Tallinn, Estonia (Sean Gallup/Getty Images)
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  • sabato 20 Novembre 2021

Migliaia di società britanniche hanno spostato la loro sede in Estonia

Dopo Brexit e grazie al programma di “residenza digitale” offerto dal governo, che dà accesso all'Europa e vantaggi fiscali

Tallinn, Estonia (Sean Gallup/Getty Images)

Negli ultimi cinque anni migliaia di aziende britanniche hanno trasferito la loro sede legale in Estonia per avere accesso al mercato europeo evitando gli ostacoli regolatori e finanziari dovuti a Brexit. Possono farlo grazie al programma del governo estone e-Residency, che esiste dal 2014 e permette, tra le altre cose, di aprire società in Estonia con agevolazioni fiscali particolarmente convenienti, pur non risiedendo fisicamente sul territorio. Rispetto ai visti digitali offerti da altri paesi europei è molto vantaggioso, e sta avendo per questo molto successo.

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Le conseguenze di Brexit sull’economia britannica sono numerose e hanno provocato gravi svantaggi per le aziende britanniche che operavano nell’Unione Europea. Sono dovuti ai prezzi sempre più alti di importazioni ed esportazioni, anche a causa di nuovi controlli e pratiche burocratiche, così come all’impossibilità di assumere molti lavoratori europei (i permessi di lavoro per gli europei sono stati ridotti a poche categorie di lavoratori ultra-specializzati). Tutto questo ha provocato un calo degli scambi commerciali e un danno economico per molte imprese britanniche.

È per questo che negli ultimi cinque anni (da quando cioè si tenne il referendum su Brexit) molte aziende britanniche che operavano nei paesi dell’Unione Europea – un mercato di 27 paesi e più di 400 milioni di abitanti – hanno lasciato il Regno Unito, aprendo sedi altrove, in quello che il Guardian ha definito a gennaio un «esodo drammatico» degli investimenti causato da Brexit.

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Tra queste, circa 4.000 hanno scelto come nuova sede l’Estonia. Sono tante, soprattutto tenendo conto del fatto che prima di Brexit (e soprattutto dopo l’entrata dell’Estonia nell’Unione Europea, nel 2004) erano soprattutto i cittadini estoni a lasciare il paese per andare a lavorare nel Regno Unito.

Le aziende britanniche si sono trasferite in Estonia sfruttando e-Residency, un programma di “residenza digitale” offerto dal governo estone dal 2014, che dà diritto a usufruire di tutti i servizi digitali di cui godono i cittadini estoni, a firmare contratti e documenti online, a gestire un conto in banca e soprattutto ad aprire società in Estonia con grossi vantaggi fiscali (non dà, però, diritto alla cittadinanza o alla residenza fisica e fiscale).

E-Residency è solo l’ultimo di un’estesissima serie di progetti digitali realizzati dall’Estonia negli ultimi anni. Anche se è un paese piuttosto piccolo (ha circa 1,3 milioni di abitanti), l’Estonia è estremamente avanzata dal punto di vista dell’innovazione tecnologica e della digitalizzazione, su cui lavora da anni. In Estonia, tra le altre cose, si può votare online, l’amministrazione pubblica è ampiamente digitalizzata, e si può lavorare da remoto con un visto digitale – un permesso di lavoro temporaneo per stranieri – tra i più estesi che esistano in Europa.

L’Estonia non è l’unico paese a offrire un visto digitale – negli ultimi anni si è anche diffusa la definizione di “nomadi digitali”, tra i quali l’Europa è tra l’altro ritenuta una meta prediletta – ma il suo è da molti considerato il migliore, ed è stato per questo utilizzato da 176 paesi (il Regno Unito è il quarto paese che ne fa più uso dopo la Russia, l’Ucraina e la Cina).

Le imprese che hanno scelto di usufruirne sono soprattutto quelle non legate in modo specifico a un luogo fisico, come le aziende tecnologiche o legate all’e-commerce. Il New York Times ha raccontato le diverse modalità con cui proprietari e proprietarie di società inglesi hanno usato il programma: alcuni sono stati in Estonia solo una volta o due, altri hanno deciso di andarci a vivere e di cambiare completamente vita.

A rendere particolarmente attraente e-Residency è la politica fiscale applicata alle società, che prevede aliquote per le imprese dal 14 al 20 per cento (nel Regno Unito possono arrivare al 40 per cento), e solo sugli utili che l’azienda decide di distribuire ai suoi azionisti, permettendo quindi alle aziende di crescere con un carico fiscale molto basso.

La prima ministra estone Kaja Kallas (Kay Nietfeld/DPA via AP, Pool)

Questo è anche il motivo per cui, come l’Irlanda, l’Estonia non ha voluto a lungo aderire all’accordo globale per la tassazione delle multinazionali (che impone una tassazione minima del 15 per cento). È anche uno dei motivi per cui il programma fiscale estone è considerato in parte rischioso dallo stesso governo del paese: come osservato dal ministero delle Finanze, se un’impresa decide di reinvestire continuamente i propri profitti, questi non vengono tassati, posponendo il pagamento delle tasse sul territorio estone a suo piacimento.

Il massiccio trasferimento di società inglesi in Estonia, comunque, ha fino a ora portato all’Estonia soprattutto vantaggi economici. Come raccontato dalla prima ministra estone Kaja Kallas in un’intervista col quotidiano britannico City AM, il trasferimento delle società inglesi in Estonia ha fruttato un aumento delle entrate fiscali del 60 per cento solo nell’ultimo anno, con un guadagno stimato di circa 51 milioni di euro, oltre ad aver ulteriormente rafforzato la reputazione dell’Estonia come paese particolarmente avanzato dal punto di vista dell’innovazione digitale.