(ANSA/FILIPPO ATTILI UFFICIO STAMPA PALAZZO CHIGI)

Perché si riparla del Recovery Fund

Il governo sta definendo la struttura che gestirà i 209 miliardi in arrivo dall'Unione Europea e la ufficializzerà a breve

(ANSA/FILIPPO ATTILI UFFICIO STAMPA PALAZZO CHIGI)

Negli ultimi giorni si è tornati a parlare del cosiddetto Recovery Fund, il principale strumento comunitario per bilanciare la crisi economica provocata dalla pandemia da coronavirus. Il governo italiano sta mettendo a punto in questi giorni la struttura che dovrebbe gestire i circa 209 miliardi di euro che arriveranno nei prossimi anni sotto forma di prestiti e sussidi. Giovedì sera il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte ha detto che un Consiglio dei ministri per approvare definitivamente la struttura sarà indetto «nei prossimi giorni, probabilmente lunedì».

La struttura dovrebbe essere istituita con un emendamento alla legge di bilancio che le garantisca poteri speciali, ma il governo sembra aver messo dei punti fermi.

Al momento le attenzioni del governo sono concentrate sulla stesura del Piano nazionale di ripresa e resilienza, cioè il piano che conterrà i circa 100 progetti che saranno finanziati coi soldi del Recovery Fund. I progetti saranno divisi in sei categorie che dovrebbero corrispondere alle sei principali “missioni” individuate a settembre dal governo italiano (PDF), e già condivise con la Commissione Europea: digitalizzazione, innovazione e competitività del sistema produttivo, transizione ecologica, infrastrutture e mobilità, istruzione e formazione, equità sociale, di genere e territoriale, e salute.

Al momento è ancora in corso il lavoro di scrematura dei progetti da inserire nel Piano. Lo sta portando avanti il ministro degli Affari europei Enzo Amendola, che coordina il CIAE (Comitato interministeriale per gli affari europei), formalmente presieduto dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte. I lavori del CIAE sono a loro volta supportati da un comitato tecnico seguito ancora più direttamente da Amendola e che comprende i rappresentanti di regioni e province e i funzionari tecnici dei principali ministeri coinvolti. I lavori del comitato tecnico servono soprattutto a dare indicazioni su quali progetti includere e per quali motivi, e informare gli enti locali delle priorità che il governo riceve dall’Unione Europea.

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Il CIAE è arrivato da tempo a una bozza del Piano, che deve ancora essere revisionata da Palazzo Chigi: poi farà un passaggio in Parlamento – sperabilmente entro le vacanze di Natale, fanno sapere fonti del governo – dove verrà presentata e sottoposta a un voto, sebbene il governo non fosse obbligato a farlo. Solo dopo l’approvazione in Parlamento il governo la invierà alla Commissione Europea: la finestra per farlo sarà aperta da gennaio ad aprile 2021.

Una volta che il piano sarà approvato dalla Commissione Europea e che arriveranno i primi fondi, indicativamente nella primavera del 2021, la gestione passerà alla nuova struttura che sarà definita in questi giorni.

Il governo l’ha definita «cabina di regia», perché parteciperanno la presidenza del Consiglio, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri del Partito Democratico e quello dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, del Movimento 5 Stelle. A loro saranno affiancati sei manager per ciascuna delle macrocategorie dei progetti, che a loro volta dovrebbero sovrintendere a qualche decina di «tecnici», non meglio specificati.

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Nei giorni scorsi si era parlato di circa 300 tecnici, e nei giorni scorsi il Sole 24 Ore ha detto che dietro le pressioni del M5S sono diventati 90 (sembra che le pressioni siano arrivate anche da Italia Viva e da una parte del Partito Democratico). In realtà la cifra non è ancora stata definita dal governo. Il ministro Amendola invece si occuperà di mediare fra il governo e la Commissione Europea; anche perché il dipartimento degli Affari europei non ha le risorse o la struttura tecnica per gestire ingenti quantità di soldi pubblici.

Il timore di alcuni – fra cui dell’europarlamentare e segretario di Azione, Carlo Calenda – è che la nuova struttura possa sovrapporsi ai ministeri esistenti, anziché snellire l’iter di realizzazione dei progetti. Al momento, fra l’altro, non è chiaro se anche gli altri paesi europei si doteranno di strutture simili: il Financial Times ipotizza per esempio che il governo spagnolo assorbirà i soldi nel bilancio nazionale, lasciandoli di fatto in mano ai ministeri competenti per i singoli progetti.