Un murale dello street artist PBOY, Parigi, 10 febbraio 2019 (AP Photo/Christophe Ena)
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  • domenica 17 marzo 2019

I gilet gialli sono una cosa complessa

Il dibattito in Francia è molto più articolato e profondo delle analisi semplicistiche che sono circolate fuori

Un murale dello street artist PBOY, Parigi, 10 febbraio 2019 (AP Photo/Christophe Ena)

In questi mesi sono circolate molte analisi intorno alle rivendicazioni del movimento francese dei “gilet gialli”: alla loro organizzazione, al loro rapporto con i partiti, alla loro leadership o alla sua assenza e alle loro pratiche politiche conflittuali, in molte occasioni anche violente. In alcuni casi – soprattutto fuori dalla Francia – sono state analisi semplificatrici e caricaturali: sbilanciate solo su alcuni aspetti del movimento, per quanto rilevanti, e che ne trascuravano la complessità. In Francia, invece, il fenomeno è stato raccontato, analizzato e anche criticato in modo decisamente più articolato.

La prefazione di un libro da poco pubblicato in Francia, che si intitola “La Victoire des vaincus” (“La vittoria dei vinti”, edizioni La Découverte) e che è stato scritto da Edwy Plenel, giornalista e presidente di Mediapart, comincia così: «La rivolta dei gilet gialli è un evento puro: inedito, creativo e incontrollabile. Come ogni insorgere spontaneo del popolo supera le organizzazioni già insediate, scuote i commentatori di professione, sconvolge i governanti al potere. Come ogni lotta sociale collettiva, si inventa giorno per giorno in una creazione politica che non ha un’agenda prestabilita e dove l’auto-organizzazione è l’unica misura del gioco». Lo sforzo che va fatto, si dice nel libro, è capire prima di giudicare.

Di chi stiamo parlando?
Rispondere a questa prima e banale domanda non è semplicissimo. Il movimento dei gilet gialli non ha un’organizzazione formale o un leader riconosciuto, anche se dopo alcune settimane dall’inizio delle proteste alcune persone sono state indicate come portavoce: i comunicati parlano genericamente di una protesta «del popolo francese» e le principali informazioni circolano attraverso diverse pagine su Facebook. Il movimento non appartiene ad alcun partito, è indipendente dai sindacati e poco coordinato: non cerca mediazioni organizzative, politiche o sindacali, e non ha fatto ricorso ai canali abituali della contestazione. Si rivolge, insomma, direttamente a chi rappresenta il potere.

I gilet gialli sono nati lo scorso novembre dalla protesta contro la diminuzione del potere di acquisto e contro quelle che venivano definite le «politiche anti-auto» volute dal presidente francese Emmanuel Macron. Per la natura della richiesta originaria, quindi, il movimento è stato subito caratterizzato dalla contrapposizione tra la Francia rurale e quella di Parigi e degli altri maggiori centri urbani, dove le risorse economiche e la popolarità di Macron sono maggiori.

Col passare delle settimane le rivendicazioni delle proteste si sono allargate a comprendere problemi sempre più vasti così come una generale contestazione alla presidenza di Macron, e si sono rivelate più eterogenee le loro composizioni rispetto ad attività professionali, luoghi di residenza e orientamento partitico. Lo scorso 15 dicembre, a place de l’Opéra a Parigi, tre gilet gialli hanno letto un discorso indirizzato «al popolo francese e al presidente della Repubblica, Emmanuel Macron». Il testo fin da subito annunciava: «Questo movimento non appartiene a nessuno. È l’espressione di un popolo che, da quarant’anni, si vede privare di tutto quello che gli permetteva di credere nel proprio futuro e nella propria grandezza».

Serge Halimi, sul numero di febbraio di Le Monde Diplomatique, ha commentato questo discorso dicendo: «In meno di un mese, la collera suscitata da una tassa sui carburanti ha portato a una diagnosi generale, sia sociale che democratica: i movimenti che aggregano categorie poco organizzate favoriscono la loro rapida politicizzazione. Al punto che il “popolo” si scopre “privato del proprio futuro” un anno e mezzo dopo aver eletto alla guida del paese un uomo che si vantava di aver spazzato via i due partiti che per quarant’anni si erano alternati al governo. E poi il capocordata è precipitato. (…) Il mare ha inghiottito l’enfant prodige, troppo sicuro delle proprie intuizioni e poco attento alle condizioni economiche degli altri. Durante una campagna elettorale, il disagio sociale resta sullo sfondo e in genere viene usato solo per spiegare le scelte di chi vota male. Ma dopo, quando “le rabbie antiche” si sommano e, senza alcuna considerazione per chi non ne può più, se ne suscitano di nuove, il “mostro” può saltar fuori dalla scatola. E a quel punto tutto diventa possibile» (l’espressione “mostro che è nato da rabbie antiche” per parlare dei gilet gialli era stata usata dal ministro dell’Interno Christophe Castaner, lo scorso dicembre).

L’effetto sorpresa, che è già una spiegazione
Con un riferimento alla storia francese, nel suo articolo Serge Halimi ha scritto che oggi davanti all’ampiezza, alla durata e alla determinazione dei gilet gialli, le classi alte e i governi hanno provato la stessa sorpresa che le classi alte e i governi provarono in occasione degli scioperi operai del maggio-giugno 1936. La filosofa e militante operaia Simone Weil a quel tempo scrisse: «Tutti quelli che sono estranei a questa vita di schiavitù sono incapaci di capire cosa sia stato decisivo in questa faccenda. Il fatto è che in questo movimento si tratta di ben altro che questa o quella rivendicazione particolare, per quanto importante. (…) Si tratta – dopo aver sempre piegato la schiena, tutto subìto, tutto inghiottito in silenzio per mesi e anni – di osare finalmente rialzarsi. Stare in piedi. Prendere anche noi la parola». E si chiede, Halimi: «Macron avrà avuto la stessa rivelazione sentendo i gilet gialli raccontare la loro vita quotidiana?».

Laurent Bonelli, professore incaricato di scienze politiche presso l’Université Paris Nanterre, ha provato a fare un passo in più, nell’analisi dell’effetto sorpresa. Il peso delle disuguaglianze economiche è infatti e purtroppo una costante nel corso della storia, ma non per questo ha provocato sollevazioni altrettanto costanti. È un elemento necessario della rivolta, ma non sufficiente a spiegare “perché oggi?”. Per rispondere, Bonelli riprende l’opera del politologo statunitense Barrington Moore, che ne “Le basi sociali dell’obbedienza e della rivolta” sostiene che la stabilità si fondi essenzialmente sulle contropartite concesse ai dominati da parte dei dominanti e che la rottura di questo «contratto sociale implicito» spieghi il nascere delle contestazioni:

«Spesso, osserva, queste sorgono da trasformazioni tecniche o economiche che rimescolano le carte, fornendo l’occasione di ritoccare al ribasso le contropartite offerte precedentemente. A quel punto alcune frazioni delle élite, “non rispettando più le regole del gioco”, appaiono come “parassiti” e perdono la loro legittimità».

Bonelli ritiene che questa chiave di lettura sia molto attuale: ricorda come molti di coloro che hanno un impiego hanno visto peggiorare le loro condizioni di vita, al punto di dover lottare per «arrivare alla fine del mese», come diversi gilet gialli continuano a ripetere. E dice che la situazione è stata resa ancora più grave dallo smantellamento graduale del sistema di protezioni fornito dallo Stato e dei servizi pubblici che oggi danno l’impressione di essere «appannaggio esclusivo di chi sembra stare meglio»:

«Questo rovesciamento incide sul sentimento di ingiustizia descritto da Moore e spiega in parte la dimensione antifiscale del movimento dei “gilet gialli”. Solo che ormai i responsabili dello Stato hanno perso la loro posizione di arbitri e sono associati alle élite economiche nella categoria dei “parassiti”.

Alcune affermazioni dei governanti sembrano confermare questa distanza sociale dalle “persone comuni”. Quando Emmanuel Macron dichiara: “Una stazione è un luogo in cui si incrocia chi ha avuto successo e chi non è nessuno” (3 luglio 2017), o il suo predecessore si burla – in privato – degli “sdentati”, tradiscono senza dubbio quello che in fondo pensano della società. Ma danno anche corpo al sentimento di disprezzo provato da molti dei loro concittadini, al punto che ormai il presidente della Repubblica concentra su di sé la collera accumulata, come si evince dalla parola d’ordine “Macron, togliti dai piedi!”.

Le formazioni politiche nel loro complesso sembrano aver perso ogni credibilità e vengono messe sullo stesso piano in quanto appartenenti al “sistema”, anche quando sostengono posizioni alternative. Questo spiega perché finora nessuna sia stata in grado di inquadrare il movimento dei “gilet gialli” o di offrirgli uno sbocco diverso dall’appello a nuove elezioni».

La violenza e altre questioni
Prima della vigilia della manifestazione dei gilet gialli dello scorso 8 dicembre, la presidenza della Repubblica aveva avvisato i giornalisti che un «nocciolo duro di diverse migliaia di persone» sarebbe arrivato a Parigi «per distruggere e per uccidere».

Molti osservatori hanno concentrato le loro analisi o il racconto dei gilet gialli proprio su questo: le loro devastazioni, gli atti di vandalismo, le auto bruciate, la violenza verbale e razzista. Si è parlato molto, anche, dell’aggressione al filosofo ebreo Alain Finkielkraut che pure si era dimostrato solidale con il movimento parlando in modo positivo della rivolta della Francia «degli invisibili» che aveva fatto finalmente irruzione sulla scena pubblica per reclamare il diritto a vivere con dignità. In (quasi) tutte le analisi sulla rivolta dei gilet gialli, cioè, e anche nelle parole di quelli che se intendono, le rivendicazioni (comprensibili) vengono automaticamente separate dalla violenza (da condannare). Ma è un’operazione, spiegano alcuni, che rischia di essere conformista o che è comunque più complicata.

Titiou Lecoq, giornalista femminista di Slate, lo scorso dicembre ha scritto un articolo molto interessante su questo argomento. Comincia col dire che «non ha il culo su alcuna sedia» e che la sua posizione è un enorme “né sì né no”: «Quando ascolto le notizie, sono sorpresa dalla sorpresa di fronte a questo movimento. La cosa più sorprendente per me è sempre stata che la gente non si ribellava e che accettava un sistema profondamente ingiusto che gioca a loro sfavore. Perché accettare le regole di un gioco al quale si perde sempre?». E aggiunge: «Dall’altra parte, andando a leggere i commenti e i post sulle pagine Facebook dei gilet gialli, sono nauseata dal numero di commenti sessisti, razzisti, antisemiti, omofobi (…) Sono inorridita dal numero di intossicazioni complottiste che circolano e che mi fanno mettere in dubbio l’opportunità stessa di un sistema democratico».

Ma mentre afferma che il tipo di società a cui aspira non possa essere creato «da ragazzi con le spranghe di ferro», la giornalista trova le condanne unanimi della violenza compiuta dai gilet gialli in qualche modo paradossali. Non perché in generale non si debba condannare la violenza, ma perché è necessario avere un minimo di coerenza. Il romanzo nazionale francese (ma vale anche per molti altri posti) parla di uno stato che è stato costruito sulla rivoluzione, sulle insurrezioni popolari, sulle immagini delle teste tagliate dalla ghigliottina che si vedono sui libri di scuola, sulla marsigliese, cioè sul fatto che la Francia nasca dal sangue e dalle barricate contro l’ingiustizia. Tutto questo per poi dire che nessuna ingiustizia presente giustifica l’uso della violenza? «Allo stesso tempo, poi, ci viene detto che l’uso della violenza da parte della polizia contro delle e dei liceali sarebbe normale: è il mondo alla rovescia. Non possiamo dire che il 1789 è stato meraviglioso e spaccare la mascella di un ragazzo a colpi di flash-ball perché avrebbe incendiato un bidone della spazzatura».

Altri ancora si sono spinti più in là di Lecoq: come è possibile, si sono chiesti, pretendere la normalizzazione del dissenso? Com’è possibile, soprattutto in alcuni momenti storici, invocare il contratto sociale come qualcosa di mitico?

Si ripete sempre, come in una specie di comandamento, che l’ordinamento democratico escluda e neutralizzi la violenza e che il moderno contratto sociale si basi sulla cessione della violenza e della forza dei singoli al monopolio statale in nome di una pacifica convivenza. E quando – ammesso che sia questo il caso, ma di questo si dovrebbe discutere – in nome di quel contratto sociale vengono commesse ingiustizie costanti, radicali e profonde? Il tacito ritiro del proprio consenso al contratto sociale può essere un esito possibile, e mette in discussione la banalizzazione della retorica sulla non violenza o la condanna (a volte strumentale) del conflitto quando si presenta, come se nascesse improvviso e imprevisto. Scrive Laurent Bonelli su Le Monde Diplomatique:

«La combinazione di un’esasperazione che trova il modo di esprimersi collettivamente, dell’assenza di mediazioni, delle azioni dirette e del dispiegamento della forza pubblica per soffocarle spiega in gran parte le esplosioni di violenza. Non c’è dubbio che, in particolare a Parigi, militanti agguerriti abbiano partecipato agli scontri con la polizia e alle devastazioni. La stampa e il governo l’hanno sottolineato con insistenza, additando allo stesso tempo anarchici e gruppi di estrema destra. Ma l’ampiezza di queste azioni, e quello che si sa delle persone deferite all’autorità giudiziaria, dimostra che gli incidenti non si possono attribuire esclusivamente alle iniziative di queste formazioni. (…)

Qualche anno fa, un alto funzionario delle forze dell’ordine ha insistito, durante un’intervista, sul carattere relazionale della violenza e ci ha confidato: “Siamo noi, le istituzioni, che stabiliamo il livello iniziale della violenza. Più il nostro è alto, più lo è anche quello dei manifestanti”.

Fermi di massa (1.723 nella sola giornata dell’8 dicembre), ricorso a idranti, a veicoli blindati, a elicotteri e perfino a poliziotti a cavallo, abbondante utilizzo di granate lacrimogene (più di 10.000 per la manifestazione parigina dell’1 dicembre), impiego ricorrente di lanciatori di palle di gomma… è evidente che la strategia adottata nelle ultime settimane non ha affatto placato le tensioni.

Le immagini di decine di liceali di Mantes-la-Jolie fermati dalla polizia e fatti inginocchiare con le mani dietro alla testa hanno scandalizzato l’opinione pubblica. In alcuni quartieri popolari, tuttavia, si tratta di una pratica piuttosto comune. Queste strategie e queste prove di forza sono incoraggiate dalla maggior parte dei parlamentari, che le considerano un modo per ribadire una fermezza giudicata efficace sul piano politico. A costo di scaricare poi tutta la responsabilità della violenza sui “teppisti”, con la complicità interessata dei media, sempre avidi di immagini di scontri e distruzioni».

Una posizione simile (il movimento «permette di rendere visibile coloro che di solito restano invisibili») è stata presa anche qualche settimana fa da più di 400 intellettuali e artisti francesi che hanno lanciato una petizione a sostegno ai gilet gialli. Che hanno ottenuto l’appoggio anche dei filosofi Michel Onfray e Jean-Claude Michéa, del filosofo ed ex ministro dell’Istruzione, Luc Ferry, e del medico e saggista Laurent Alexandre, tra gli altri.

Il futuro
Nella prefazione al libro di Plenel che abbiamo citato all’inizio si propone di superare le letture strumentali o concentrate solo su alcuni aspetti del movimento dei gilet gialli. Perché dalla comprensione, profonda, potrebbe nascere una buona occasione di cambiamento, mentre dalla non comprensione una deriva negativa:

«Come ogni rottura dell’ordine stabilito, dei suoi immobilismi e delle sue certezze, questa nuova realtà apre possibilità sconosciute. Per scongiurare questo imprevisto, gli interessi, le posizioni e i comfort che questo imprevisto scomoda o minaccia si sono affrettati ad assegnargli un futuro poco invidiabile: (…) l’emergere di un potere ancora più autoritario e violento esplicitamente nazionalista e identitario, che governa attraverso la persecuzione di capri espiatori in nome di un Noi escludente contro l’Altro, tutti gli Altri – lo straniero, il migrante, il rifugiato, il musulmano, l’ebreo, l’arabo, il nero, l’omosessuale, ecc».

Nella confusione e nell’incomprensione generale, insomma, «l’estrema destra contemporanea condurrebbe il gioco, proprio come è ora al potere negli Stati Uniti, in Brasile, in Ungheria, in Italia. A malapena intravisto, l’inedito sarebbe liquidato, i benpensanti verrebbero confortati nei loro pregiudizi e il popolo riportato alla propria schiavitù». E ancora: «La rivolta dei gilet gialli darà tanta più forza all’estrema destra xenofoba, razzista e antisemita, nazionalista e neo-fascista, quanto più il campo progressista gliela offrirà senza combattere il monopolio della rabbia e il privilegio della contestazione. (…) Le cattive ragioni per non tener conto della sfida posta da questo inedito e da questa collera sono state eccessive. Tra la negazione dell’evento e la sfiducia della gente, questo abbandono equivale a svendere il patrimonio democratico e sociale di cui le lotte di ieri, le rivolte e le rivoluzioni furono il ​​laboratorio. Come continuare a reclamarle, a tenerle vive, a farle proprie se non sono nient’altro che parole vuote, riferimenti sterili e annunci di necrologio che accompagnano una conversione definitiva all’ordine stabilito attraverso la rassegnazione alla sua pretesa immutabilità e attraverso l’abbandono di qualsiasi invenzione di un’alternativa?»

Il futuro non è scritto, conclude Plenel, e l’inedito rappresentato dal movimento dei gilet gialli dovrebbe essere un ennesimo allarme: per chi, innanzitutto, ha il potere e che, irresponsabilmente e per legittimarsi ancora una volta, «ha scelto di gettare i gilet gialli tra le braccia delle forze delle tenebre». Se questo disastro avverrà, «non sarà da attribuire solo ad una presidenza la cui cecità e caparbietà danno una spinta all’estrema destra, ma sarebbe anche responsabilità di tutti i sostenitori di una Repubblica democratica e sociale che hanno scelto di tenere a distanza questo inedito che trabocca e supera, piuttosto che combattere una battaglia di uguaglianza accanto ai gilet gialli».

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