Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, alla Camera durante il Question Time, Roma, 1 Luglio 2020. (ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Si discute ancora molto del MES

Sull'opportunità di chiedere un prestito al fondo salva-stati le posizioni sono molto distanti, dentro e fuori dal governo, ma difficilmente si troverà una soluzione a breve

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, alla Camera durante il Question Time, Roma, 1 Luglio 2020. (ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Da settimane nella politica italiana si discute dell’opportunità che l’Italia chieda un prestito al Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), un’istituzione europea costruita per aiutare paesi in difficoltà. È un dibattito che a volte sembra girare a vuoto ma altre volte crea momenti di tensione che fanno parlare di possibili crisi nella maggioranza parlamentare che sostiene il governo, e che ha visto esprimersi anche altri paesi e leader dell’Unione Europea.

Semplificando, il MES è lo strumento principale di cui i paesi che adottano l’euro si sono dotati per fronteggiare un’eventuale crisi dei debiti sovrani, cioè la possibilità che uno Stato non riesca più a ripagare i propri debiti (e quindi nemmeno a prendere altro denaro in prestito, vendendo titoli, a meno di pagare interessi esorbitanti).

È una struttura a cui gli Stati dell’eurozona versano denaro – per centinaia e centinaia di miliardi di euro – che può essere usato per fornire aiuti agli stati in difficoltà. Di solito il denaro del MES viene erogato in prestito a tassi molto agevolati, ma in cambio di pesanti condizioni e impegni economici da parte dei governi che ne fanno richiesta. Di solito queste condizioni si traducono in misure politiche impopolari: tagli alle pensioni, privatizzazioni e liberalizzazioni nel mondo del lavoro, in modo da rendere nuovamente sostenibili i conti pubblici.

Quello di cui si discute da settimane, però, è un’altra cosa: una nuova linea di credito del MES, messa a punto in poche settimane e pensata per aiutare gli Stati a contrastare le conseguenze sanitarie della pandemia. Se l’Italia richiedesse al MES una linea di credito pari al totale dell’importo consentito, il 2 per cento del PIL, avrebbe subito a disposizione circa 36 miliardi di euro, a un tasso di poco superiore allo 0,1 per cento annuo, preceduti da una valutazione sulla sostenibilità del debito. E l’unica condizione sul prestito sarebbe di usarlo per il «finanziamento diretto o indiretto dei costi sanitari, di cura e prevenzione dovuti alla crisi COVID-19».

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I partiti politici italiani sono divisi tra chi considera questo prestito un’occasione imperdibile – il tasso di interesse è vantaggiosissimo e permetterebbe un forte risparmio – e chi invece lo vede collegato al rischio di ulteriore perdita di sovranità nei confronti dell’Unione Europea o di un costo che alla fine potrebbe superare i risparmi prodotti.

Secondo i critici, poi, il ricorso a questa linea di credito, soprattutto se effettuato in solitaria da uno dei paesi più deboli dell’eurozona, rischia di creare uno stigma e preoccupare gli investitori. Questi ultimi potrebbero chiedersi come mai il paese in questione sia l’unico a utilizzare questa linea di credito, giungere alla conclusione che i suoi conti pubblici sono meno solidi di quanto appaiano e chiedere in cambio interessi maggiori per continuare a prestare loro soldi. In questo scenario quindi il risparmio del prestito ottenuto dal MES sarebbe bilanciato – se non addirittura superato – dall’aumento dei tassi sui titoli di stato che innescherebbe. Finora nessun  paese europeo ha chiesto il nuovo prestito: nemmeno quelli più fragili come Grecia, Portogallo o Cipro.

Il Partito Democratico, Italia Viva e Forza Italia sono favorevoli al MES, sostenendo con alcune sfumature che sia uno strumento vantaggioso. La loro posizione è figlia probabilmente di una maggiore vicinanza all’Europa e dell’idea di voler raggiungere una sempre maggiore integrazione fra i paesi europei: tutti e tre i partiti, fra l’altro, sostengono la maggioranza trasversale che gestisce i lavori al Parlamento Europeo, ed è composta dal gruppo S&D (di centrosinistra, di cui fa parte il PD), Renew Europe (liberali, di cui fa parte l’unico parlamentare europeo di Italia Viva), e PPE, il principale partito europeo di centrodestra, di cui Forza Italia è uno dei componenti storici.

Sono contrari al MES Lega, Movimento 5 Stelle, Fratelli d’Italia – cioè i tre principali partiti euroscettici italiani, nessuno dei quali sostiene apertamente la maggioranza al Parlamento Europeo – e una parte della sinistra.

Lunedì 25 giugno sul Corriere della Sera il segretario del PD, Nicola Zingaretti, ha scritto una lettera per chiedere di fare ricorso immediato al MES. Il sistema sanitario nazionale, ha scritto, «è stato capace di uno sforzo immane» ma ha «mostrato tutti i suoi limiti»: con il ricorso al MES, ha detto Zingaretti, «oggi possiamo avere le risorse mai viste prima per fare quei grandi investimenti, che ci permetteranno di migliorare la qualità dell’assistenza e della cura delle persone e, insieme, anche di dare un concreto impulso alla ripresa economica».

A Zingaretti ha risposto negativamente il capo politico del M5S, Vito Crimi («il MES non è uno strumento idoneo e restiamo contrari»), seguito dal ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, un altro leader nel M5S. Il senatore del Movimento Primo Di Nicola, però, su Repubblica ha chiesto di finirla «con il no ideologico al MES, altrimenti il governo rischia davvero», mostrando che anche dentro al M5S c’è un dibattito sul tema.

Per il M5S il rifiuto sembra essere basato più su ragioni politiche che sostanziali. Come ha ricordato il Sole 24 Ore, «in tutti i programmi elettorali dei Cinque Stelle, da quello per le elezioni del 2013 all’ultimo del 2018, nella sezione Esteri, si promette agli elettori “lo smantellamento del MES e della cosiddetta Troika”». Con le elezioni regionali che si avvicinano, per il Movimento 5 Stelle accettare il MES – anche con un meccanismo molto diverso da quello con il quale fu introdotto – «sarebbe l’ennesima di una lunga lista di bandiere ammainate, dalla Tav al Tap, fino all’ex Ilva».

Anche Matteo Salvini in questi giorni ha continuato a ribadire la propria contrarietà: «Una volta accettate le risorse, lo Stato membro sarà soggetto a sorveglianza rafforzata da parte della Commissione europea e della BCE. Ci sarà quindi la possibilità di subire altri diktat. La patrimoniale. Una bastonata alle pensioni. Un inasprimento dell’IVA», ha scritto qualche giorno fa sul Corriere senza fornire prove per le sue affermazioni.

Nel frattempo il primo luglio è cominciato per l’Unione europea il semestre di presidenza tedesca, e anche per questo si è parlato molto di una dichiarazione della cancelliera tedesca Angela Merkel, che ha detto che il MES può essere utilizzato da tutti e che non è stato messo a disposizione perché resti «inutilizzato». Molti hanno letto in queste dichiarazioni un invito implicito per l’Italia ad avanzare una richiesta, visto che è stato il paese europeo più duramente colpito dalla pandemia.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che inizialmente era aperto alla possibilità di utilizzare il MES – in marzo lo aveva detto esplicitamente al Financial Times – ha poi molto frenato rassicurando sia il Movimento 5 Stelle che il PD, e prendendo tempo.

Conte spera soprattutto di ottenere dal Consiglio europeo straordinario convocato per il 17 e il 18 luglio un buon accordo sul Fondo per la ripresa, il principale strumento europeo per stimolare l’economia comunitaria dopo il picco della pandemia di COVID-19. È molto probabile dunque che almeno fino ad allora la questione del MES venga messa da parte. Come ha spiegato la viceministra dell’Economia Laura Castelli, del M5S, sarà settembre il momento in cui «capire che fare» con il MES, quando il Fondo per la ripresa avrà dei contorni più definiti e verrà scritta la legge di Bilancio.