La “guerra delle mappe”, negli Stati Uniti
Democratici e Repubblicani stanno cambiando i collegi elettorali come mai prima, per avvantaggiarsi alle elezioni di metà mandato

Negli Stati Uniti sia i Repubblicani sia i Democratici si stanno dando un gran da fare per modificare le dimensioni e i confini dei collegi elettorali di molti stati, con l’obiettivo esplicito di avvantaggiarsi alle prossime elezioni di metà mandato, il 3 novembre, quando si rinnoveranno tra gli altri tutti i 435 seggi della Camera. È una storia fatta di tante storie diverse, che sui giornali statunitensi viene chiamata “redistricting war” o “map war”: la guerra delle mappe. Ed è anche un nuovo esempio di degenerazione della politica statunitense, dove lo scontro tra i due partiti è diventato così duro da danneggiare sempre di più le istituzioni e la rappresentanza delle persone.
Se alle elezioni per il Senato e alle presidenziali il voto viene espresso e contato su base statale – e le dimensioni dei “collegi”, quindi, coincidono con quelle degli stati – alla Camera la legge prevede che il territorio sia diviso in collegi appositamente disegnati, e che ogni collegio rappresenti e includa circa 700mila persone. A parte un generico principio di contiguità territoriale, ogni stato è piuttosto libero di disegnare come vuole i confini dei propri collegi: e da questa operazione può dipendere il risultato finale, soprattutto quando la situazione è equilibrata e il ridisegno avviene in modo strumentale, allo scopo di avvantaggiarsi.
È una pratica nota come gerrymandering e non è illegale – anche se è molto discussa – perché il disegno di un collegio non può che essere una scelta arbitraria. Viene usata da decenni da entrambi i partiti, ma negli ultimi tempi soprattutto dai Repubblicani e in modo molto spregiudicato. La legge prevede che gli stati possano ridisegnare i loro collegi una volta ogni dieci anni, dopo il censimento: di fatto quell’appuntamento decennale fornisce l’occasione di guidare il ridisegno al partito che in quel momento controlla i Congressi statale. Alcuni stati affidano questo compito a commissioni tecniche e indipendenti, ma la maggior parte adotta le sue scelte per avvantaggiare il partito al potere.
Approfittando del fatto che ogni collegio elegge un solo rappresentante – il più votato nel collegio – la divisione del territorio può produrre risultati molto diversi e può anche essere modificata in modo da favorire un partito. Un esempio, per capirci: un’area che contiene cinque collegi e in cui un partito ha il 60 per cento dei voti potrebbe, ridisegnando i confini dei suoi cinque collegi, assegnare al partito di maggioranza il 100 per cento dei seggi; oppure assegnare tre seggi su due al partito che ha ottenuto solo il 40 per cento.
Concretamente, vuol dire prendere il territorio di una città e spezzarlo in più collegi, attaccando a ogni pezzo di città – e quindi di popolazione generalmente progressista – anche un pezzo di provincia rurale popoloso abbastanza da neutralizzare il voto degli abitanti della città. Oppure spostare una zona da un collegio a un altro, in modo da spostare abbastanza voti da ribaltare il risultato. Le distorsioni possono essere molte, soprattutto quando i partiti agiscono spregiudicatamente: come sta accadendo.

Stavolta infatti gli stati stanno ridisegnando i collegi anche se non siamo in un anno censuario, invocando sessioni straordinarie e rivendicando esplicitamente che la manovra serva per danneggiare i propri avversari, che entrambi i partiti presentano come minacce esistenziali per il paese. È una novità rispetto al passato. E non l’unica: hanno iniziato i Repubblicani, su spinta del presidente Donald Trump, ma l’ulteriore novità è che i Democratici hanno risposto a tono, iniziando anche loro a cambiare senza scrupoli le mappe degli stati in cui governano per togliere seggi ai Repubblicani.
Questa sorta di “guerra delle mappe” per ora la stanno vincendo i Repubblicani: secondo le proiezioni grazie ai collegi ridisegnati potrebbero ottenere fino a 12 seggi in più, abbastanza perché questo vantaggio sia decisivo per dargli la maggioranza alla Camera. Ma in questo gioco nessuno ha vere certezze, e i rischi sono significativi. Come i costi: entrambi i partiti non negano che questi interventi riducano la rappresentanza dei cittadini, creando collegi artefatti, discriminatori, non contendibili, ma presentano il ridisegno come un male necessario a fronte di un bene superiore, cioè la necessità di vincere le elezioni ed evitare che le vincano gli altri.
La parola gerrymandering deriva da Elbridge Gerry, che fu governatore del Massachusetts dal 1810 al 1812 e poi vicepresidente. Quando era governatore, Gerry approvò una legge statale che ridisegnava un collegio elettorale in modo che favorisse il Partito Democratico-Repubblicano (da cui poi derivarono sia i Democratici che i Repubblicani). Dato che era stato studiato a tavolino per puri scopi elettorali, quel collegio aveva una forma innaturale, simile a una salamandra: nel 1813 la Boston Gazzette coniò il termine “Gerry-Mander”, una crasi tra il cognome del governatore e la parola inglese salamander.
Anche oggi molti dei collegi creati tramite il gerrymandering hanno forme bizzarre, dato che sono disegnati con un obiettivo preciso: fare in modo che raccolgano il maggior numero possibile di persone che si ritiene voteranno per un certo partito, così che quel partito ottenga il seggio. Ma non tutte, altrimenti quel partito perderà nei collegi intorno. E che si fa nei collegi intorno? L’idea è raggruppare gli elettori in modo da provare a prevedere l’esito del voto in ogni collegio, basandosi sui precedenti: ogni calcolo e ridisegno si basa su un esercizio di previsione del futuro, di quante persone voteranno e come in un certo collegio.

Il terzo collegio del Maryland all’incirca dal 2012 al 2022, in un evidente caso di gerrymandering fatto, in questo caso, per favorire i Democratici. Nel 2019 il Washington Post la descrisse come la «più strana circoscrizione» creata con il gerrymandering.
L’analisi dei dati elettorali e demografici, sempre più precisi e granulari, permette di fare previsioni affidabili: in sostanza con il gerrymandering sono i politici che scelgono gli elettori, e non viceversa. La pratica è molto criticata da vari gruppi per i diritti civili, secondo cui indebolisce i princìpi democratici e permette di manipolare il voto. Con il gerrymandering portato al suo estremo, sarebbe possibile creare stati in cui il partito più debole non ha possibilità di vincere nemmeno un seggio.
Ovviamente non è automatico che in un collegio disegnato per far vincere un certo partito, poi quel partito vinca davvero: i voti vengono contati come sempre, e il risultato non è mai già scritto. Dopo il censimento del 2010, per esempio, il Partito Repubblicano mise in atto il più aggressivo gerrymandering di sempre negli stati in cui governava, ridisegnando tanti collegi per sottrarre seggi ai Democratici. Anche per questo, quando la Camera fu interamente rinnovata nel 2012, ottennero oltre 30 seggi in più dei Democratici pur prendendo più di un milione di voti in meno. La manovra aveva funzionato. Finché non funzionò più.
Quel ridisegno infatti rifletteva gli allora punti di forza del Partito Repubblicano: i collegi erano stati disegnati immaginando che le persone avrebbero continuato a votare come avevano votato fino a quel momento. Non è accaduto. Al contrario le zone suburbane, dove i Repubblicani dominavano da anni, dal 2016 in poi hanno iniziato a spostarsi verso i Democratici: e infatti nel 2018, nonostante i collegi disegnati nel 2010, i Repubblicani persero la maggioranza. L’attuale ridisegno dei collegi immagina che i Repubblicani conserveranno i grandi risultati ottenuti da Trump nel 2024 tra gli elettori latinoamericani: anche questo è tutto da vedere.
Le circoscrizioni create per motivi elettorali vengono spesso contestate anche per vie legali. Di ricorso in ricorso, nel 2019 la questione arrivò fino alla Corte Suprema, a partire da una mappa in North Carolina. La Corte decise di non decidere: i giudici dissero di non avere competenza sul ridisegno dei collegi elettorali, considerato una questione politica e non giuridica, dato che la Costituzione non indica in che modi andrebbero o non andrebbero disegnati i collegi. La scelta della Corte diventò una sorta di via libera.

Proteste al Senato del North Carolina durante una sessione speciale per ridisegnare le mappe delle circoscrizioni elettorali, Nashville, 7 maggio 2026 (AP Photo/George Walker IV)
Quest’anno tutto è partito dal Texas, dove da decenni i Repubblicani controllano Camera e Senato ed esprimono il governatore. Dopo che alle ultime elezioni presidenziali i Repubblicani hanno guadagnato moltissimi voti nel sud dello stato, la regione al confine con il Messico e più popolata di persone di lingua e cultura latinoamericana, Trump disse che «avevano diritto» ad ancora più seggi. Su suo impulso i deputati statali del Texas hanno proposto quindi una nuova mappa che teoricamente aiuterà il partito a ottenerne cinque in più, togliendoli ai Democratici.
Seguì una grossa protesta, che ebbe risonanza nazionale: pur di boicottare il voto e non far approvare la modifica delle circoscrizioni, decine di deputati Democratici texani lasciarono lo Stato per settimane con l’obiettivo di impedire o perlomeno rallentare le procedure. Alla fine la legge fu comunque approvata, e da lì partì la “guerra delle mappe”: al Texas, il più influente e popoloso degli stati governati dai Repubblicani, rispose il più influente e popoloso degli stati governati dai Democratici, la California.

Proteste al Congresso del Texas contro la proposta di modificare la mappa elettorale dello stato per favorire i Repubblicani, Austin, 20 agosto 2025 (Eli Hartman/Bloomberg)
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Il governatore della California, Gavin Newsom, rispose proponendo una modifica delle mappe del suo stato, per fare un’operazione speculare: togliere cinque seggi ai Repubblicani e permettere ai Democratici di ottenerne cinque in più. In California però la legge locale impedisce al governo di approvare da solo questo tipo di modifiche, e richiede il parere di una commissione indipendente introdotta nel 2010 per evitare il gerrymandering. Proprio il 2010 di quell’aggressivo ridisegno dei Repubblicani.
All’epoca, infatti, i Democratici contestavano questa pratica e tentavano di promuovere la creazione di mappe meno strumentali. L’allora presidente Barack Obama incaricò un suo stretto alleato, l’ex procuratore generale Eric Holder, di guidare una nuova organizzazione nazionale dedicata a combattere il gerrymandering, impegnando quindi i Democratici a dare l’esempio e astenersi dal modificare le mappe negli stati in cui governano, come avevano fatto i Repubblicani.
Oggi le priorità sono cambiate e la radicalizzazione dei due partiti è aumentata, tanto che lo stesso Obama si è schierato a favore della ritorsione californiana: ha detto che la California non avrebbe ridisegnato nulla senza la prepotenza del Texas, e che per quanto non ami il gerrymandering «se non rispondiamo in modo efficace, questa Casa Bianca e i Repubblicani non si fermeranno in tutto il paese, perché non sembrano credere nell’idea di una democrazia aperta e inclusiva».
La commissione indipendente californiana, insomma, era diventata un impedimento. Per riuscire ad aggirarla Newsom ha dovuto organizzare un referendum confermativo, e lo scorso agosto la nuova mappa è stata approvata dai californiani con il 64 per cento dei voti. A quel punto la reazione a catena era iniziata.
Finora 10 stati hanno modificato le loro mappe in vista delle elezioni di metà mandato: sette sono Repubblicani e tre Democratici. I primi hanno usato questo strumento facendosi meno scrupoli, e secondo le stime potrebbero ottenere tra i 3 e i 12 seggi in più. Ogni modifica è stata accompagnata da grosse polemiche e spesso da contestazioni legali.
Per esempio si è parlato molto del caso della Virginia, dove i Democratici – che controllano sia il Senato che la Camera ed esprimono la governatrice – hanno provato a fare una delle modifiche più nette a loro vantaggio. Il Congresso locale aveva approvato una nuova mappa che dava quattro seggi in più al partito, ma lo scorso maggio la Corte Suprema locale della Virginia e poi quella federale hanno vietato allo stato di usarla per irregolarità con i tempi della procedura, ritenuta troppo affrettata.
In qualche sparuto caso i Repubblicani si sono opposti alle richieste di Trump, ritenendole eccessive o non necessarie. In South Carolina Trump aveva chiesto di eliminare l’unico collegio che esprime un deputato del Partito Democratico, ma le mappe non sono state cambiate perché nello stato si era già iniziato a votare per le primarie. In Indiana alcuni deputati Repubblicani avevano votato contro una modifica delle mappe, che infatti fu bocciata: da allora Trump li ha presi di mira e molti di loro non sono stati rieletti.

Un’edizione della Goochland Gazette (un giornale locale) ha in prima pagina la questione delle mappe elettorali in Virginia, Maiden, 2 aprile 2026 (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)
Negli ultimi mesi, poi, la Corte Suprema è intervenuta anche con un’altra sentenza importante, che favorisce i Repubblicani e complica le cose per i Democratici.
Le leggi anti-discriminazioni approvate tra gli anni Cinquanta e Sessanta – su tutti il Voting Rights Act, approvato nel 1965 – impediscono di disegnare i collegi con intenzioni discriminatorie su base etnica: quando furono approvate, si voleva evitare che gli afroamericani venissero sparpagliati al punto da impedire loro di avere un impatto sul risultato, com’era la norma. Grazie a quelle leggi furono disegnati, al contrario, diversi collegi popolati in maggioranza da elettori afroamericani, che così poterono eleggere deputati afroamericani, in qualche caso per la prima volta nella storia dei loro stati.
Ora la Corte ha stabilito che anche raggruppare gli afroamericani è usare l’etnia nel disegnare i collegi, e non si può fare. Quello che le leggi anti-discriminazioni non proibiscono, invece, è disegnare i collegi per trarne un vantaggio politico: la Corte ha stabilito che si può fare. La sentenza quindi rende più semplice eliminare i cosiddetti majority-minority districts, cioè quelle circoscrizioni disegnate in maniera tale da garantire che le persone che appartengono a una minoranza rappresentino la maggioranza dei votanti di un collegio.
Oggi esistono 148 collegi di questo tipo, circa un terzo del totale, concentrati soprattutto negli stati del sud. La sentenza è stata approvata col voto favorevole dei sei giudici conservatori e il voto contrario dei tre giudici progressisti. Da quando è stata emessa, due stati hanno cambiato le mappe per eliminare i collegi a maggioranza afroamericana, entrambi del sud ed entrambi conservatori: la Louisiana, da cui era partita la causa, e il Tennessee. Altri si stanno muovendo per farlo.
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Una delle molte conseguenze concrete del gerrymandering è l’aumento della radicalizzazione. Se i collegi sono disegnati per fare in modo che vinca un certo partito, significa che di fatto le elezioni che contano davvero sono le primarie interne a quel partito. E alle primarie solitamente vota quasi solo la base più affiatata e militante, che sostiene candidati più radicali rispetto al resto dell’elettorato: la relativa sicurezza di vincere dà ai partiti più margine per candidare persone altrimenti impresentabili, o che comunque difficilmente verrebbero elette.
È presto per dire se il gerrymandering così frequente e aggressivo diventerà la nuova normalità, o se in futuro i partiti torneranno a farne un uso più oculato. È probabile che i cambiamenti vadano avanti almeno fino alle elezioni presidenziali del 2028, a cui Trump non potrà più candidarsi perché avrà raggiunto il limite dei due mandati. Non sappiamo però quanto il processo verrà spinto all’estremo, e se davvero si creeranno situazioni paradossali in cui un partito riesce a vincere in tutti i seggi di un certo stato. È anche possibile che a un certo punto Democratici e Repubblicani smettano, o addirittura decidano di vietare o regolamentare diversamente il gerrymandering, se si rendessero conto di non poterne più trarre vantaggio. In un articolo intitolato «Cosa servirebbe per eliminare finalmente il gerrymandering», il giornalista dell’Atlantic Jake Lundberg ha scritto che «l’eredità di Elbridge Gerry è sopravvissuta abbastanza».



