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  • Mercoledì 4 marzo 2026

L’unico paese dell’Europa occidentale che sta dicendo di no a Trump

È la Spagna di Pedro Sánchez, che si oppone agli Stati Uniti – ormai da anni – per ragioni politiche e di opportunità

Pedro Sánchez nel 2025 (AP Photo/Bernat Armangue)
Pedro Sánchez nel 2025 (AP Photo/Bernat Armangue)
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Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez è stato finora l’unico fra i principali leader dell’Unione Europea a criticare con durezza la decisione degli Stati Uniti e di Israele di iniziare una guerra contro l’Iran. Lo fa da giorni, con dichiarazioni, conferenze stampa e tweet, in un modo che si sta facendo notare rispetto all’approccio molto più accomodante verso Trump tenuto da altri capi di stato e di governo, Italia compresa.

Sánchez ha definito la guerra avviata da Stati Uniti e Israele un’azione «unilaterale» che contribuisce a creare «un ordine internazionale più ostile e incerto». Non si è limitato a criticarla a parole: a inizio settimana ha anche negato all’esercito statunitense l’uso delle basi militari sul suo territorio per attaccare l’Iran. In risposta il presidente statunitense Donald Trump ha minacciato pesanti ritorsioni economiche contro la Spagna, definendo il governo di Sánchez «terribile» e «ostile».

Mercoledì Sánchez ha risposto a Trump, invitandolo a «non dare per scontato che il mondo possa risolvere i propri problemi solo sulla base di guerre con le bombe» e a «non ripetere gli errori del passato». Ha detto anche che la posizione del governo spagnolo si può riassumere nella frase «No alla guerra», e ha chiesto a Stati Uniti, Israele e Iran di cessare le ostilità prima che sia troppo tardi: «È così che iniziano i grandi disastri dell’umanità».

Non è la prima volta che Sánchez è così duro con Trump.

Dopo la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro durante l’attacco statunitense al Venezuela di inizio gennaio, Sánchez era stato l’unico importante leader europeo ad avere una reazione davvero critica verso gli Stati Uniti. Aveva scritto che la Spagna non riconosceva il regime di Maduro, ma che al contempo non avrebbe riconosciuto nemmeno la legittimità di «un intervento che vìola la legge internazionale e spinge la regione verso un orizzonte di incertezza e bellicismo».

Un altro elemento di grossa divisione tra i due è sempre stata la posizione degli Stati Uniti nell’invasione israeliana della Striscia di Gaza. Per tutto il tempo della guerra a Gaza, Trump ha dato un appoggio larghissimo al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, nonostante i massacri e i gravi crimini compiuti dall’esercito israeliano contro i palestinesi.

Sánchez è stato anche il leader europeo più critico verso Israele, fin dall’inizio dell’invasione di terra della Striscia di Gaza dopo il 7 ottobre 2023. Ha provato a isolarlo diplomaticamente e a convincere l’Unione Europea a espandere le sanzioni contro gli israeliani responsabili dei crimini commessi a Gaza (riuscendoci solo in minima parte). Tra le altre cose ha vietato con una legge passata dal parlamento la vendita di armi a Israele, e ha definito quest’ultimo uno «stato genocida», quando ancora nessun altro leader occidentale aveva usato questo termine.

– Leggi anche: Sempre più giuristi pensano che Israele stia compiendo un genocidio a Gaza

La posizione unica di Sánchez, almeno in Europa occidentale, si è vista anche nei negoziati interni alla NATO per costringere i paesi membri ad aumentare la propria spesa militare fino al 5 per cento del PIL nel futuro immediato. La richiesta dell’aumento era stata fatta da Trump, che aveva adottato una retorica sempre più aggressiva e contraria al fatto che i paesi europei dipendessero per la loro difesa dagli Stati Uniti.

Dopo diverse discussioni, i leader europei si sono piegati alla richiesta di Trump, anche perché cedendo su questo punto hanno sperato di convincerlo a raggiungere un accordo economico con l’Unione che abbassasse gli enormi dazi che il governo americano aveva imposto unilateralmente ad aprile. Si sono piegati tutti tranne Sánchez. Il primo ministro spagnolo si è opposto alla proposta dicendo che la considerava «irragionevole» e «controproducente», oltre che incompatibile con le finanze spagnole.

Trump si è arrabbiato ma per approvare l’accordo serviva l’unanimità, per cui anche il voto della Spagna. La Spagna, che minacciava di mettere il veto, è stata così esentata dall’accordo ed è oggi l’unico paese europeo che non ha assunto l’obbligo di portare al 5 per cento la propria spesa militare.

È possibile che Sánchez abbia adottato posizioni così dure contro Trump non solo per ragioni politiche, che certamente esistono, ma anche per ragioni di opportunità.

Negli ultimi mesi Sánchez è stato colpito da diversi scandali che hanno coinvolto suoi familiari e stretti collaboratori. Il Partito Socialista, di cui Sànchez è il leader, ha anche subìto diverse sconfitte elettorali, per esempio quella alle elezioni regionali dell’Aragona, dove il principale partito di centrodestra spagnolo, il Partito Popolare, ha ottenuto ben dieci punti percentuali in più dei Socialisti. Insomma, da tempo è in difficoltà su vari fronti.

Secondo Politico, gli scandali avrebbero ridotto di molto il margine di manovra di Sánchez nelle questioni interne spagnole, di fatto limitando la sua capacità di fare riforme e di imporre le proprie politiche. Sánchez avrebbe così cercato maggiore spazio di manovra sulle questioni di politica estera, dove avrebbe potuto usare anche le sue posizioni anti-Trump per ottenere più consensi in Spagna. Trump infatti è assai poco popolare e apprezzato dall’elettorato spagnolo: un sondaggio di gennaio dell’istituto YouGov indica che solo il 19 per cento degli spagnoli ha una opinione positiva nei suoi confronti.

Sánchez inoltre è uno dei pochissimi leader di sinistra rimasti nell’Unione Europea (oltre a lui ci sono la Socialdemocratica Mette Frederiksen in Danimarca e la Laburista Robert Abela a Malta: due paesi che contano decisamente meno rispetto alla Spagna). Mostrarsi come il principale antagonista di Trump potrebbe permettergli di raccogliere apprezzamenti anche fuori dai confini nazionali.