(Jack Taylor/Getty Images)

Cosa chiede Matteo Renzi

Sta piantando una grana per avere spazio o le sue critiche a Conte sono fondate?

(Jack Taylor/Getty Images)

Da settimane si parla di una possibile crisi del governo di Giuseppe Conte, che potrebbe concludersi con un semplice voto di fiducia alle Camere, oppure con un rimpasto di misure variabili (fino a un “terzo governo Conte”) oppure con un nuovo governo non guidato da Conte, e persino con nuove elezioni.

A far mancare la maggioranza al governo sarebbe Italia Viva, il partito guidato da Matteo Renzi che oggi fa parte della maggioranza, e che ha 40 parlamentari e due ministre al governo: Elena Bonetti (Pari Opportunità) e Teresa Bellanova (Politiche Agricole). Intorno alle reali intenzioni delle prese di posizione di Renzi contro Conte circolano da giorni ipotesi e retroscena (soprattutto rispetto al ruolo del PD e alla sua apparente assenza dal confronto tra Renzi e Conte). E poi ci sono i contenuti delle critiche stesse, che sono state elencate e spiegate da Renzi lo scorso 17 dicembre in una lettera inviata al presidente del Consiglio e poi ribadite in diverse interviste. L’ultima è di oggi al Corriere della Sera: Renzi ha parlato del piano vaccini, del MES e del piano italiano per il Recovery Fund, di cantieri da sbloccare, di delega ai servizi segreti, di scuola e del ruolo del commissario straordinario per l’emergenza COVID-19 Domenico Arcuri.

Il ruolo del commissario Arcuri
Domenico Arcuri è un manager che dal 2007 è amministratore delegato di Invitalia, l’azienda di stato per gli investimenti e le riqualificazioni. Lo scorso marzo, con il decreto Cura Italia, il governo lo aveva nominato “Commissario straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure di contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica COVID-19”, assegnandogli via via incarichi sempre più importanti e onerosi: sulle terapie intensive, sulle mascherine e sul reperimento dei dispositivi medici, sulla firma del contratto dell’app Immuni, sul rientro a scuola dopo la prima ondata, sul piano per la distribuzione dei vaccini contro la COVID-19, il tutto mentre a Invitalia era stato affidato anche il compito di gestire la crisi dell’acciaieria pugliese ex ILVA.

– Leggi anche: Chi era Arcuri prima di diventare Arcuri

A fine novembre, ospite a Mezz’ora in più, su Rai3, Renzi aveva parlato in modo positivo di Arcuri, criticando però il fatto che gli fossero consegnate troppe responsabilità: «Che in Italia qualsiasi emergenza la gestisca Arcuri, mi sembra esagerato». Oggi, nella sua intervista al Corriere della Sera, Renzi ha chiesto: «Ma chi è, Superman?», lasciando intendere che chiamare in causa sempre e solo Arcuri su molte e diverse questioni mostri di fatto l’assenza di una capacità progettuale maggiore da parte del governo.

Vaccini
Le prime dosi del vaccino di Pfizer-BioNTech contro il coronavirus sono state somministrate in Italia domenica 27 dicembre, ma a poco più di una settimana di distanza, giornali e commentatori hanno parlato di un numero troppo basso di persone vaccinate e di una campagna preparata in modo sommario, poco coordinato e di cui non si sa ancora molto. Terminata infatti la prima fase di vaccinazioni, che riguarda prevalentemente il personale sanitario e gli ospiti delle RSA, non ci sono molte informazioni su come funzionerà la campagna vaccinale per il resto della popolazione: né sulle date e i tempi, né sui luoghi, né su come avverranno il sistema di chiamata e il tracciamento.

Da settimane Matteo Renzi ripete che «sulla capacità di gestire i vaccini servirebbe più l’utilizzo dell’esercito che un manager di stato» riferendosi, di nuovo, ad Arcuri. Nelle ultime ore la ministra Bellanova ha aggiunto: «Oggi si verifica l’insufficienza e la poca chiarezza sul piano vaccinale. Se si vuole uscire da questo stallo dando un messaggio chiaro ai cittadini c’è un solo modo: continuare il puntuale tracciamento e far chiarezza sul piano vaccinale».

Recovery Fund e infrastrutture
Lo scontro che tra Italia Viva e Conte prosegue da settimane riguarda innanzitutto il “Piano nazionale di ripresa e resilienza”, cioè il piano messo in piedi per gestire il Recovery Fund, il principale strumento dell’Unione Europea per bilanciare la crisi economica provocata dalla pandemia da coronavirus e che consisterà in oltre 200 miliardi di euro, che arriveranno nei prossimi anni sotto forma di prestiti e sussidi.

In una prima fase della discussione, il principale problema sui fondi aveva avuto a che fare con la loro gestione. L’idea iniziale del presidente Conte era creare una «cabina di regia», composta da presidenza del Consiglio, dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e da quello dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli del Movimento 5 Stelle, affiancati da manager che a loro volta avrebbero dovuto sovrintendere a dei «tecnici», ma questo piano non era stato condiviso da Italia Viva. La ministra Bellanova aveva detto che quella forma di gestione avrebbe creato una struttura parallela che, anziché snellire l’iter di realizzazione dei progetti, si sarebbe sovrapposta ai ministeri esistenti. In un’intervista a Repubblica di inizio dicembre, anche Matteo Renzi aveva condiviso la critica: «Questo modo di fare non è solo sprezzante: è sbagliato. Noi siamo contrari a sovrastrutture di centinaia di consulenti che stanno al Recovery Fund come i navigator stanno al reddito di cittadinanza».

Sia Bellanova che Renzi avevano poi giudicato come una forzatura i metodi della stesura del piano («Il futuro dell’Italia dei prossimi vent’anni non lo scrivono Conte e Casalino nottetempo in uno stanzino di Palazzo Chigi», aveva dichiarato Renzi, riferendosi al ruolo decisionale secondo molti eccessivo del portavoce del presidente del Consiglio Rocco Casalino) e l’approvazione della struttura di gestione voluta da Conte, inserita con un emendamento alla legge di bilancio.

Poi però le critiche di Italia Viva hanno riguardato i contenuti stessi del Recovery Fund. Il 28 dicembre, durante una conferenza stampa, Renzi ha presentato un piano per modificare quello del governo, definito «raffazzonato» e «senz’anima», chiamandolo con l’acronimo “Ciao”, che sta per Cultura, Infrastrutture, Ambiente e Opportunità. Il piano alternativo di Italia Viva riprende le proposte già fatte da Renzi nella lettera di metà dicembre a Conte: «Non è un fondo di 209 miliardi», ha ricordato innanzitutto, «perché i trasferimenti a fondo perduto sono circa 82 miliardi. Il resto (circa 127 miliardi, ndr) sono prestiti, e quindi equivalgono a risorse a debito»: si tratta cioè di prestiti che hanno una serie di condizioni da rispettare, e che l’Italia dovrà restituire.

Precisato questo, secondo Renzi non ha senso spendere 88 dei 127 miliardi dei prestiti europei solo per trovare il modo di finanziare progetti che già esistono: «Abbiamo una visione o abbiamo solo svuotato i cassetti dei ministeri con le vecchie proposte? Pensiamo di non avere idee buone da coltivare oggi?». Nella bozza del Piano nazionale di ripresa e resilienza, come ha spiegato Pagella Politica, si ipotizza infatti che circa 40 miliardi dei prestiti saranno usati per progetti nuovi che vengono definiti «additivi» e che i restanti 88 miliardi circa saranno dedicati a piani già previsti. «Noi pensiamo che se ci sono buone idee, questo è il momento per finanziarle. Si fa debito? Certo. Ma l’unico modo di combattere il debito è la crescita, non i sussidi», ha dichiarato Renzi, che insiste molto sulla distinzione tra “bonus e investimenti”, spingendo sui secondi.

Tra le “buone idee”, Renzi ha citato la Gronda di Genova, un’opera infrastrutturale relativa alla costruzione di una nuova autostrada a nord della città di Genova, alcuni tratti delle metropolitane a Roma e a Milano, la Venezia-Trieste, l’alta velocità Salerno-Palermo, aggiungendo poi che le infrastrutture «sono un campo enorme: treni, aeroporti, porti, scuole, ospedali, fibra, carceri dove i detenuti vivono in condizioni disumane».

Sanità
Un altro punto contestato da Renzi nella bozza del Piano nazionale di ripresa e resilienza ha a che fare con gli investimenti previsti per la sanità: 9 miliardi di euro, senza considerare le risorse presenti nella legge di bilancio e quelle già stanziate per affrontare l’emergenza coronavirus. Per Renzi, le risorse sono troppo poche: la pensano così tutti i gruppi parlamentari che sostengono la maggioranza, che hanno chiesto a Conte di aumentarle.

Ma Renzi vorrebbe qualcosa di più: propone di finanziare la spesa sanitaria con il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), cioè lo strumento comunitario che mette a disposizione dei paesi una linea di credito per finanziare i sistemi sanitari che molti gruppi politici e governi europei non vogliono però usare, sostenendo che comporti più rischi che vantaggi. Una linea di aiuti del MES (il cosiddetto “Pandemic crisis support”) è stata pensata per finanziare in modo specifico le spese sanitarie legate all’emergenza COVID-19: i prestiti hanno tassi di interesse vantaggiosi e, per l’Italia, si parla di una cifra intorno ai 36 miliardi di euro.

Per accedere ai fondi per la sanità del MES la principale condizione da rispettare è che i soldi vengano utilizzati per spese sanitarie. Finora, però, lo strumento non è stato utilizzato soprattutto per due ragioni: la prima è il cosiddetto effetto “stigma” che potrebbe causare al paese che ne farebbe richiesta – in sostanza: i mercati e gli investitori potrebbero interpretarla come un’ammissione di debolezza economica e comportarsi di conseguenza – e la seconda è il timore che nei prossimi anni la Commissione Europea o gli altri governi europei possano cambiare linea politica e chiedere condizioni più severe di quelle attuali, possibilità lasciata aperta anche nella nuova linea di credito.

I fondi del Recovery Fund prevedono invece un meccanismo diverso: ciascun paese deve presentare un piano che deve essere valutato e approvato dalla Commissione europea. Nel suo giudizio la Commissione dovrà tenere conto di una serie di parametri, che vanno dallo stato di attuazione delle raccomandazioni che la Commissione stessa fa a quello specifico stato ogni anno, alla situazione delle riforme in quello stato, ad esempio su crescita e occupazione. Non ci sono timori concreti che la Commissione possa interrompere l’erogazione dei fondi nei confronti dei paesi che reputa più indietro, a meno di plateali e prolungate mancanze dei futuri governi italiani.

Eppure, secondo Renzi, i prestiti del Recovery Fund presentano più condizioni di quelli del MES, i cui 36 miliardi a disposizione dovrebbero essere sfruttati: «I nostri parlamentari hanno proposto una precisa allocazione dei 36 miliardi del MES. Come si può dire no agli investimenti sulla sanità, caro Presidente? (…) Questo rifiuto ideologico del MES mi appare ogni giorno più incomprensibile. Recuperando i denari del MES, possiamo allocare i nove miliardi originariamente previsti per la sanità su un settore decisivo per il nostro futuro: la cultura e il turismo».

Scuola
Contattato dal Post, Renzi ha spiegato che il problema non è prendere una posizione nel «derby in corso» sull’aprire o sul chiudere le scuole: «Chiediamo di fare un piano sulla scuola, che metta in condizione la scuola di riaprire davvero». Il piano dovrebbe tenere conto della questione del tracciamento, del trasporto pubblico e dei vaccini, tra le altre cose: «Se fai questo le scuole si riaprono, sennò le apri e le richiudi».

La delega ai servizi segreti
Prima del 2007 il sistema dei servizi segreti civili e militari era affidato a due ministeri, Interno e Difesa. Con la riforma del 2007 si è stabilito che i servizi segreti – coordinati dal Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (Dis), istituito sempre nel 2007 – debbano rispondere a un’unica autorità: il presidente del Consiglio o l’Autorità delegata.

Il presidente del Consiglio può dunque mantenere la delega ai servizi, ma dal 2007, quando la legge ha introdotto l’Autorità delegata, i presidenti del Consiglio vi hanno quasi sempre fatto ricorso: delegando, appunto, la competenza sui servizi segreti a persone di loro fiducia dedicate a quel delicatissimo e impegnativo settore. La prima Autorità delegata è stata affidata a Gianni Letta (2008-2011), poi a Gianni De Gennaro (2012-aprile 2013) e a Marco Minniti (maggio 2013-dicembre 2016, per due mandati). La prima eccezione è stata Paolo Gentiloni, che rinunciò ad assegnare la delega sapendo che si sarebbe andati presto a elezioni. Ma dopo Gentiloni l’Autorità delegata non è più stata nominata: e la delega è rimasta a Giuseppe Conte, nonostante la richiesta gli sia stata avanzata più volte non solo da Renzi, e Conte sia stato accusato di aver gestito tale delega in modo poco trasparente.

In modo più esplicito di altre forze di maggioranza come il PD, Renzi chiede da tempo che Conte affidi a qualcun altro la delega ai servizi segreti: «L’insistenza con cui non ti apri a un confronto di maggioranza sul ruolo dell’Autorità delegata è inspiegabile. L’intelligence appartiene a tutti, non è la struttura privata di qualcuno: per questo ti chiediamo di indicare un nome autorevole per gestire questo settore. Io mi sono avvalso della collaborazione istituzionale di Minniti, Monti ha lavorato con De Gennaro, Berlusconi con Letta: tu non puoi lavorare con te stesso anche in questo settore».

La richiesta è stata rafforzata dagli ultimi eventi. «La situazione internazionale», ha detto Renzi al Corriere, «richiederebbe ben altra professionalità rispetto a chi invia la geolocalizzazione degli incontri segreti in Libia come ha fatto per mera visibilità il portavoce di Palazzo Chigi o passerelle mediatiche quando si liberano — con metodi notoriamente non convenzionali — ostaggi provati da lunghe prigionie». Il riferimento era ai pescatori trattenuti in Libia e liberati a metà dicembre, e alla promozione pubblica di quella missione da parte di Casalino.

E quindi?
Non è chiaro che cosa succederà ora, né come proseguiranno le trattative di Italia Viva con Conte. La nuova bozza del Piano nazionale di ripresa e resilienza, alla quale ha lavorato il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri dopo gli incontri con le delegazioni dei partiti di maggioranza, dovrebbe essere consegnata oggi al presidente del Consiglio, che poi convocherà il consiglio dei Ministri per l’approvazione probabilmente per il prossimo 7 gennaio. I giornali scrivono lunedì che alcune richieste di Italia Viva sul Piano nazionale di ripresa e resilienza saranno accolte: dovrebbe diminuire la parte dedicata agli incentivi a favore di un potenziamento degli investimenti.

Naturalmente concorrono agli sviluppi interessi e tattiche dei singoli partiti rispetto a quello che possa portare loro un cambiamento dell’assetto attuale, sia in termini di ruoli e poteri che di comunicazione pubblica: ma questa è invece la sostanza intorno a cui si decide se ci sia ancora una maggioranza che sostiene il governo Conte o no.