(AP Photo/Susan Walsh)
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  • mercoledì 9 ottobre 2019

Cosa c’entra Conte con Trump e la Russia

Il capo del governo ha autorizzato degli incontri tra i capi dei servizi di intelligence italiani e gli inviati del presidente Trump, in cerca di prove di un fantasioso complotto

(AP Photo/Susan Walsh)

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte riceve critiche da giorni perché, negli scorsi mesi, autorizzò due incontri ritenuti molto irrituali tra i capi dei servizi segreti italiani e William Barr, il procuratore generale statunitense – più o meno l’equivalente del nostro ministro della Giustizia – inviato dal presidente Donald Trump a cercare le prove di un fantasioso complotto ai suoi danni. I critici di Conte, come l’ex segretario del PD Matteo Renzi, accusano il presidente del Consiglio di aver gestito la vicenda con poca trasparenza e gli hanno chiesto di riferire l’accaduto al COPASIR, il comitato parlamentare di controllo sui servizi di intelligence. Nel frattempo è venuto fuori che episodi simili si sarebbero verificati in Australia e nel Regno Unito, con il risultato di mettere in imbarazzo i governi e i servizi di intelligence di quei paesi.

La vicenda è legata al famoso caso delle email sottratte con un attacco informatico al Partito Democratico statunitense e alla sua candidata alle elezioni presidenziali del 2016, Hillary Clinton. Mentre gli investigatori statunitensi, guidati dal procuratore Robert Mueller, hanno scoperto imbarazzanti collegamenti tra i membri del comitato elettorale di Trump e il governo russo, che notoriamente ordinò l’attacco informatico e il furto delle mail, Trump e i suoi sostenitori da tempo sostengono una teoria opposta e per il momento priva di riscontri: l’intera faccenda delle mail rubate non sarebbe altro che una trappola.

Secondo questa teoria, i Democratici americani si sarebbero rubati le mail da soli, le avrebbero consegnate ai russi e poi avrebbero fatto arrivare l’informazione allo staff di Trump così che, in caso di vittoria di Trump alle elezioni presidenziali, avrebbero potuto accusarlo di essere in combutta con i russi e rimuoverlo dalla presidenza. Barr, scrivono i giornali, sarebbe stato inviato in Italia proprio per trovare una conferma di questa teoria, nell’ambito di un più generale impegno dell’amministrazione e dello stesso Trump nella ricerca di sostegno e aiuti politici da parte dei governi stranieri, come accaduto con l’Ucraina.

Proprio il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, avrebbe ricevuto in agosto questa richiesta di chiarimenti dagli americani (apparentemente negli stessi giorni in cui, col suo governo in bilico, Trump annunciò su Twitter che lo avrebbe sostenuto, chiamandolo «Giuseppi» in un famoso tweet). Conte avrebbe girato questa richiesta al capo del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS), l’organo che controlla i due principali servizi di intelligence italiani: Gennaro Vecchione, generale della Guardia di Finanza e amico di Conte, che lo aveva scelto personalmente per l’incarico. Il 15 agosto Vecchione e Barr si sono quindi incontrati segretamente nella sede del DIS in piazza Dante, a Roma. A quanto risulta Conte non avvertì dell’incontro nemmeno i partiti che lo sostenevano, Lega e Movimento 5 Stelle.

La riunione e il suo contenuto sono rimasti segreti fino all’inizio di ottobre, quando sono stati rivelati da una serie di articoli di giornale. Anche se ufficialmente non si sa cosa si siano detti Barr e Vecchione, i giornali sono concordi nel dire che la discussione si concentrò su Joseph Mifsud, un misterioso professore universitario maltese finito in mezzo allo scandalo Russiagate (qui avevamo raccontato la sua storia per esteso).

Mifsud ha 59 anni e prima di far perdere le sue tracce due anni fa era un professore dell’università privata italiana Link Campus (molto frequentata e utilizzata dai servizi di intelligence, dai diplomatici e dai membri delle forze di sicurezza italiane). Mifsud aveva anche molte altre amicizie, dalla Fondazione Clinton al ministero degli Esteri russo, passando per frequentazioni con persone legate ai servizi di sicurezza e all’esercito russo.

Grazie a questa vasta rete di conoscenze, nella primavera del 2016 Mifsud entrò in contatto con un giovane consulente della campagna elettorale di Trump, George Papadopoulos, e immediatamente iniziò a stringere rapporti con lui. Gli prospettò la possibilità di aprire canali privilegiati di comunicazione tra lo staff di Trump e il governo di Vladimir Putin e lo introdusse a diverse personalità della comunità russa a Londra (tutta la vicenda, raccontata agli investigatori dagli stessi protagonisti, ha toni spesso farseschi: a un certo punto, per esempio, Mifsud spacciò una sua giovane amica russa per la nipote di Putin).

Nell’incontro più importante tra i due, che avvenne il 25 aprile 2016, Mifsud avrebbe detto a Papadopoulos che i russi erano in possesso di migliaia di mail compromettenti su Hillary Clinton, in anticipo di due mesi rispetto a quando la notizia divenne di dominio pubblico. Pochi giorni dopo Papadopoulos riferì la rivelazione a un diplomatico australiano, che ne parlò al suo governo il quale a sua volta fece arrivare la notizia all’intelligence statunitense. Questa catena di rivelazioni è uno degli elementi più importanti tra quelli che hanno fatto iniziare il Russiagate, facendo venire alla luce gli sforzi del governo russo nel favorire Trump e danneggiare Clinton, e che hanno portato all’inchiesta del procuratore speciale Robert Mueller.

Quando nel corso del 2017 queste rivelazioni divennero mano a mano pubbliche (anche in seguito agli interrogatori e poi alla condanna di Papadopoulos) Mifsud scomparve. Dall’ottobre del 2017 ha smesso di rispondere al telefono e alle mail. Ha abbandonato affetti e amicizie, compresa la sua compagna ucraina all’epoca incinta, mentre il suo avvocato dice di non sentirlo più da mesi. Luciano Capone, il giornalista del Foglio che da due anni segue il caso Mifsud, ha scoperto che almeno fino al maggio del 2018 il professore continuò a vivere a Roma, in un appartamento affittato da una società collegata alla Link Campus University. Capone ha anche scoperto l’ultima foto di Mifsud: un bizzarro scatto realizzato nello studio del suo avvocato a Zurigo, in cui il professore tiene bene in vista un giornale con la data del 21 maggio 2018.

Numerosi sostenitori di Trump, negli Stati Uniti e in Italia, non credono però alla storia delle spie improvvisate e pasticcione, dei mezzi millantatori travolti dalle tempeste da loro stessi scatenate e così, per difendere il presidente statunitense, hanno elaborato una teoria del complotto particolarmente contorta. Secondo questa versione, Mifsud sarebbe stato un agente al soldo dei servizi segreti italiani, i quali, su richiesta della CIA (a sua volta mossa dall’allora presidente Barack Obama) avrebbero organizzato una trappola per incastrare Trump: Mifsud avrebbe parlato delle mail di Hillary al comitato di Trump, così da generare un interessamento che i Democratici avrebbero potuto usare per accusare Trump di aver cercato l’aiuto dei russi e, in caso di una sua vittoria alle elezioni, metterlo in stato di accusa (come ricorda oggi sul Foglio Daniele Raineri, per questa ragione i complottisti definiscono questa teoria quella della “polizza assicurativa”).

Per quanto questa teoria sia zoppiccante e strampalata, secondo tutte le ricostruzioni Barr sarebbe venuto in Italia proprio per cercare di confermarla e per farsi dire dai servizi segreti italiani se davvero Mifsud era un loro burattino, parte di un complotto nel quale erano stati coinvolti dalla CIA di Obama. Secondo i critici di Conte, invece di liquidare la richiesta seccamente, il presidente del Consiglio avrebbe cercato di accontentare l’amministrazione Trump, mettendo a disposizione degli obiettivi politici del presidente statunitense i vertici dei servizi segreti italiani. Così il ministro della Giustizia Barr avrebbe incontrato Vecchione il 15 agosto e, per la stessa ragione, sarebbe tornato una seconda volta lo scorso 27 settembre.

Questo secondo incontro, rivelato per la prima volta all’inizio di ottobre, è quello più controverso e imbarazzante per il governo Conte. A quanto pare, infatti, sarebbe avvenuto nell’ambasciata statunitense di Roma e vi avrebbero preso parte non solo Vecchione, ma anche i vertici dei due principali servizi di intelligence, Luciano Carta dell’AISE e Mario Parente dell’AISI, i quali – sono concordi tutti i giornali – non avrebbero gradito affatto la convocazione e le modalità dell’incontro. Su cosa sia avvenuto in questa seconda riunione le versioni che circolano sono però discordanti.

Fiorenza Sarzanini, una delle giornaliste più informate sull’intelligence italiana, non si è sbilanciata e si è limitata a notare che la maggior parte delle domande di Barr avevano al centro la Link Campus University e lo scomparso professor Mifsud. Il Messaggero scrive invece che il colloquio è stato soltanto «di cortesia» e che gli italiani hanno liquidato sbrigativamente Barr dicendogli che se voleva informazioni più precise avrebbe dovuto presentare una richiesta formale tramite i canali appropriati.

Secondo il sito americano Daily Beast, invece, gli italiani avrebbero fatto molto di più. Nel corso dell’incontro all’ambasciata statunitense avrebbero fatto ascoltare a Barr un nastro su cui era registrata la deposizione rilasciata da Mifsud dopo che, in seguito alla sua sparizione, chiese protezione alla polizia italiana. Altri ancora, infine, scrivono che l’intelligence italiana avrebbe avviato addirittura un’indagine interna pur di accontentare Barr.

Potrebbe arrivare maggiore chiarezza se nelle prossime settimane Conte, che fino a questo momento non ha commentato ufficialmente la vicenda, deciderà di parlare di quello che è accaduto al COPASIR. Oppure se i membri dell’intelligence italiana, infastiditi per quanto accaduto, decideranno di far arrivare ai giornali documenti e rivelazioni su come sono andate davvero le cose.

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