Gli Stati Uniti sono ai massimi delle loro esportazioni energetiche
Stanno vendendo molto più petrolio e GNL di prima della guerra, ma sono vicini al limite della capacità di spedizione

Poco dopo l’inizio del cessate il fuoco con l’Iran, il presidente Donald Trump si era compiaciuto in un post su Truth che molte petroliere fossero dirette verso gli Stati Uniti per rifornirsi di petrolio, nonostante lo stretto di Hormuz fosse rimasto chiuso. Anzi, proprio per quello. Di lì a poco gli Stati Uniti hanno aggiunto un loro blocco navale a quello già imposto dall’Iran.
Le affermazioni di Trump non erano inesatte. La guerra e soprattutto il protrarsi della chiusura dello stretto, da cui prima passava un quinto del gas naturale liquefatto (GNL) e del petrolio venduti al mondo, è stata una grossa opportunità economica per le esportazioni energetiche statunitensi, che hanno toccato i massimi storici.
Questa settimana le esportazioni degli Stati Uniti sono salite fino a una media di 5,2 milioni di barili di petrolio al giorno, un milione di barili in più della settimana prima. Contando anche altri prodotti derivati dal petrolio come la benzina, un giorno è stato raggiunto il record di quasi 12,9 milioni di barili, cioè quasi tutta la produzione giornaliera (che è di 13,6 milioni di barili).
– Leggi anche: Le aziende energetiche che stanno guadagnando dalla guerra in Medio Oriente
Ad aprile gli Stati Uniti sono andati vicini a diventare un esportatore netto di petrolio per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale. Sono già esportatori netti di GNL dal 2017, e anche le vendite di questa materia prima sono ai massimi.
Nel breve termine non ci sono segni di un’inversione: decine di petroliere vuote sono in rotta verso le raffinerie degli Stati Uniti, con flussi tripli rispetto a prima della guerra. È probabile quindi che le esportazioni di petrolio aumentino ancora un po’ nei prossimi mesi.
Questo discorso vale soprattutto nel breve termine, anche perché le infrastrutture di stoccaggio e trasporto del petrolio statunitensi stanno già lavorando quasi al massimo della capacità: non potrebbero esportarne più di 6 milioni di barili di petrolio greggio al giorno.

Un deposito di carburante vicino al fiume Tamigi, a Canvey Island, in Inghilterra, il 20 aprile (Dan Kitwood/Getty Images)
Potrebbe averne però anche sul lungo periodo perché, quando vengono stipulati contratti di fornitura pluriennali, la sicurezza dell’approvvigionamento è un fattore tenuto in grande considerazione dagli operatori. Prima della guerra lo stretto di Hormuz non era sotto il controllo dell’Iran: se lo restasse, come ora, sarebbero penalizzati i paesi del Golfo Persico, tra i principali produttori di petrolio e GNL al mondo. Gli operatori tengono conto anche della nota volubilità di Trump.
– Leggi anche: La crisi energetica non finirà insieme alla guerra
Sabato un lungo e approfondito articolo del Financil Times si è soffermato sulle implicazioni strategiche della guerra. Spiega come ogni successivo shock di questi anni – l’invasione russa dell’Ucraina, l’intervento statunitense in Venezuela e infine la guerra in Medio Oriente, iniziata da Stati Uniti e Israele – abbia aiutato gli Stati Uniti a consolidare una sorta di egemonia energetica.
Hanno cioè potuto presentarsi come uno dei più affidabili tra i fornitori alternativi, quando il mercato globale dell’energia è stato distorto da queste crisi: alcune, come detto, causate da loro. Sono il primo produttore e tra i maggiori esportatori di petrolio al mondo e nell’ultimo decennio la loro produzione di combustibili fossili è aumentata nettamente per l’adozione di un’innovazione tecnologica: la fratturazione idraulica (fracking in inglese).
Gli Stati Uniti hanno anche aumentato le vendite di carburante per aerei, che scarseggia a causa della guerra. Ad aprile un terzo del carburante importato in Europa proveniva dalle raffinerie statunitensi: il doppio di prima. L’aumento delle esportazioni ha aiutato ad attutire gli effetti del blocco di Hormuz, ma non è sufficiente a eliminarli.
È vero che con la guerra sono aumentati enormemente i profitti delle aziende energetiche statunitensi, ma l’aumento del prezzo degli idrocarburi può avere connotati politici negli Stati Uniti, dove l’elettorato è particolarmente suscettibile ai rincari che causa. Trump ne tiene probabilmente conto, visto che a novembre sono previste le elezioni di metà mandato e questa settimana il suo tasso d’approvazione è sceso ai livelli più bassi del secondo mandato.



