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  • Sabato 18 aprile 2026

Quanto può reggere l’economia iraniana?

Gli enormi danni degli attacchi alle strutture civili e industriali, insieme al blocco di Hormuz, hanno peggiorato una crisi già profonda prima della guerra

Un cartellone con la Guida Suprema Mojtaba Khamenei a Teheran, il 9 aprile 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)
Un cartellone con la Guida Suprema Mojtaba Khamenei a Teheran, il 9 aprile 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)
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In Iran cartelloni nelle strade, video, meme e dichiarazioni ufficiali del regime descrivono la guerra come una vittoria. La situazione però è più complessa, soprattutto a livello economico. Sei settimane di bombardamenti e attacchi statunitensi e israeliani hanno causato la distruzione di molte infrastrutture civili e di parte delle maggiori industrie. I danni hanno aggravato una crisi economica che era già pesante prima della guerra e che aveva provocato le grandi proteste popolari di gennaio represse poi con una brutalità senza precedenti. L’attuale blocco navale degli Stati Uniti sta peggiorando ulteriormente la situazione, eliminando alcune delle poche fonti di entrate dell’Iran.

Anche per questo il regime iraniano ha bisogno di negoziare la fine della guerra con gli Stati Uniti e chiede almeno una parziale riduzione delle sanzioni e lo sblocco dei fondi congelati all’estero, che sono consistenti e potrebbero fornire un immediato sostegno a un’economia in emergenza.

Stimare i danni di una guerra in tempi così stretti è un’operazione difficile. Le prime indicazioni «preliminari e approssimative» sono state fornite da Fatemeh Mohajerani, portavoce del regime iraniano, che ha parlato di 270 miliardi di dollari (230 miliardi di euro). Oltre a 125mila edifici residenziali e civili (fra cui più di 300 strutture sanitarie, 32 università e oltre 850 scuole), sono state colpite più di 20mila strutture industriali, dalle piccole aziende ai grandi impianti.

I settori più danneggiati dagli attacchi sono anche quelli più importanti: edilizio, siderurgico, petrolchimico e farmaceutico. Fra i 17mila obiettivi di Stati Uniti e Israele ci sono stati anche ponti, ferrovie, strade e porti: le industrie ancora operative hanno enormi difficoltà a distribuire i prodotti o a ricevere le materie prime.

Il porto dell’isola di Qeshm, Iran, colpito dai bombardamenti (AP Photo/Asghar Besharati)

Gli attacchi hanno seriamente danneggiato alcune delle maggiori aziende del paese, come le acciaierie Mobarakeh (la più grande), Khouzestan, Yazd Alloy e Kavir. Le industrie del settore petrolchimico (plastiche, gomme, fertilizzanti, solventi) sono state quasi completamente bloccate dagli attacchi agli impianti di Mobin, Fajr e Damavand che forniscono elettricità, gas, ossigeno e aria compressa agli stabilimenti. Uno dei complessi più grandi, quello di Bandar Imam, è stato colpito e danneggiato da attacchi diretti.

Nel 2023 i due settori (acciaio e petrolchimico) valevano quasi 25 miliardi di dollari di esportazioni l’anno, la metà del totale, petrolio escluso. Mercoledì il regime ha deciso di bloccare ogni esportazione di prodotti del settore petrolchimico, per garantire di rispondere alla richiesta interna per ricostruire delle riserve: nel 2023 erano stati incassati 18 miliardi di dollari. Il blocco del settore delle acciaierie complica anche la ricostruzione, perché molte delle strutture civili hanno bisogno di acciaio per essere riparate.

Secondo le stime governative, l’interruzione della produzione ha già causato la perdita di 2 milioni di posti di lavoro, ma gli esperti ritengono che licenziamenti e congedi temporanei siano almeno il doppio. Secondo Hadi Kahalzadeh, economista ed ex funzionario dell’Organizzazione iraniana per la previdenza sociale, i posti di lavoro a rischio sono 12 milioni, la metà della forza lavoro totale, e le spese per i sussidi di disoccupazione e per fornire prodotti alimentari di base «potrebbero occupare il 45 o il 50 per cento del budget pubblico iraniano», limitando fortemente ogni altro genere di investimenti, compresi quelli per la ricostruzione.

Un deposito di benzina colpito a Teheran, l’8 marzo 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)

Anche il perdurante blocco di internet, che ha superato ampiamente i 40 giorni, complica commerci e comunicazioni e rallenta complessivamente l’economia.

Le prime stime del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo indicano che la guerra potrebbe portare a una riduzione delle dimensioni dell’economia iraniana del 9-10 per cento rispetto alle previsioni di gennaio. Le prospettive pre-guerra, peraltro, erano già tutt’altro che rassicuranti: nell’ultimo anno la moneta iraniana, il rial, ha perso quasi il 50 per cento del suo valore nei confronti del dollaro; l’inflazione negli ultimi mesi del 2025 è stata stabilmente sopra al 40 per cento su base annua; 750mila posti di lavoro erano già stati persi.

A marzo l’inflazione è stata del 72 per cento, e quella relativa ai beni alimentari del 134 per cento: l’ONU ritiene che 3,5-4 milioni di iraniani siano finiti sotto la soglia della povertà.

Un banco in un mercato di Teheran, il 27 gennaio 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)

Prima della guerra l’Iran era di fatto autosufficiente sia a livello agricolo che manifatturiero e dipendeva molto parzialmente da importazioni di materie prime: il regime nei decenni si è dovuto adattare a diverse serie di sanzioni che hanno limitato le sue possibilità di acquisto sul mercato internazionale. La distruzione di impianti industriali potrebbe mettere in crisi questa autosufficienza.

L’attuale blocco navale sta privando l’Iran della principale fonte di entrate, quella legata al petrolio e agli idrocarburi in genere: si stima che possa costare più di 430 milioni di dollari al giorno.

In questo contesto l’importanza dei beni iraniani congelati all’estero è notevolmente aumentata: alcuni di questi beni sono bloccati da decenni, altri sono diventati irraggiungibili per sanzioni imposte più di recente. Il congelamento dei beni consiste nel trattenere denaro, proprietà o titoli azionari di una persona, di un’azienda o di uno stato, sulla base della decisione di una corte, di un altro stato o di un organismo internazionale.

Non si sa con certezza quale sia l’entità dei beni congelati: media ed esperti iraniani la stimano in 100 miliardi di dollari, un quarto del PIL annuale, il triplo degli incassi di un anno dalla vendita del petrolio. Non tutta questa cifra sarebbe disponibile anche se i fondi venissero sbloccati, perché in parte è stata impegnata come promessa di investimenti o garanzia per debiti. Ma le cifre “sbloccabili” restano considerevoli e particolarmente importanti per un regime che ha bisogno anche di valuta straniera per intraprendere politiche economiche a sostegno della propria, il rial.

Sempre secondo i media iraniani, 20 miliardi di dollari di beni sono bloccati in Cina, 7 in India, 6 rispettivamente in Iraq e Qatar, 2 negli Stati Uniti, 1,6 nell’Unione Europea (soprattutto Lussemburgo), 1,5 in Giappone.

Teheran e sullo sfondo il monte Damavand, il 14 aprile 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)

Nei negoziati di Islamabad della scorsa settimana l’Iran aveva richiesto lo sblocco immediato di 6 miliardi di dollari di beni, come segno di «buona volontà» da parte degli Stati Uniti. C’erano state indiscrezioni di una disponibilità dell’amministrazione Trump, poi smentite.

Al momento la politica statunitense, illustrata dal segretario al Tesoro Scott Bessent, è quella di implementare misure ancora più pesanti verso l’economia iraniana, i cui effetti economici sono stati paragonati a quelli di «un bombardamento». La scommessa dell’amministrazione Trump è che l’economia iraniana non possa reggere questa pressione, e che ceda prima che gli effetti del blocco dello stretto di Hormuz diventino insostenibili per l’economia mondiale. Il regime non ha però mostrato segni di resa e i costi di questa crisi economica si stanno riversando principalmente sulla popolazione civile iraniana.