Magana)

Donald Trump, maggio 2026 (AP Photo/Jose Luis Magana)

Con tutte le differenze del caso qualcosa di simile si sta cominciando a vedere con l’Iran. Anche in questo caso il cessate il fuoco di inizio aprile avrebbe dovuto essere il primo passo verso negoziati di pace più generali. Ma più passa il tempo più i negoziati sono bloccati, e più il conflitto si sta congelando in quella che il Wall Street Journal ha definito «una zona grigia che non è né guerra né pace».

Trump si trova in una situazione molto complicata nella guerra contro l’Iran, in cui di fatto ogni possibile opzione (ritiro immediato, ripresa dei bombardamenti, operazioni nello stretto di Hormuz e altre) potrebbe portare a risultati negativi oppure comporta rischi altissimi per gli Stati Uniti. Per questo, fino a ora, la sua soluzione è stata indugiare in un cessate il fuoco che ha sospeso il problema senza risolverlo.

Al contrario di quello che sta succedendo nella Striscia di Gaza, la situazione in Medio Oriente non potrà però andare avanti per mesi o indefinitamente, perché gli Stati Uniti sono direttamente coinvolti. Hanno migliaia di militari impegnati nella regione, e la chiusura dello stretto di Hormuz continua a minacciare l’economia mondiale, compresa quella degli Stati Uniti. Per questo, alla fine, anche Trump dovrà trovare una soluzione.

Tutti questi casi ci mostrano l’atteggiamento di Trump verso la diplomazia. Trump desidera risultati immediati e di grande risonanza mediatica, ma non ha vero interesse per le minuzie dei negoziati e per il difficile lavoro di compromesso che di solito comincia dopo il raggiungimento di un cessate il fuoco.

Lo si vede anche nel modo in cui l’amministrazione conduce i negoziati: anziché inviare persone esperte, Trump fa uso di consiglieri personali e inviati speciali, come il suo genero Jared Kushner o l’immobiliarista newyorkese Steve Witkoff, che sono stati impiegati in Ucraina, a Gaza e in queste settimane in Iran. Nessuno di loro due ha una conoscenza profonda delle questioni che tratta, ma il loro compito è differente: ottenere successi superficiali e facili da comunicare all’elettorato, e disinteressarsi di quello che succede dopo.