Questo allarme del governo sul ritorno del terrorismo va preso sul serio?
A giudicare dai precedenti allarmi del governo sul ritorno del terrorismo, sembra proprio di no

Da settimane, e ancora di più dopo i tafferugli durante il corteo di Torino del 31 gennaio scorso, il governo è allarmato per un presunto ritorno dell’eversione anarchica e antagonista, e fa paragoni con le Brigate Rosse e con gli anni peggiori del terrorismo politico. Riferimenti a quel periodo erano stati fatti già in passato da Giorgia Meloni, e sono stati riproposti con più insistenza negli ultimi giorni dal ministro della Difesa Guido Crosetto e da quello della Giustizia Carlo Nordio. Spesso questi messaggi si accompagnano a una critica più o meno esplicita verso l’atteggiamento dei partiti di centrosinistra, considerati troppo indulgenti nei confronti dei manifestanti violenti.
Le allusioni, reiterate in questo modo, sono evocative e per certi versi inquietanti. Tra la fine degli anni Sessanta e la fine degli anni Settanta, con episodi poi sempre meno frequenti nel decennio successivo, l’Italia è stata sconvolta dai cosiddetti “anni di piombo”, espressione di per sé eloquente: si intendeva il piombo dei proiettili che con cadenza settimanale venivano esplosi da militanti politici, terroristi e agenti di polizia nel corso di manifestazioni di piazza, attentati, atti minatori, il tutto in un clima di scontro politico, sociale e sindacale esasperato come in nessun altro paese dell’Europa occidentale, e con varie centinaia di morti (tra le 300 e le 500 persone a seconda delle stime). Le Brigate Rosse furono la principale organizzazione terroristica di estrema sinistra: rapirono, gambizzarono e uccisero magistrati, operai, giornalisti, e nel 1978 uccisero il presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, uno dei politici italiani più importanti in quel momento.
Rievocare quel periodo, dicendo che ci sono analogie tra i disordini e le violenze di questi mesi e quegli anni tragici, e invocando misure repressive come quelle che vennero usate contro i brigatisti, è dunque un fatto notevole. E anche per questo il Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, con ogni probabilità nei prossimi giorni chiederà al governo di fornire maggiori informazioni su questo allarme, per constatare quali elementi di concreta preoccupazione ci siano, e per avere rassicurazioni sulle misure di prevenzione che gli apparati di sicurezza stanno attuando.
Del resto il Copasir vigila sulle questioni di sicurezza nazionale, e le sue sedute sono secretate: è insomma il luogo istituzionale migliore dove comprendere quanto vadano presi seriamente questi allarmi da parte del governo. Eppure, finora, il governo non ha dato nessun elemento concreto per ritenerli credibili.
In effetti non è la prima volta che il governo alimenta una narrazione inquietante. Già nel febbraio del 2023, intorno alla vicenda dell’anarchico Alfredo Cospito, il governo paventò i rischi di una ripresa di vitalità del terrorismo eversivo. «Il clima si sta pericolosamente e velocemente surriscaldando», osservò Meloni in una lettera al Corriere della Sera, proprio mentre due dirigenti del suo partito, Giovanni Donzelli e Andrea Delmastro, fomentavano in parlamento lo scontro politico accusando il Partito Democratico di complicità con Cospito e con la mafia.
Nel febbraio del 2024, al termine di settimane caratterizzate da dibattiti per certi versi analoghi a quelli di oggi, ci furono scontri tra manifestanti e poliziotti in varie città, e soprattutto a Pisa. Lo stesso Sergio Mattarella intervenne, con fare insolitamente perentorio, per richiamare il capo della Polizia e il ministro dell’Interno.
Alcuni giorni dopo, durante un incontro coi sindacati delle forze dell’ordine, Meloni espresse i suoi timori per il ritorno «a un clima che mi preoccupa», spiegando poi che l’Italia aveva già conosciuto certi fenomeni sociali e politici, con un chiaro riferimento agli anni di piombo, appunto.
Nel settembre scorso il governo si disse preoccupato a seguito dell’uccisione di Charlie Kirk negli Stati Uniti. Quell’omicidio consolidò i timori che spinsero il ministero dell’Interno a rafforzare la scorta ai vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini. Concretamente, quell’aumento del livello di sicurezza comportò l’adozione di un’auto di anticipo, cioè una vettura con alcuni agenti che precede l’arrivo del politico nei vari luoghi dove è impegnato, e un’altra serie di accortezze e precauzioni. Anche in quel caso, la decisione fu accompagnata da allarmi sulla recrudescenza di pulsioni eversive in Italia, anche se l’effettivo collegamento con quanto accaduto a Kirk negli Stati Uniti era piuttosto fumoso.
Nell’ultima relazione annuale sulla sicurezza nazionale, curata dalle agenzie di intelligence e dalla presidenza del Consiglio, i rischi connessi al terrorismo anarchico o di estrema sinistra vengono descritti come piuttosto contenuti. Viene evidenziata la tendenza di alcune frange estremiste a cercare di infiltrarsi nei movimenti di protesta filopalestinese, o di sfruttare la visibilità internazionale offerta da alcuni grandi eventi che si sono svolti in Italia. Tuttavia, «l’attento monitoraggio delle iniziative di protesta» ha «consentito di limitare i rischi di derive violente e lo svolgimento degli eventi in programma in un’adeguata cornice di sicurezza».
Semmai, qualche preoccupazione più consistente l’hanno destata i movimenti della destra radicale, alcuni dei quali vengono considerati «una minaccia in continua evoluzione». «Nel 2024», si legge nella relazione, «si è confermato il trend di progressivo innalzamento del rischio derivante dall’estrema destra suprematista e “accelerazionista” [cioè la destra anticapitalista e antiglobalista, ndr] internazionale, che spesso si declina in rete attraverso la diffusione di incitazioni alla violenza nichilista, indiscriminata e d’impronta politica e razziale. […] Recenti operazioni di polizia hanno fatto emergere come la minaccia stia progressivamente transitando dalla dimensione online a quella offline, evidenziando inoltre diversi casi di contaminazione tra questa forma di estremismo violento e altre matrici terroristiche».

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano con delega ai servizi segreti, a sinistra, durante l’audizione al Copasir, presieduto da Lorenzo Guerini del PD, a destra, il 5 agosto 2025 (Roberto Monaldo/LaPresse)
In ogni caso, finora né il governo né i dirigenti dei servizi segreti hanno mai fornito al Copasir informazioni che legittimassero un effettivo allarme sul ritorno del terrorismo. C’è un monitoraggio costante, certi singoli episodi sono più o meno preoccupanti, ci sono operazioni di polizia: ma tutto secondo una logica ordinaria.
Inoltre, tutte le volte che nel recente passato il Copasir si è occupato degli allarmi più inquietanti del governo, le letture più sensazionalistiche avevano perso fondamento. Successe per esempio nel marzo del 2023, quando Crosetto si disse preoccupato per una presunta taglia da 15 milioni di dollari messa su di lui dal regime russo: si appurò poi che l’aveva saputo da Elisabetta Trenta, sua predecessora, ma la notizia si rivelò quantomeno esasperata. Sempre Crosetto, nel novembre del 2023, raccontò al Corriere della Sera di strane riunioni fatte da magistrati con l’obiettivo di tramare contro Meloni, e si disse poi pronto a riferire di quel che sapeva al Copasir. Non fu necessario, in realtà, perché si capì che le riunioni a cui Crosetto si riferiva erano in realtà un convegno di una corrente di centrosinistra della magistratura svolto a Palermo, trasmesso in diretta da Radio Radicale e con esponenti del governo come ospiti, tra i quali il ministro Nordio.
Più di recente, nel settembre scorso, il ministro degli Esteri Antonio Tajani diede grande risalto mediatico a un’operazione di polizia che aveva portato all’arresto di due criminali turchi a Viterbo la sera della festa patronale di Santa Rosa, a cui lo stesso Tajani era presente. Il ministero degli Esteri accreditò alcune letture sensazionalistiche per cui sarebbe stato sventato un attentato. Il Copasir chiese informazioni al governo: e accertò così che si trattava in realtà di due criminali ordinari, venuti in Italia per un probabile regolamento di conti legato verosimilmente al traffico di sostanze illegali, e che non c’era stato alcun rischio di attentato.
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