Un murale dello street artist PBOY, Parigi, 10 febbraio 2019 (AP Photo/Christophe Ena)
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  • martedì 17 Novembre 2020

I gilet gialli, due anni dopo

Due anni fa migliaia di persone bloccarono strade e piazze francesi, nella prima di molte altre manifestazioni: cosa è rimasto, e dove sono oggi

Un murale dello street artist PBOY, Parigi, 10 febbraio 2019 (AP Photo/Christophe Ena)

Il 17 novembre di due anni fa era un sabato, e migliaia di persone protestarono in tutta la Francia bloccando la circolazione su strade e autostrade. Avevano addosso un gilet giallo, quello che si deve mettere quando si scende dall’auto in panne. Per la polizia fu da subito molto difficile rispondere alle mobilitazioni: erano diffuse, spesso improvvisate e non autorizzate, e partecipate da persone che non erano abituate a protestare.

Da quel momento in poi, e per diversi mesi, dei “gilet gialli” si è sentito parlare moltissimo finché non se ne è parlato più. Il movimento non è riuscito a ottenere molto di quel che rivendicava, con il tempo ha perso visibilità e le principali notizie che negli ultimi mesi lo hanno riguardato hanno a che fare con processi e denunce. Ma è ancora vivo, e l’ultimo incontro di piazza si è svolto lo scorso 12 settembre.

L’inizio
Il 17 e il 18 novembre del 2018 i “gilet gialli” occuparono le strade di migliaia di città francesi per protestare contro le nuove tasse che, da lì a poco, avrebbero fatto aumentare il prezzo del gasolio e della benzina. I rincari erano stati proposti dal governo di Emmanuel Macron all’interno di un programma più ampio per proteggere l’ambiente e incentivare il passaggio ad auto ibride o elettriche. I manifestanti – in nome «del popolo francese», senza fare riferimento ad alcun partito e in modo indipendente dai sindacati – sostenevano che gli aumenti avrebbero pesato su chi già aveva una situazione economica difficile.

Quelle prime mobilitazioni furono supportate da diversi politici sia di sinistra che di estrema destra; il primo ministro Edouard Philippe ne riconobbe da subito l’importanza (è un movimento «senza precedenti», aveva dichiarato). Il presidente Emmanuel Macron, il cui indice di popolarità era in quel momento molto basso, scelse invece di non parlarne.

La protesta dei “gilet gialli” a Caen, 18 novembre 2018 (CHARLY TRIBALLEAU/AFP/Getty Images)

“Macron démission”
Nel giro di tre settimane le rivendicazioni si ampliarono e si amplificarono. I gilet gialli volevano le dimissioni di Macron, definito il “presidente dei ricchi”, e le loro richieste erano diventate più ampie di quelle legate alla benzina, mescolando cose molto diverse tra loro: le disuguaglianze sociali con il rifiuto dell’immigrazione, il disagio e la povertà della provincia francese con le teorie del complotto. Il primo dicembre, mentre 130mila persone avevano organizzato quasi 600 posti di blocco in tutta la Francia, a Parigi ci furono violenti scontri tra polizia e parte dei manifestanti, quasi 400 persone vennero fermate, più di cento vennero ferite. Macron tornò in anticipo dal G20 in corso a Buenos Aires, in Argentina, e visitò l’Arco di Trionfo, al quale erano stati fatti danni per oltre un milione di euro e dove era stato scritto “i gilet gialli trionferanno”.

I poliziotti e i manifestanti davanti all’Arco di Trionfo, su cui è stato scritto “i gilet gialli trionferanno” (GEOFFROY VAN DER HASSELT/AFP/Getty Images)

Quelle immagini cominciarono a fare il giro del mondo, e segnarono simbolicamente l’inizio di una crisi molto profonda che molti si spinsero a paragonare al famoso “maggio francese” del 1968.

Nel frattempo le proteste antigovernative cominciarono ad allargarsi, così come la violenta repressione della polizia. Il simbolo dei gilet gialli venne assunto in altri paesi, e in Francia iniziarono anche le mobilitazioni delle organizzazioni studentesche che chiedevano al governo di bloccare quelle riforme della scuola e dell’università che secondo loro avrebbero reso lo studio accessibile solo a chi ne aveva la possibilità economica.

I fine settimana, soprattutto nelle grandi città, cominciarono ad essere vissuti con grande preoccupazione: venivano sistematicamente schierate migliaia di poliziotti, i principali monumenti venivano chiusi, dalle strade venivano rimossi oggetti di vario tipo che potevano essere usati dai manifestanti, e venivano posticipate le partite di calcio.

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A inizio dicembre, per placare i gilet gialli, il governo scelse di sospendere l’aumento delle accise sulla benzina, ma la cosa non fermò le proteste. Dopo ben quattro settimane consecutive di manifestazioni, quindi, il presidente francese Emmanuel Macron decise di parlare: in un discorso alla nazione, il 10 dicembre, criticò le violenze compiute dai manifestanti soprattutto a Parigi, ma allo stesso tempo si impegnò ad approvare alcuni importanti provvedimenti in materia di tasse e stipendi. A metà gennaio, poi, lanciò un “grande dibattito nazionale” su quattro temi per coinvolgere direttamente sindaci e cittadini e provare a trovare una soluzione alle proteste.

Chi erano
Furono molte le analisi intorno alle rivendicazioni del movimento: alla sua organizzazione, al suo rapporto con i partiti, alle sue infiltrazioni e simpatie (durante alcune proteste erano stati fotografati una croce celtica e altri simboli neofascisti), intorno alla leadership, alla sua assenza e intorno alle pratiche politiche conflittuali che aveva scelto. In alcuni casi – soprattutto fuori dalla Francia – si trattava di analisi semplificatrici e caricaturali: sbilanciate solo su alcuni aspetti del movimento, per quanto rilevanti, e che ne trascuravano però la complessità.

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Il movimento dei gilet gialli non aveva un’organizzazione formale o un leader riconosciuto, anche se dopo alcune settimane dall’inizio delle proteste alcune persone erano state indicate come portavoce: i comunicati parlavano genericamente di una protesta «del popolo francese» e le principali informazioni circolavano attraverso diverse pagine su Facebook. Il movimento non era apparentato ad alcun partito, era indipendente dai sindacati e poco coordinato: non cercava mediazioni e non aveva fatto ricorso ai canali abituali della contestazione. Si rivolgeva, insomma, direttamente a chi rappresentava il potere.

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Per la natura della richiesta originaria, il movimento era stato subito caratterizzato dalla contrapposizione tra la Francia rurale, quella in cui avere un’automobile era essenziale per mantenere un lavoro e relazioni stabili, e quella di Parigi e degli altri maggiori centri urbani, dove le risorse economiche e la popolarità di Macron erano maggiori, così come la sensibilità verso la protezione dell’ambiente.

I principali partiti di opposizione francesi, dalla destra del Rassemblement National di Marine Le Pen alla sinistra di La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, provarono a sostenere il movimento o appropriarsi di alcune sue rivendicazioni, e alcuni portavoce dei gilet gialli vennero effettivamente associati a delle formazioni politiche, soprattutto di destra. Ma vennero anche accusati di non rappresentare realmente la totalità del movimento e, dall’interno, furono contrastati da altre persone riconosciute e contrarie a qualunque iniziativa politica in loro nome.

I gilet gialli suscitarono un certo entusiasmo anche fuori dalla Francia. In Italia al culmine delle proteste l’allora leader del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, tentò un primo approccio rivolgendo ai gilet gialli una serie di incoraggiamenti a «non mollare» e offrendo loro l’utilizzo della piattaforma informatica Rousseau. L’aiuto offerto, anche in vista di possibili future alleanze per le europee, venne comunque rifiutato da una grossa parte del movimento francese e da uno dei suoi portavoce più movimentisti.

Champs-Elysées, Parigi, 16 marzo 2019 (AP Photo/Christophe Ena)

Uno dei rappresentanti più estremisti del movimento, vicino alla destra francese, e una delle leader che aveva annunciato ufficialmente la sua intenzione di partecipare alle elezioni europee, avevano invece scelto di incontrare una delegazione del Movimento 5 Stelle, suscitando reazioni stizzite da parte del governo francese. Oggi, su Repubblica, rispondendo a una domanda sull’ipotetica alleanza dei parlamentari del M5S in Europa con il gruppo parlamentare di Macron, Di Maio ha spiegato che con la Francia ci sono «ottimi rapporti» e che l’alleanza tentata con i gilet gialli alle scorse elezioni europee «fu una leggerezza».

Il calo della partecipazione
A fine giugno 2019, a otto mesi di distanza dalle prime proteste, si arrivò a discutere di cosa sarebbe rimasto del movimento, di cui si cominciò a parlare al passato. La partecipazione ai cortei era decisamente diminuita, come prima o poi era fisiologico che accadesse. La forte carica anti-sistema aveva attratto persone molto diverse, finendo probabilmente per frammentare le istanze del movimento.

Philippe Marlière, docente di Politiche europee allo University College di Londra, sostenne che il nucleo originario dei gilet gialli, da cui per esempio arrivavano i primi portavoce del movimento, fosse in sostanza «progressista dal punto di vista economico e culturalmente piuttosto tollerante». Una fascia più ampia di manifestanti, invece, era «motivata soprattutto dalla difesa di specifici interessi materiali, come la tassa sul carburante, la legge sui limiti di velocità e il controllo dell’immigrazione», tendendo più a destra.

Un manifestante davanti a una barricata allestita a Rennes, in Francia, dicembre 2018 (JEAN-FRANCOIS MONIER/AFP/Getty Images)

Per tentare di spiegare il calo della partecipazione, altri guardarono soprattutto alla scarsa organizzazione del movimento: non era mai riuscito a strutturarsi con organi centrali e locali, e mancava un unico leader riconosciuto che potesse parlare a nome di tutti. Qualcun altro citò le contromisure adottate dal presidente Macron.

Nel primo anniversario dalla prima manifestazione dei gilet gialli si tennero manifestazioni in diverse città della Francia, ma da lì in poi – nonostante in alcuni posti i presidi originari dei gilet gialli su alcune rotatorie non siano mai stati abbandonati – le notizie sono state poche e legate soprattutto a processi e denunce.

I gilet gialli, oggi
Jérôme Rodrigues è uno degli attuali rappresentanti del movimento: ha perso l’uso dell’occhio destro a causa della violenza della polizia durante le passate proteste ed è stato da poco denunciato dal ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin e da un sindacato di polizia per aver paragonato su Twitter i poliziotti a una «banda di nazisti». Rodrigues ha spiegato che l’opinione pubblica «è ancora vicina» alle rivendicazioni dei gilet gialli e che la pandemia ha esasperato contraddizioni e difficoltà che il movimento denunciava da tempo. Negli ultimi mesi Facebook è rimasto il principale mezzo di comunicazione per i “gilet gialli”. All’interno del movimento è tuttora aperta la discussione su come proseguire la lotta e con quali modalità.

Sabato 12 settembre a Parigi e in altre città del paese ci sono state delle manifestazioni a cui, secondo la polizia, hanno partecipato 8.500 persone. A Parigi ci sono stati degli scontri vicino agli Champs-Elysées e 275 persone sono state fermate. «Non è “il ritorno” dei gilet gialli», ha detto Jérôme Rodrigues durante il corteo. «Questa è solo una costruzione mediatica! Siamo stati chiusi nel ripostiglio, spaccati, distrutti. Ma la rabbia c’è, nelle case, nelle aziende intorno alle macchinette del caffè. Potrebbe non essere gialla, ma è lì. Quelli che hanno portato sulle spalle la Francia durante i due mesi di lockdown sono badanti, cassieri, netturbini, sono “gilet gialli”». Un sondaggio fatto in occasione della manifestazione ha mostrato che il 51 per cento delle persone interpellate si sente un “gilet giallo” o sostiene ancora il movimento.

La crisi sanitaria, ha detto una manifestante il 12 settembre scorso, «ha solo confermato quello che diciamo da due anni. Il Covid è stato il nostro miglior alleato. Ha dimostrato le nostre parole sul degrado del sistema sanitario e sui limiti del sistema capitalista».