Pedro Sánchez (a destra) e Pablo Iglesias (EPA/JUANJO MARTIN)
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  • mercoledì 17 Marzo 2021

Cosa sta succedendo nella sinistra in Spagna

La decisione di Pablo Iglesias di lasciare il governo ha messo fine a uno dei rapporti più importanti e turbolenti della politica spagnola, e potrebbe cambiare molti equilibri

Pedro Sánchez (a destra) e Pablo Iglesias (EPA/JUANJO MARTIN)

Lunedì Pablo Iglesias, vicepresidente del governo della Spagna, ha annunciato che intende dimettersi dalla sua carica per candidarsi a presidente del governo regionale di Madrid, dove si terranno elezioni anticipate il 4 maggio. La decisione avrà grosse conseguenze per la sinistra spagnola, che a livello nazionale perde uno dei suoi leader più importanti, e per il governo del paese, che si basava almeno in parte sul rapporto tra Iglesias e Pedro Sánchez, il presidente.

Il governo, le cui due forze politiche principali sono il Partito Socialista (PSOE) di Sánchez e Unidas Podemos (UP) di Iglesias, non cadrà: le dimissioni annunciate lunedì non significano il ritiro di UP dal governo e sono piuttosto una decisione personale di Iglesias, che ha voluto rinunciare alla vicepresidenza per competere in un’elezione molto rischiosa, in cui al momento UP ha circa il 5 per cento dei consensi. Yolanda Díaz, attuale ministra del Lavoro, lo sostituirà alla vicepresidenza.

Moltissimi equilibri politici cambieranno ugualmente, sia perché sembra che Sánchez stia pensando a un rimpasto, sia perché, soprattutto, il rapporto tra Sánchez e Iglesias era stato, nei quindici mesi dalla firma del patto di alleanza, probabilmente il singolo rapporto più importante della politica spagnola degli ultimi anni. La relazione tra i due è stata anzitutto conflittuale: Sánchez, in particolare, ha mal sopportato la convivenza al governo.

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Sarà anche un grosso cambiamento per la sinistra: le possibilità di Iglesias di vincere le elezioni locali a Madrid sono scarse, e secondo molti analisti una sconfitta potrebbe significare la fine della sua carriera politica.

Iglesias è uno dei fondatori di Podemos (la formazione principale di UP, che è una confederazione di partiti) e una delle figure più note e influenti della sinistra europea. Lui stesso però sembra pronto a ridurre la propria presenza in politica: negli anni scorsi aveva espresso più volte la volontà di dedicare tempo alla famiglia, e negli ultimi giorni ha detto che Yolanda Díaz gli succederà non soltanto nel governo ma anche nel partito. Secondo Iglesias, alle prossime elezioni sarà Díaz la candidata di UP alla presidenza.

Díaz, ministra del Lavoro e sindacalista, è stata molto apprezzata in questi mesi di governo soprattutto per le sue capacità negoziali.

Il rapporto tra Sánchez e Iglesias è sempre stato piuttosto tormentato. Fin dalla sua fondazione, Podemos si è posto in concorrenza con il PSOE per l’elettorato di sinistra. Agli inizi, oltre dieci anni fa, Iglesias descriveva i politici socialisti come corrotti tanto quanto quelli di destra. Le sue posizioni si sono ammorbidite con il tempo, ma ancora nel 2015, durante le elezioni di quell’anno, Podemos e Iglesias ambivano al “sorpasso” (usato in italiano anche dai giornali spagnoli), cioè a prendere più voti del PSOE e a diventare la forza dominante della sinistra spagnola.

Non ci riuscirono di poco, e da allora i consensi del partito di Iglesias sono andati via via calando, fino al 12,8 per cento ottenuto alle elezioni del novembre 2019.

Nelle ultime e numerose campagne elettorali in Spagna (2015, 2016, aprile del 2019, novembre del 2019), l’alleanza a sinistra tra il PSOE e Podemos è sempre stata una delle questioni più rilevanti e combattute, e il rapporto tra Sánchez e Iglesias uno degli argomenti più controversi. Specie dopo le due elezioni ravvicinate del 2019, entrambe vinte dal PSOE ma senza i voti per formare un governo, Iglesias aveva cambiato la propria strategia e aveva cercato apertamente un’alleanza con Sánchez, anche programmatica e prima del voto, ma Sánchez, fino all’ultimo, l’aveva rifiutata.

Come ha scritto lo stesso Sánchez nel suo libro “Manual de resistencia”, pubblicato nel 2019, il leader socialista si è sempre trovato meglio ad avere a che fare con Albert Rivera, l’ex leader di Ciudadanos, giovane e liberale, piuttosto che con Iglesias: certamente per ragioni politiche (il PSOE ha da anni l’obiettivo di espandersi al centro, e non ha mai amato gli attacchi da sinistra di Podemos) ma anche per ragioni personali.

Sánchez ha sempre temuto, inoltre, che le idee radicali di Iglesias avrebbero spaventato l’elettorato moderato del PSOE. Nel settembre del 2019, per esempio, disse in un’intervista poco prima delle elezioni che lui non avrebbe mai fatto un’alleanza con Iglesias, perché portare Podemos al governo «non mi farebbe dormire la notte, e lo stesso varrebbe per il 95 per cento dei cittadini di questo paese».

Se alla fine, dopo le elezioni di novembre del 2019, le seconde in pochi mesi, Sánchez accettò di formare un governo con Iglesias fu quasi esclusivamente perché costretto: Ciudadanos, devastato da un pessimo risultato, non era disponibile a un’alleanza, e UP era l’unica formazione politica rimasta (attualmente il governo spagnolo è formato da PSOE, UP e da una serie di piccoli partiti regionali e piuttosto instabili). Dopo la firma dell’accordo di governo, davanti alle telecamere e ai giornalisti, Iglesias abbracciò Sánchez, e l’imbarazzo di quest’ultimo fu abbastanza evidente.

Nei quindici mesi successivi i rapporti tra i due alleati di governo sono stati stabili ma piuttosto faticosi. Iglesias ha più volte criticato il governo dall’interno su varie questioni, specie sugli scandali che hanno riguardato la monarchia spagnola e sulla questione della Catalogna, che rimane uno dei punti di maggior divisione: Iglesias paragonò i leader indipendentisti catalani in esilio o in prigione ai prigionieri politici del franchismo, e disse che finché dei leader politici sarebbero rimasti imprigionati, in Spagna non ci sarebbe stata «piena normalità politica e democratica».

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Negli ultimi mesi, secondo il País, il rapporto tra i due era diventato così difficoltoso che Sánchez aveva cancellato gli incontri settimanali tra lui e Iglesias (o meglio ha continuato a rimandarli di settimana in settimana, tanto che non ce n’è stato nessuno tra Natale e oggi).

Secondo i giornali spagnoli, Iglesias avrebbe comunicato a Sánchez la sua decisione di abbandonare il governo soltanto pochi minuti prima di annunciarlo pubblicamente in una diretta video. Sánchez, che in quel momento si trovava in Francia per una visita di stato, non se la sarebbe presa per lo sgarbo e anzi avrebbe reagito con una certa soddisfazione all’idea di liberarsi di Iglesias. In seguito, durante una conferenza stampa, Sánchez ha fatto i suoi auguri a Iglesias e ha elogiato il suo lavoro al governo, citando in particolare la gestione delle case di riposo durante la pandemia: secondo alcuni giornali si sarebbe trattato di una cattiveria, perché, come in Italia e in altri paesi, l’effetto del coronavirus sulle case di riposo spagnole è stato terrificante e disastroso.

Secondo i sondaggi, nella Comunità autonoma di Madrid (le Comunità autonome sono l’equivalente spagnolo delle Regioni italiane) la presidente uscente Isabel Díaz Ayuso, del Partito popolare (PP), è di gran lunga la favorita: potrebbe ottenere quasi il 40 per cento dei voti, aumentare di molto i propri seggi nel parlamento locale e avere la possibilità di fare un governo ultraconservatore con Vox, un partito neofranchista e di estrema destra. UP arriverebbe quinto con circa il 5 per cento dei consensi: Iglesias, che ancora non è entrato ufficialmente nella campagna elettorale, per ora non è riuscito nemmeno a stringere un’alleanza con Más Madrid, un partito di sinistra nato da una scissione di Podemos e guidato da un suo vecchio alleato, Iñigo Errejón.