La politica italiana e la guerra in Ucraina quattro anni dopo

Ripartiamo dalle prime reazioni di quel 24 febbraio del 2022 per capire cosa è cambiato, in un senso o nell'altro

Giorgia Meloni riceve Volodymyr Zelensky a Palazzo Chigi, a Roma, il 9 dicembre 2025 (RICCARDO ANTIMIANI/ANSA)
Giorgia Meloni riceve Volodymyr Zelensky a Palazzo Chigi, a Roma, il 9 dicembre 2025 (RICCARDO ANTIMIANI/ANSA)
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Il 22 marzo del 2022, quasi un mese dopo l’inizio dell’invasione russa ai danni dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky tenne un discorso in videocollegamento al parlamento italiano. Lo fece con un intervento assai più cauto di quelli fatti al Parlamento Europeo, al Congresso statunitense, al Bundestag tedesco o alla Knesset israeliana nei giorni precedenti. L’ambasciatore ucraino a Roma spiegò la cosa dicendo che «sapevamo a chi parlavamo»: «il parlamento italiano è stato fino a poco tempo fa, forse fino a pochi minuti prima dell’invasione, a maggioranza filorussa».

Se oggi, quattro anni dopo l’inizio della guerra, si provasse a tracciare un perimetro dei partiti dichiaratamente filoucraini alla Camera e al Senato, difficilmente si avrebbe una solida maggioranza.

È vero che sono venute meno, sia a destra sia a sinistra, le entusiastiche dichiarazioni di ammirazione per Vladimir Putin, e un po’ tutti formalmente ne hanno condannato la condotta, ma non si può dire che la politica italiana sia compatta a favore dell’Ucraina. Anzi: l’influenza di Donald Trump da un lato e la ricerca del consenso facile dall’altro, in un contesto di stanchezza e preoccupazione dell’elettorato per una guerra ormai lunghissima, stanno invogliando esponenti di entrambi gli orientamenti a dismettere la cautela e a recuperare in modo più o meno esplicito certi argomenti di ostilità verso le ragioni della resistenza armata ucraina.

Il 24 febbraio del 2022, quando Putin decise di invadere l’Ucraina, la politica italiana aveva da poco risolto una delle contese più decisive di quel periodo: il 29 gennaio Sergio Mattarella era stato rieletto presidente della Repubblica. I timori su una possibile imminente guerra già circolavano dall’ottobre precedente, ed ebbero un ruolo anche in quella stessa elezione. Quando Matteo Salvini fece trapelare l’ipotesi di candidare Franco Frattini, ex ministro degli Esteri e presidente del Consiglio di Stato, proprio alcune sue inclinazioni filorusse vennero usate a pretesto per escluderlo.

Come i colleghi di tanti altri paesi occidentali, i politici italiani vennero presi di sorpresa dalla scelta di Putin: non se l’aspettavano così presto. Solo il 23 febbraio, alla vigilia dell’invasione, il presidente del Consiglio Mario Draghi annullò definitivamente la sua missione in Russia, prevista di lì a qualche giorno. Riferendo in parlamento sull’evoluzione della crisi, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio parlò del fatto che gli ultimi eventi rischiavano «di aprire la strada a un’operazione militare su larga scala della Russia in Ucraina». In quelle stesse ore, Putin stava impartendo gli ultimi ordini per avviare l’invasione.

Per la politica italiana non fu scontato mostrarsi compatta a favore dell’Ucraina. L’Italia ha una lunga tradizione diplomatica di non ostilità nei confronti della Russia. E questo generò nelle prime ore dopo l’invasione un forte nervosismo, sia all’interno del paese sia all’estero.

Per Draghi non fu facile smentire la percezione di un’Italia attendista, poco risoluta nel condannare Putin. La sera del 24 febbraio partecipò insieme ad altri leader europei a una videoconferenza d’emergenza con Volodymyr Zelensky. Ma il giorno dopo un banale disguido nella preparazione di una telefonata diretta tra Draghi e Zelensky provocò un mezzo incidente diplomatico.

Ci vollero giorni, a Draghi, per dissipare il malinteso, e del resto la posizione di assoluta fermezza a favore dell’Ucraina emerse nettamente nelle settimane successive: quando Draghi si fece promotore dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, o quando si scoprì che proprio lui, tre giorni dopo l’invasione, aveva suggerito alla direttrice della Federal Reserve (la banca centrale statunitense) Janet Yellen una soluzione per bloccare gli asset russi detenuti nelle banche occidentali.

Quanto ai partiti, gli unici che presero subito posizione in modo perentorio a favore dell’Ucraina furono il PD di Enrico Letta e Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Letta, allora segretario del partito con maggiori consensi nel paese, mostrò una posizione intransigente nei confronti di Putin. Il 25 febbraio fu il primo, nell’aula della Camera, a chiedere esplicitamente al governo di garantire sostegno militare alla resistenza ucraina. La sua determinazione venne accolta con stupore e malumori anche all’interno dello stesso PD. Meloni, invece, era la leader dell’unico partito di opposizione: quel 24 febbraio era in partenza per Orlando, in Florida, dove sarebbe dovuta intervenire alla Conferenza dei conservatori americani (CPAC), ma fece sapere a Draghi di «poter contare sulla nostra totale collaborazione».

Nel resto dei partiti ci furono maggiori tentennamenti. Il Movimento 5 Stelle assecondò a fatica la posizione del PD, ma lo fece con timidezza e qualche ambiguità. Silvio Berlusconi e Matteo Salvini ci misero ore, prima di intervenire. Berlusconi, amico di vecchia data di Putin, fece in serata una dichiarazione abbastanza generica di «ferma condanna e preoccupazione per l’uso della violenza», dicendosi disposto a offrire le sue relazioni «per contribuire alla pace». Salvini, leader della Lega, attribuì con maggiore nettezza le colpe alla Russia, riconobbe a Draghi «il pieno mandato per qualsiasi iniziativa che riesca a bloccare la guerra» e portò un mazzo di tulipani bianchi all’ambasciata ucraina.

Il 25 aprile il Consiglio dei ministri approvò un decreto-legge che stabiliva tra l’altro la facoltà del governo di inviare aiuti militari al governo ucraino per tutto il 2022: e in parlamento nessun partito, al di là di singole sparute eccezioni, si disse contrario.

Ma già nei giorni seguenti Salvini tornò a mostrarsi dubbioso o recalcitrante rispetto all’idea di inviare armi di una certa potenza. Meno di un mese dopo tentò una bizzarra missione in Ucraina, con presunti scopi umanitari, ma che si risolse in una figuraccia internazionale quando il sindaco della cittadina polacca di Przemyśl, dopo averlo ricevuto, mostrò in conferenza stampa una maglietta con impressa la faccia di Putin, simile a una che Salvini aveva indossato molti anni prima. Analogamente, anche Berlusconi mostrò più volte di non condividere la linea di Draghi, e nei mesi seguenti si capì che i suoi rapporti con Putin – fatti di messaggi, di scambi di regali e di cortesie – non s’erano mai davvero interrotti.

Specularmente anche nel fronte progressista si diffusero presto posizioni non allineate. L’Associazione nazionale dei partigiani (l’ANPI) fu la prima, già nelle ore in cui le forze speciali russe tentavano di prendere il controllo di Kiev, ad attribuire la responsabilità della guerra all’espansionismo della NATO verso est, tesi che fu poi presto adottata da vari esponenti di sinistra, oltre che da papa Francesco. Il M5S restò a lungo timido sull’argomento. Alcuni dei suoi esponenti di maggiore esperienza – come il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano – mostrarono enorme imbarazzo nel rinnegare le loro simpatie per Putin espresse negli anni, e in certi momenti il partito fu attraversato da molta tensione. Come quando fu espulso Vito Petrocelli, dichiaratamente filorusso, poi costretto a dimettersi da presidente della commissione Esteri del Senato nel maggio del 2022.

Ripercorrere quei primi momenti a distanza di quattro anni è interessante perché vi si rintracciano tutte le agitazioni dei partiti italiani: in alcuni casi le contraddizioni si sono andate esasperando, in altri casi invece la posizione dei partiti è evoluta in modo meno traumatico.

Nella Lega, per esempio, il vincolo di tenere ferma la condanna alla Russia e di sostenere l’Ucraina è venuto meno via via che la guerra si prolungava. Salvini si è mantenuto sempre ambiguo, lasciando che alcuni suoi importanti dirigenti – come i senatori Massimiliano Romeo e Claudio Borghi, tra gli altri – dessero voce alle istanze degli imprenditori del Nord che lamentano le ricadute negative delle sanzioni alla Russia, o che più banalmente cercassero consenso intercettando il sentimento di frustrazione dell’elettorato italiano di fronte all’impossibilità di trovare un accordo di pace. Non è un caso che il principale tema su cui si è consumata la crisi che ha portato alla scissione di Roberto Vannacci sia stata proprio la conferma degli aiuti militari all’Ucraina anche per il 2026.

Del resto, se le destre nazionaliste sono un po’ ovunque sempre più tiepide verso Zelensky, è anche perché Trump ha imposto un nuovo corso, in rottura con la politica di Joe Biden e mostrandosi assai più in sintonia con Putin che non con Zelensky. E questo spiega perché anche Meloni si sia leggermente riposizionata. Sostenere con decisione Zelensky era stato, dal 2022 in avanti, un modo per garantirsi le simpatie di un presidente americano, Biden, lontanissimo da lei sul piano ideologico. Ora che c’è Trump, l’opportunismo tattico le suggerisce di essere più accorta.

Per Forza Italia è successo un po’ il contrario. Le continue dichiarazioni di simpatia per Putin da parte di Berlusconi erano state a lungo un problema per l’intera coalizione. Dopo la sua morte, però, Antonio Tajani, da capo del partito e da ministro degli Esteri, ha saputo ristabilire una linea filoucraina, in sintonia con il Partito popolare europeo di cui Forza Italia fa parte.

A sinistra, in generale, lo slancio a sostegno di Zelensky s’è progressivamente affievolito. Un po’ perché ha preso piede una linea più “pacifista”, per cui qualsiasi accordo di pace è preferibile al protrarsi della guerra; un po’ perché, stando all’opposizione, i partiti progressisti non hanno grandi vincoli di responsabilità, e possono adottare tesi anche spericolate per cavalcare il legittimo malcontento popolare, e incalzare così il governo. In certi casi, come per il M5S, l’incoerenza è manifesta: dal dicembre del 2022 Giuseppe Conte si dice contrario all’invio di armi all’Ucraina, votando contro la proroga del decreto del 25 febbraio adottato dal governo Draghi. Decreto che era stato approvato innanzitutto grazie al M5S, che di quel governo era il partito di maggioranza relativa.

Quanto al PD, la segretaria Elly Schlein parla di Ucraina il meno possibile. In tanti, quando lei è diventata segretaria, paventavano un disimpegno del partito rispetto alla causa ucraina. Non è stato così: formalmente, nei voti in parlamento o negli atti ufficiali, il PD ha mantenuto abbastanza coerentemente la sua posizione, anche per via dell’impegno del responsabile Esteri, Peppe Provenzano.

Schlein sa che questa è una delle poche vere “linee rosse” interne: se dovesse negare il suo sostegno all’Ucraina dovrebbe affrontare rumorose proteste e forse persino una scissione da parte di una componente non piccola degli esponenti del PD, quelli della corrente più moderata (i “riformisti”) che si riconosce nella guida dell’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini. Al tempo stesso, però, Schlein si è mostrata sempre poco interessata all’argomento, e non ha per esempio mai ritenuto di andare in visita a Kiev.