Qualcuno deve smettere di usare carburante anche in Europa

È il principio della «distruzione della domanda»: per ora interessa soprattutto il trasporto aereo, e c'entra sempre il blocco dello stretto di Hormuz

Un aereo Lufthansa parcheggiato nell'hangar dell'aeroporto di Francoforte, Germania, aprile 2026 (Alex Kraus/Bloomberg/Getty Images)
Un aereo Lufthansa parcheggiato nell'hangar dell'aeroporto di Francoforte, Germania, aprile 2026 (Alex Kraus/Bloomberg/Getty Images)

Gli operatori del mercato del petrolio e gli analisti stanno parlando sempre di più di «distruzione della domanda» anche in Europa, come conseguenza della guerra in Medio Oriente e del blocco dello stretto di Hormuz

Per “distruzione della domanda” s’intende questo: non c’è più abbastanza petrolio per tutti e qualcuno deve smettere di usarlo. Le misure che sono state prese finora per cercare di nascondere la scarsità di petrolio, come il ricorso alle riserve di emergenza o le sovvenzioni introdotte dai governi per contenere artificialmente l’aumento dei prezzi, sono superate e non bastano più dopo quasi due mesi di crisi nel Golfo Persico. Meno carburante disponibile significa meno consumi, meno spostamenti e meno attività economica: è quello che sta già iniziando a succedere in alcuni settori dell’economia europea. 

Il caso più evidente è quello del trasporto aereo. La compagnia aerea tedesca Lufthansa ha annunciato che cancellerà più di 20mila voli a corto raggio tra maggio e ottobre per risparmiare cherosene, il carburante per aerei che a causa del blocco di Hormuz è quasi raddoppiato di prezzo rispetto a febbraio. 

Alcune tratte saranno sospese per almeno sei mesi. Un volo Lufthansa tra Monaco e Francoforte, per esempio, non sarà più disponibile: i passeggeri che vorranno comprare i biglietti si dovranno rassegnare, non ne esisteranno più. Questo è un caso di distruzione della domanda, perché la loro domanda (per il volo) non può più venire soddisfatta. 

Se ne parla di più adesso perché gli effetti della guerra stanno arrivando in Europa con qualche settimana di ritardo, per via dei tempi relativamente lenti del mercato energetico. Il petrolio che stiamo consumando oggi era già stato estratto e caricato sulle navi prima del blocco dello stretto di Hormuz, oppure proviene dalle scorte accumulate nei mesi scorsi.

Un addetto tra i serbatoi di stoccaggio di un deposito petrolifero vicino a Nelahozeves, Repubblica Ceca, nel 2022 (EPA/MARTIN DIVISEK/Ansa)

Le petroliere hanno bisogno di settimane di navigazione per consegnare il loro carico, e fino a oggi è stato come se l’Europa vivesse ancora in un mondo precedente alla guerra. Ma questa fase è agli sgoccioli.

Sempre parlando di trasporto aereo, che sta facendo da esempio per gli altri settori: in condizioni normali, attraverso lo stretto di Hormuz passava circa il 41 per cento del cherosene utilizzato dalle compagnie aeree europee. Se questa quantità non sarà trovata altrove in qualche modo non ci sarà abbastanza carburante per mantenere il numero di voli attuale.

Il 16 aprile Fatih Birol, capo dell’Agenzia internazionale dell’energia (un’organizzazione nata dopo la crisi petrolifera del 1973), ha detto che l’Europa ha scorte di cherosene per circa sei settimane, quindi fino alla fine di maggio.

Lo stesso giorno Benedict George, un esperto di materie prime per Argus Media, commentava così questa previsione delle sei settimane in un articolo sul New York Times: «Il segnale d’allarme arriverà se le compagnie aeree europee inizieranno a ridurre i programmi di volo per i prossimi mesi», ed è appena successo.  

Il concetto di distruzione della domanda appare sempre più spesso nelle analisi. Venerdì 17 aprile il titolo di Oil Flash Note, una newsletter scritta da analisti del gruppo bancario JP Morgan, era: «Comincia la distruzione della domanda di greggio in Europa». Martedì 21 aprile il sito di notizie Bloomberg ha scritto che «la distruzione della domanda causata dalla guerra con l’Iran è destinata ad aumentare, un segnale che l’impatto economico completo del conflitto potrebbe non essersi ancora manifestato».

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron, il primo ministro britannico Keir Starmer e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, oggi a Parigi

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron, il primo ministro britannico Keir Starmer e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, a Parigi il 17 aprile 2026 per un incontro sulla riapertura dello stretto di Hormuz (Jeanne Accorsini/Pool Photo via AP)

I governi europei, per ora, stanno cercando di fare il contrario: sostenere la domanda invece che distruggerla, anche a costo di aumentare la spesa pubblica. L’Economist scrive che «finora l’Europa ha evitato la distruzione della domanda. I governi stanno lavorando intensamente per preservare il potere d’acquisto delle persone. Dei 27 paesi dell’Unione Europea, 16 stanno utilizzando fondi pubblici o riducendo le tasse sui carburanti per proteggere i consumatori dall’aumento dei prezzi». 

In Italia, il 18 marzo il governo di Giorgia Meloni ha introdotto una riduzione temporanea delle accise sui carburanti — le imposte fisse su ogni litro venduto — inizialmente prevista per 20 giorni fino al 7 aprile ma poi prorogata fino al 1° maggio.

In Germania, il cancelliere Friedrich Merz ha annunciato il 13 aprile un taglio di circa 17 centesimi al litro sulle tasse di benzina e diesel per due mesi, con lo stesso obiettivo di contenere i prezzi.

Il 22 aprile la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato un pacchetto di misure di emergenza chiamato Accelerate EU che sarà discusso nei prossimi giorni, destinato a sostenere le famiglie più vulnerabili e le industrie ad alto consumo energetico.