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  • Venerdì 15 maggio 2026

Le cose rimaste in sospeso dopo il viaggio di Trump a Pechino

Gli accordi commerciali, la guerra in Medio Oriente e la questione di Taiwan: si è parlato tanto, si è deciso poco

Donald Trump e Xi Jinping nei giardini di Zhongnanhai, 15 maggio (AP Photo/Mark Schiefelbein)
Donald Trump e Xi Jinping nei giardini di Zhongnanhai, 15 maggio (AP Photo/Mark Schiefelbein)
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Venerdì mattina Donald Trump è salito a bordo dell’Air Force One, l’aereo su cui viaggia il presidente degli Stati uniti, e ha lasciato la Cina. Si è concluso così il secondo giorno di una visita attesa e molto seguita, in cui Trump e il presidente cinese Xi Jinping si sono scambiati cortesie e convenevoli, la promessa di stabilità nelle relazioni bilaterali e di una visita di Xi negli Stati Uniti a settembre, ma poco altro.

In ballo c’erano tre questioni.

La prima era Taiwan. Xi ha cercato di far leva sulla rinnovata posizione di forza della Cina per spingere gli Stati Uniti a cambiare la loro politica ufficiale sull’isola, a cui gli Stati Uniti forniscono appoggio politico e militare e che la Cina minaccia di annettere. Giovedì Xi aveva detto che Taiwan era la questione «più importante» e che avrebbe potuto portare a uno scontro «se gestita male».

Trump non si è esposto: ha evitato le domande dei giornalisti e il comunicato della Casa Bianca alla fine degli incontri non cita la questione. Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha detto che la posizione statunitense «a oggi resta invariata».

La seconda era la guerra in Medio Oriente. Trump sperava di ottenere l’appoggio della Cina nel fare pressione sul regime iraniano con l’obiettivo di raggiungere un accordo di pace: non è chiaro se abbia ottenuto impegni concreti. Xi non ha commentato e Trump ha detto ai giornalisti alcune cose vaghe: per esempio che anche la Cina vorrebbe la riapertura dello stretto di Hormuz (una posizione scontata, se non si specifica a che condizioni); che Xi avrebbe promesso di non fornire mezzi militari all’Iran; che «crede» che la Cina non voglia che l’Iran abbia un’arma nucleare.

L’ultima questione era quella commerciale. Trump si era portato dietro uno stuolo di una trentina di amministratori delegati delle più importanti aziende statunitensi, incluso per esempio Elon Musk, il capo di Tesla e X. Voleva facilitare il dialogo e aprire il mercato cinese agli investimenti americani, ma anche in questo caso non ci sono stati annunci condivisi, solo dichiarazioni vaghe di Trump che ha detto di avere fatto «accordi fantastici», senza dare altri dettagli.

L’amministratore delegato di Tesla Elon Musk (54) e suo figlio X Æ A-12 (6) in un corridoio della Grande sala del popolo di Pechino, Cina, 14 maggio (Go Nakamura/Pool Photo via AP)

Per esempio: non è stato annunciato alcun accordo sulle terre rare, i metalli su cui la Cina ha quasi il monopolio e che interessano molto agli Stati Uniti. Lo scorso anno la Cina aveva introdotto restrizioni alla loro esportazione come ritorsione ai dazi statunitensi, causando carenze e aumenti dei prezzi sul mercato globale. Lo scorso ottobre Trump e Xi si erano accordati e Xi aveva accettato di sospendere in parte le restrizioni per un anno: dovrebbero quindi rientrare in vigore a novembre, e da questo incontro ci si sarebbe potuti aspettare l’annuncio di una proroga, che non è arrivato.

Un altro esempio: l’anno scorso Trump aveva approvato la vendita da parte dell’azienda statunitense Nvidia dei propri microchip più avanzati, utili al settore dell’intelligenza artificiale, con lo scopo di ampliare la propria influenza nel settore tecnologico cinese. Xi però non ha mai approvato l’acquisto, e la Cina continua ad affidarsi soltanto a chip prodotti dalle proprie aziende perché vede l’ingresso americano come una minaccia. Alla visita era presente anche il CEO di Nvidia Jensen Huang, ma non è chiaro se siano stati raggiunti accordi.

Un altro accordo su cui non ci sono certezze è quello che riguarda l’azienda Boeing: Trump ha detto che la Cina ha promesso di acquistare 200 aerei («200 di quelli grossi, sono un sacco di posti di lavoro»). Anche il segretario al Tesoro Scott Bessent ha promesso annunci a breve, ma per il momento la Cina non si è impegnata pubblicamente.

Un’ultima questione minore era la vicenda di Jimmy Lai, l’attivista per la democrazia di Hong Kong arrestato dalle autorità cinesi e condannato a 20 anni di carcere. Trump aveva promesso che avrebbe cercato di influenzare la Cina a rilasciarlo, ma non è chiaro se l’abbia fatto. Dopo la fine della sua visita a Pechino, il ministro degli Esteri cinese ha ribadito che Lai è «un istigatore» e che gli «affari di Hong Kong sono affari della Cina».

– Leggi anche: Cosa sono questi “metalli rari”