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  • Venerdì 15 maggio 2026

Quando Cuba era davvero una minaccia per gli Stati Uniti

Oltre sessant'anni fa, durante la "crisi dei missili": oggi al posto delle testate nucleari ci sono un paio di cartelli e dei silos distrutti

di Valerio Clari

La guida Yoel Rodriguez Santana nel luogo dove ci sono i resti dei silos, a San Cristóbal, 18 febbraio 2026 (Valerio Clari/il Post)
La guida Yoel Rodriguez Santana nel luogo dove ci sono i resti dei silos, a San Cristóbal, 18 febbraio 2026 (Valerio Clari/il Post)
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A San Cristóbal, un comune cubano di 70mila abitanti a ovest della capitale L’Avana, oggi c’è un cartello arrugginito, alcuni alberi di mango e un’anziana custode che si lamenta, come buona parte dei cubani, di non ricevere lo stipendio da tre mesi. Negli anni Sessanta erano state posizionate lì delle testate nucleari sovietiche, a meno di 150 chilometri dalle coste statunitensi. Oggi i silos di cemento in cui erano conservate sono stati smontati e riutilizzati, come molte cose a Cuba: funzionano bene come recinti per i maiali, quando ci sono i maiali. San Cristóbal fu al centro di una delle più gravi crisi internazionali del Novecento, ora come il resto dell’isola soffre per gli effetti del blocco di carburanti ed energia imposto dagli Stati Uniti.

Negli ultimi mesi Donald Trump ha più volte minacciato di «prendersi Cuba», e la sua amministrazione ha inasprito molte misure di un embargo che va avanti da decenni. Il governo statunitense considera Cuba uno “stato che sostiene il terrorismo”, e quindi una minaccia. L’inserimento nella lista degli stati terroristi è stata un’iniziativa di Trump, ma da sessant’anni tutte le amministrazioni hanno considerato il governo comunista dell’isola come un problema e un pericolo. Da tempo, e soprattutto ora, non è chiaro come il regime cubano possa essere considerato una minaccia per gli Stati Uniti – lo è al massimo per i cittadini cubani –, ma negli anni ci sono state solo brevi e parziali aperture, soprattutto durante la presidenza di Barack Obama.

Uno dei cartelli arrugginiti che segnala le postazioni di lancio dei missili a San Cristóbal, Cuba, 18 febbraio 2026 (Valerio Clari/il Post)

Cuba è stata realmente una minaccia per gli Stati Uniti al massimo per qualche mese, nel 1962, o più precisamente per 13 giorni, quelli della cosiddetta “crisi dei missili”, che portò Stati Uniti e Unione Sovietica molto vicine a una guerra nucleare.

Stati Uniti e Unione Sovietica erano nel pieno di quella che venne definita come “Guerra fredda”, una contrapposizione totale iniziata dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Dal 1959 la rivoluzione guidata da Fidel Castro aveva trasformato Cuba in uno stato comunista: non aveva particolari relazioni con l’Unione Sovietica, ma il nuovo governo era fortemente osteggiato dalle amministrazioni statunitensi di quegli anni, che esercitavano una politica di controllo e influenza sugli stati del Centro e Sud America.

Dieci mesi dopo la rivoluzione la CIA, la principale agenzia di intelligence statunitense per l’estero, elaborò un piano per un’azione paramilitare a Cuba e reclutò agenti per fare azioni di terrorismo e sabotaggio sull’isola. Il governo castrista iniziò quindi ad avvicinarsi a quello sovietico e le relazioni divennero un’aperta collaborazione nel 1961, dopo il tentativo degli Stati Uniti di invadere l’isola con la fallimentare operazione alla Baia dei Porci.

Parti di silos per lo stoccaggio delle testate nucleari distrutti e avvolti dalla vegetazione a San Cristóbal, 18 febbraio 2026 (Valerio Clari/il Post)

Pezzi di silos utilizzati per costruire un recinto per i maiali, a San Cristóbal, 18 febbraio 2026 (Valerio Clari/il Post)

A Cuba, dove i libri che trattano la storia dal 1959 a oggi occupano almeno tre quarti delle librerie e delle biblioteche, la ricostruzione storica prevalente è che Castro, temendo una nuova operazione degli Stati Uniti, più convinta ed efficace, superò le proprie remore e accettò che l’Unione Sovietica collocasse sull’isola armi e missili nucleari. Il segretario generale del Partito comunista sovietico era Nikita Chrušcëv, e l’URSS aveva interessi ad avvicinare agli Stati Uniti le proprie testate nucleari: gli Stati Uniti avevano collocato armi nucleari in Italia e in Turchia, capaci di colpire il territorio sovietico.

L’operazione cominciò a maggio con le prime ricognizioni, e si svolse in segreto. I sovietici trasportarono missili e strumentazioni spacciandole per macchinari agricoli per le piantagioni di canna da zucchero e per gli allevamenti intensivi di bovini. I piani prevedevano il dispiegamento di 24 missili balistici a medio raggio R-12, con una gittata di 2.000 chilometri ed equipaggiati con una singola testata nucleare da 2,5 megatoni (in grado cioè di sprigionare un’energia oltre 130 volte quella della bomba sganciata su Hiroshima) e 18 missili balistici a raggio intermedio R-14, con 4.000 chilometri di gittata e testata nucleare da 3-5 megatoni. Gli R-12 furono i primi ad arrivare e avrebbero potuto colpire Washington e buona parte della costa est e del sud degli Stati Uniti (gli R-14 non arrivarono mai).

A Cuba le testate nucleari vennero collocate in due luoghi (l’altro era Sagua la Grande): San Cristóbal fu scelta perché le campagne erano a pochi chilometri dalla Carretera Central, la cosa più simile a un’autostrada sull’isola, nonché la principale via che la attraversa completamente da ovest a est. Il luogo di lancio era anche parzialmente protetto da alcune colline e, secondo i sovietici, i missili bianchi si sarebbero mimetizzati fra i tronchi bianchi delle palme.

Il luogo dove sorgeva una delle postazioni di lancio, a San Cristóbal, 18 febbraio 2026 (Valerio Clari/il Post)

La targa che indica dove erano posizionati i missili R-12 a San Cristóbal, 18 febbraio 2026 (Valerio Clari/il Post)

L’URSS voleva mantenere segreta la presenza dei missili. I carichi sovietici iniziarono ad arrivare ad agosto e ovviamente furono notati dalla popolazione locale, che capì subito che non si trattava di macchine per l’agricoltura. In mezzo ai campi vennero poi costruiti silos di cemento e strutture per ospitare operai e militari. Non era una cosa che passava inosservata, a San Cristóbal. I camion dovevano percorrere chilometri lungo una strada sterrata prima di arrivare sul posto.

Oggi lì c’è un sentiero, alle pendici di alcune colline: un cartello molto datato ne segnala l’inizio e l’importanza storica. Per raggiungere il luogo dove i missili venivano stoccati e dove c’erano le postazioni di lancio, però, serve conoscere molto bene il posto o avere una guida, superare alcune recinzioni di filo spinato e passare in mezzo a vegetazione molto alta.

Il sentiero verso le postazioni a San Cristóbal, 18 febbraio 2026 (Valerio Clari/il Post)

Attrezzi della fattoria a San Cristóbal, 18 febbraio 2026 (Valerio Clari/il Post)

Yoel Rodriguez Santana fa parte di Vueltabajo Natural, un Centro di sviluppo locale, strutture miste pubbliche-private introdotte dal governo cubano nel 2011 per favorire lo sviluppo del territorio. Organizza e guida escursioni nella zona, fra cui quella nell’area dei missili. Dice che dal 2019 l’associazione prova a «trasformare il luogo in un museo all’aperto o in un luogo della memoria, ma per ora senza successo».

Due cartelli e una targa sono gli unici modi trovati per segnalare la rilevanza internazionale del luogo: in uno spiazzo, fra la vegetazione, ci sono le strutture in cemento che componevano i silos. Sono in parte distrutte e circondate dalla vegetazione. «Tutto il resto delle strutture lasciate qui dai sovietici negli anni è stato smontato e rubato», dice Rodriguez Santana.

Il posto oggi è una zona agricola per autoproduzione: si coltiva cioè per consumo diretto, non in modo intensivo. C’è una casa, in cui vive Merlin Martínez Marrero, una donna che ora è custode delle minime strutture agricole e dei frutteti. Dice che era già lì negli anni Sessanta: «Quando c’erano i russi lavoravo nelle cucine e qui girava un mucchio di gente».

Merlin Martínez Marrero, oggi custode della fattoria, al tempo impiegata nelle cucine, San Cristóbal, 18 febbraio 2026 (Valerio Clari/il Post)

Una carbonaia, tecnica usata per trasformare il legname in carbone vegetale, a San Cristóbal, 18 febbraio 2026 (Valerio Clari/il Post)

I sovietici non rimasero molto. Negli Stati Uniti le prime voci sui missili arrivarono alla comunità degli esuli di Miami, in Florida, pochi giorni dopo l’arrivo dei primi carichi sovietici. I servizi di intelligence statunitensi inizialmente ritennero che fossero missili difensivi, poi nuove segnalazioni, nuovi studi e il traffico costante di navi provenienti dalla Russia verso il porto di Mariél, non lontano dall’Avana, convinsero i vertici militari a fare ulteriori esplorazioni.

Non esistevano i sistemi per fare le foto satellitari, ma gli Stati Uniti potevano contare sui voli dei Lockheed U-2, aerei monoposto da ricognizione ad alta quota dotati di fotocamere. A partire dall’inizio di ottobre molti di quegli aerei spia sorvolarono Cuba, e il 14 ottobre l’U-2 pilotato dal maggiore Richard Heyser scattò quasi mille fotografie: fra queste c’erano anche quelle del sito in allestimento di San Cristóbal, con tre piazzole di lancio, 22 veicoli per il trasporto e i silos.

Le postazioni di lancio a San Cristóbal (National Archives and Records Administration, Public domain, via Wikimedia Commons)

I silos per stoccare le testate nucleari (National Archives and Records Administration, Public domain, via Wikimedia Commons)

Il giorno successivo le foto vennero presentate al presidente John Fitzgerald Kennedy: cominciarono così i 13 giorni della “crisi dei missili” (l’ha raccontata di recente anche Francesco Costa, in un video per il canale YouTube Da Costa a Costa). Sintetizzando molto, i vertici militari statunitensi sostenevano la necessità di un intervento militare, come un’invasione dell’isola o un bombardamento dei siti. Entrambe le operazioni avrebbero potuto innescare una reazione sovietica e una guerra nucleare. Gli Stati Uniti decisero immediatamente una “quarantena”, ossia un blocco navale intorno all’isola, e per alcuni giorni la possibilità di un conflitto fu vicina e reale. Poi iniziarono le trattative: il 27 ottobre Chrušcëv e Kennedy si accordarono per il ritiro dei missili da Cuba, e successivamente di quelli statunitensi dall’Italia e dalla Turchia.

Cuba e Fidel Castro provarono a inserire delle condizioni proprie: interruzione dell’embargo economico, delle attività sovversive, degli attacchi navali e delle violazioni dello spazio aereo, più la chiusura della base navale statunitense di Guantanamo (diventata nel 2002 una prigione di massima sicurezza). Di fatto però Unione Sovietica e Stati Uniti non coinvolsero il regime cubano nelle trattative: Chrušcëv ottenne solo vaghe rassicurazioni sul fatto che l’isola non sarebbe stata invasa. L’embargo proseguì e continua tuttora, la base di Guantanamo è ancora attiva, ospita una quindicina di detenuti e Trump progetta di farla diventare un centro detentivo per migranti.

Da inizio novembre del 1962 i sovietici caricarono i missili sui camion e li portarono via da San Cristóbal, percorrendo la Carretera Central e imbarcandoli sulle navi. I rapporti fra l’Unione Sovietica e Cuba rimasero stretti, soprattutto da un punto di vista economico: nel 1991 il dissolvimento dell’URSS causò un periodo di grave crisi economica sull’isola, definito período especial. Senza il sostegno sovietico per alcuni anni mancarono energia, combustibili, cibo e materiali per le costruzioni. La crisi fu parzialmente e lentamente superata a partire dai primi anni Duemila, ma da alcuni anni ne è cominciata un’altra.

Alberi di mango nella zona agricola di San Cristóbal, 18 febbraio 2026 (Valerio Clari/Il Post)

La situazione attuale, causata da problemi strutturali e malgoverno, a cui si aggiunge il sempre più rigido embargo statunitense, è peggiore di quella di allora. E dopo la cattura in Venezuela del presidente Nicolás Maduro, lo scorso gennaio, Cuba ha perso uno dei pochi alleati nell’area e il principale partner economico.