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  • Giovedì 30 aprile 2026

È finita la guerra in Medio Oriente?

È entrata in una fase diversa, di logoramento economico, in cui i bombardamenti sono sospesi e le trattative stentano, almeno per ora

Due giovani fumano una sigaretta su una terrazza di Teheran, il 18 aprile (dpa)
Due giovani fumano una sigaretta su una terrazza di Teheran, il 18 aprile (dpa)
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La risposta breve alla domanda del titolo – se sia finita la guerra in Medio Oriente – è no: la guerra è entrata in una fase diversa, di logoramento economico. Per il momento sono finiti i bombardamenti e le trattative diplomatiche sono ferme, anche se giovedì mattina il sito Axios ha scritto che il presidente statunitense Donald Trump starebbe valutando di compiere nuovi attacchi contro l’Iran per costringere il regime a riprendere i negoziati.

Nella fase della guerra in cui siamo tutto si gioca sul controllo dello stretto di Hormuz e su chi, tra Iran e Stati Uniti, cederà prima per via delle conseguenze causate dal blocco dello stretto. Vediamo questi aspetti, uno per volta.

Le guerre sono due
Parliamo di guerra in Medio Oriente, al singolare, perché fin dall’inizio si è allargata a tutta la regione. Per capire come evolverà è utile però considerare separatamente le due guerre in cui si è articolata: quella di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, e che poi ha coinvolto i paesi arabi del Golfo, attaccati dall’Iran; e quella di Israele in Libano contro Hezbollah.

Entrambe sono appese a un cessate il fuoco. Donald Trump ha esteso quello con l’Iran senza dare scadenze, mentre quello tra Israele e governo libanese è stato prorogato di tre settimane, fino al 17 maggio. I combattimenti con l’Iran sono sospesi, così come gli attacchi iraniani ai paesi del Golfo Persico.

In Libano invece l’esercito israeliano sta continuando a fare operazioni militari e a demolire infrastrutture civili. Ci sono stati attacchi anche di Hezbollah, seppure più sporadici. L’esercito israeliano continua a occupare un pezzo di Libano meridionale, fino a 10 chilometri dal confine, in cui impedisce il ritorno della popolazione sfollata.

Soldati israeliani nel sud del Libano, il 29 aprile

Soldati israeliani nel sud del Libano, il 29 aprile (AP Photo/Ariel Schalit)

Lo stallo nelle trattative
I negoziati tra Israele e governo libanese proseguono, ma sono complicati dal fatto che Hezbollah non li riconosce né partecipa. Il governo libanese è in una posizione molto difficile: da un lato chiede a Israele di ritirarsi dal sud del suo territorio, e Israele non ne ha intenzione; dall’altro non ha i mezzi per disarmare Hezbollah, come gli chiedono Israele e gli Stati Uniti. Hezbollah vuole continuare la guerra contro Israele, e viceversa.

La situazione in Libano è legata alla guerra con l’Iran perché il regime iraniano aveva chiesto l’applicazione del cessate il fuoco in Libano come condizione per sbloccare lo stretto di Hormuz. Donald Trump aveva di fatto accettato, imponendo a Israele di fermare gli attacchi in territorio libanese, ma poi l’Iran non ha riaperto lo stretto. A quel punto gli Stati Uniti hanno imposto a loro volta un blocco navale dello stretto, che sta impedendo il traffico marittimo da e verso i porti iraniani.

E questa è la situazione attuale: con due cessate il fuoco in vigore – di cui uno funziona a metà – e due blocchi di Hormuz che non stanno facendo ripartire il traffico marittimo e potrebbero aggravare la crisi energetica di cui dobbiamo ancora sentire gli effetti.

– Leggi anche: La posizione impossibile del governo libanese

Nel frattempo Trump continua a mandare messaggi contraddittori. Ha detto che l’estensione del cessate il fuoco serve a dare tempo alle trattative, ma ora starebbe valutando di riprendere gli attacchi per sbloccarle, le trattative. Intanto la leadership iraniana è cambiata dall’inizio della guerra, a causa degli attacchi mirati compiuti da Israele che hanno ucciso importanti esponenti politici e militari del regime (con la cosiddetta “strategia della decapitazione” che abbiamo raccontato qui). I nuovi leader sono ancora più ideologici ed estremisti dei precedenti, e sembrano (almeno per ora) meno disposti a trattare.

L’ultima proposta del regime iraniano è di negoziare solo sulla riapertura di Hormuz, e rinviare a un secondo momento le discussioni sul programma nucleare. Per gli Stati Uniti però il nucleare resta una questione centrale. Non ci sono più stati né progressi né nuovi incontri per negoziare dopo i primi, falliti, in Pakistan dell’11-12 aprile.

Un uomo osserva una nave cargo nello stretto di Hormuz, dall'isola iraniana di Qeshm, il 28 aprile

Un uomo osserva una nave cargo nello stretto di Hormuz, dall’isola iraniana di Qeshm, il 28 aprile (Asghar Besharati/Getty Images)

Chi molla per primo
Vari analisti hanno esemplificato lo stallo attuale come una questione di chi cede prima tra il regime iraniano, che sta risentendo del blocco navale statunitense nonostante la sua propaganda lo minimizzi, e Trump, per cui la prosecuzione della guerra pone anzitutto problemi politici. Intanto, più tempo passa e più gli altri paesi, inclusi quelli europei, accuseranno le conseguenze della crisi energetica causata dalla guerra.

Per l’Iran il blocco navale è rovinoso perché priva il regime della possibilità di esportare idrocarburi e sta aggravando una crisi economica che precedeva la guerra. Il deteriorarsi della situazione economica interna è la principale ragione per cui il regime iraniano, costruito per resistere alle pressioni esterne, potrebbe accettare nuove trattative. È proprio su questo che sta puntando Trump, che però a sua volta deve rendere conto al suo elettorato e ai suoi alleati delle conseguenze che ci saranno per un prolungato blocco di Hormuz.

– Leggi anche: È la fine dell’OPEC?

Inoltre Trump non può mantenere all’infinito l’imponente schieramento militare attorno al Golfo Persico e vuole evitare che i rincari del prezzo dei carburanti influiscano sulla campagna elettorale per le elezioni di metà mandato, che si terranno negli Stati Uniti a novembre.

Infine gli Stati Uniti sono un paese autosufficiente dal punto di vista energetico e stanno esportando più petrolio e gas naturale che mai, approfittando della crisi energetica, ma da soli non possono sopperire alle esportazioni vanificate dal blocco di Hormuz. Le conseguenze dello stallo toccano tutti i paesi del mondo: per primi, e in misura maggiore, ne hanno risentito quelli asiatici, i più dipendenti dalle esportazioni energetiche del Golfo. A cascata toccherà agli altri.