Nicolás Maduro (EPA/Miraflores Presidential Palace)
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  • sabato 17 Ottobre 2020

Vi ricordate del Venezuela?

Le proteste dell'anno scorso contro il regime di Maduro sono fallite, l'opposizione è divisa e isolata e la crisi economica si aggrava

Nicolás Maduro (EPA/Miraflores Presidential Palace)

Nel gennaio del 2019 Juan Guaidó, capo dell’opposizione e presidente del Parlamento, si dichiarò “presidente ad interim” del Venezuela. Le elezioni di fine 2018 per eleggere un nuovo presidente, vinte dal dittatore Nicolás Maduro, erano da considerare invalide a causa dei tanti brogli e delle irregolarità, diceva Guaidó, e con lui la gran maggioranza degli osservatori internazionali. Per questo, l’opposizione dichiarò Maduro come illegittimo, e Guaidó assunse l’incarico come prossimo nella linea di successione.

Nel giro di poco tempo gli Stati Uniti, da sempre avversari della dittatura socialista di Maduro, e prima di lui di Hugo Chávez, riconobbero Guaidó come il presidente legittimo. Lo stesso fecero le democrazie dell’Unione Europea (tranne Cipro e l’Italia) e altri: quasi 60 paesi. Ci furono mesi di proteste di piazza, la repressione fu violenta, gli Stati Uniti imposero sanzioni molto severe, e a un certo punto sembrò che il regime di Maduro stesse per crollare. Non è successo. Il regime è solido, l’opposizione è divisa e il prossimo 6 dicembre sono previste le elezioni legislative: il 5 gennaio decadrà il mandato del Parlamento, e dunque anche la presidenza ad interim di Guaidó (in teoria Maduro avrebbe già fatto eleggere un sostituto di Guaidó qualche mese fa).

Nel frattempo, l’economia del paese è in condizioni disperate, rese ancora più gravi dalla crisi provocata dal coronavirus: secondo il Global Network against Food Crises, un’agenzia sponsorizzata dall’ONU, nel 2019 la crisi alimentare in Venezuela è stata la quarta più grave al mondo, dopo Yemen, Repubblica Democratica del Congo e Afghanistan.

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Per l’opposizione venezuelana, finora, il 2020 è stato un cattivo anno. Per mesi ha sperato che, anche grazie alle sanzioni americane, che hanno eliminato molte fonti di entrate illegittime, l’esercito avrebbe ritirato il suo sostegno a Maduro, ma questo non è successo. L’entusiasmo di inizio 2019 è scemato anche tra la popolazione, e secondo la società di sondaggi Datanálisis il consenso di Guaidó è passato dal 61 per cento nel febbraio del 2019 al 26 per cento di metà 2020. Il consenso di Maduro è al 13 per cento.

A partire dalla primavera, il regime ha anche usato la pandemia come scusa per compiere arresti indiscriminati e reprimere le proteste. Nei suoi discorsi pubblici, Maduro ha definito chi è entrato in contatto con il coronavirus come un «bioterrorista». Secondo i conteggi ufficiali, i morti provocati dalla pandemia finora sono 720, ma i dati sono inaffidabili e sottostimati.

Soprattutto, l’opposizione è divisa. Guaidó e i suoi sostenitori intendono boicottare le elezioni legislative di dicembre dicendo che sicuramente saranno illegali: a giugno, Maduro ha riempito il Consiglio elettorale nazionale di suoi alleati. Guaidó e i suoi intendono dunque prolungare il mandato del Parlamento già in carica, ma non ci sono le basi costituzionali per farlo. Henrique Capriles, un altro leader dell’opposizione, che è stato candidato alla presidenza nel 2012 e nel 2013, è invece più favorevole al dialogo con il regime, perché ritiene che il boicottaggio sia controproducente. Capriles ha ottenuto qualche risultato: nella prima settimana di settembre il regime ha rilasciato 50 prigionieri politici (su circa 300 arrestati) e ha ritirato le accuse a 60 oppositori in esilio. Per la prima volta in 14 anni, ha anche invitato l’Unione Europea come osservatrice internazionale.

Juan Guaidó (AP Photo/Matias Delacroix, File)

Dopo l’invito (e dopo negoziati riservati, scrissero i giornali spagnoli), l’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri, Josep Borrell, ha inviato una missione a Caracas per valutare che le elezioni rispettassero delle “condizioni democratiche minime”, ma la sua decisione è stata molto contestata perché considerata come un sostegno implicito al regime. In quei giorni, inoltre, l’ONU accusava Maduro e alti esponenti del regime di violazione dei diritti umani per le uccisioni sistematiche, le torture e le violenze commesse durante la repressione delle proteste per la democrazia.

Dopo queste aperture, però, sia Capriles sia l’UE adesso chiedono che le elezioni di dicembre siano rimandate. Il risultato, per ora, è che l’opposizione non ha trovato un piano comune, e Maduro ha avuto modo di rafforzarsi tornando a far parte dei negoziati diplomatici.

Il 2020 è stato finora un anno terribile anche per la popolazione venezuelana. Quest’anno il PIL del paese dovrebbe calare del 15 per cento, e in generale l’economia venezuelana alla fine del 2020 sarà del 72 per cento più piccola di quanto non fosse nel 2013, l’anno in cui Maduro ha preso il potere. Secondo una ricerca fatta da tre università venezuelane e riportata dall’Economist il 79 per cento della popolazione si trova in stato di estrema povertà e il 30 per cento dei bambini sotto ai 5 anni soffre di malnutrizione cronica o di arresto della crescita. Dal 2015 a oggi, un sesto dei venezuelani è fuggito dal paese, provocando quella che l’ONU giudica come una delle crisi di rifugiati più grave del mondo.

Le condizioni dell’economia venezuelana sono disperate da anni, ma le cose sono peggiorate di recente per due ragioni: la crisi portata dalla pandemia e il tracollo quasi completo dell’industria petrolifera, provocato in parte dalle sanzioni americane.

A partire dal 2018, ma con pressione maggiore durante tutto il 2019, l’amministrazione Trump ha inasprito le sanzioni contro il settore petrolifero venezuelano fino a rendere praticamente impossibile per le aziende del paese non soltanto esportare ma anche importare petrolio. In Venezuela, dove pure si trovano le più grandi riserve petrolifere del mondo, il settore è in crisi da quasi un decennio a causa dell’inefficienza e della corruzione, e le esportazioni erano già ai minimi storici. Le sanzioni però hanno aggravato la situazione: secondo il New York Times, quest’anno le entrate derivate dalle esportazioni di petrolio saranno 2,3 miliardi di dollari: dieci anni fa erano 90 miliardi.

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Il settore è così in crisi che le estrazioni e le esplorazioni sono state interrotte. Nelle zone petrolifere, soprattutto nel nord-est del paese, i pozzi sono stati abbandonati, le strutture sono in disuso e la manutenzione è trascurata, provocando non soltanto la perdita del lavoro per migliaia di persone che dipendevano da PDVSA, l’azienda petrolifera di stato, ma anche enormi danni ambientali. Soltanto quest’anno sulle coste caraibiche del paese ci sono stati quattro grandi sversamenti accidentali di greggio.

Sia Maduro sia l’opposizione promettono che presto riporteranno l’industria al suo antico splendore, ma molti analisti sono scettici. Per rimettere in sesto le infrastrutture abbandonate da anni servono finanziamenti enormi, e in questo periodo di domanda in calo, bassi prezzi e preoccupazioni ecologiche crescenti il paese potrebbe non trovare nessuno che sia disposto a investire, anche perché il petrolio venezuelano è definito in gergo “petrolio pesante”: è più costoso da lavorare e più dannoso per l’ambiente.

La carenza di benzina, inoltre, sta bloccando il paese. Il carburante non è disponibile e sul mercato nero costa moltissimo. A Caracas, la capitale, le cose vanno un po’ meglio grazie a invii periodici di carburante dall’Iran, ma nel resto del paese la scarsità peggiora anche la crisi alimentare: John Otis, giornalista del Wall Street Journal, qualche giorno fa ha parlato con un allevatore: la sua azienda produce 1.500 litri di latte al giorno, ha detto, ma non c’è la benzina per portarlo nei negozi.