• Mondo
  • domenica 21 Giugno 2020

Chi sceglierà Joe Biden come vice?

Per il posto sono in ballo una quindicina di donne, nessuna delle quali nettamente favorita

Nei giorni scorsi è entrato nel vivo il processo di selezione della candidata vicepresidente Democratica che affiancherà Joe Biden alle prossime elezioni presidenziali statunitensi. Al momento l’unica cosa che sappiamo sul suo conto è che sarà una donna, come Biden ha promesso all’inizio della sua campagna elettorale.

Diversi studi e analisi hanno molto minimizzato l’impatto concreto dei candidati alla carica di vicepresidente sul risultato delle elezioni, ma quest’anno ci sono almeno tre ragioni per cui la decisione di Biden avrà un peso superiore al solito. La prima è che Biden, nel caso vinca le elezioni, sarà il politico più anziano a diventare presidente: nel giorno dell’inaugurazione avrebbe 78 anni, un anno in più di quando Ronald Reagan – l’attuale detentore del record – lasciò la Casa Bianca nel 1989, 8 in più di Trump quando si insediò. La sua vicepresidente dovrà quindi essere in grado da subito di prendere il suo posto nel caso Biden abbia problemi di salute o altri impicci legati all’età.

Anche la seconda ragione è legata all’età di Biden. L’ex vicepresidente ha ribadito più volte di considerarsi un candidato «di transizione». Significa che se verrà eletto molto difficilmente si presenterà per un secondo mandato, e che la sua vice sarà verosimilmente una candidata Democratica alle primarie presidenziali del 2024, probabilmente la favorita.

Infine, nonostante quello che dicono gli ultimi sondaggi, diversi osservatori ritengono che la distanza in termini elettorali fra Biden e il presidente uscente Donald Trump sarà ridotta e che come nel 2016 il risultato finale si deciderà in pochi stati in bilico fra Repubblicani e Democratici, i cosiddetti swing states, dove si vince o si perde per qualche migliaio di voti. Scegliere una candidata vicepresidente piuttosto che un’altra potrebbe convincere qualche elettore a non presentarsi al seggio in uno stato cruciale, oppure motivarlo particolarmente a votare per Biden: e in un’elezione del genere ogni scelta che può spostare le preferenze conta più del solito.

Nonostante vari consiglieri di Biden abbiano sottolineato che la scelta cadrà su una candidata con cui prima di tutto si trovi in sintonia a livello personale, è inevitabile che nelle valutazioni di queste settimane pesino una serie di altri fattori, fra cui soprattutto l’etnia, i valori politici e lo stato di provenienza, che possano bilanciare alcune lacune nel profilo di Biden.

In una lunga inchiesta sul processo di selezione in corso, il New York Times ha scritto che al momento sono coinvolte circa una quindicina di potenziali candidate, seguite da un comitato di quattro stretti consiglieri di Biden insieme a diverse persone che collaborano informalmente al suo comitato elettorale. Alcune di loro hanno pochissime speranze, altre sono state incluse perlopiù per gratificarle del loro sostegno e far circolare il loro nome. Eppure, secondo i giornali, non c’è una netta favorita, e la situazione è talmente fluida che potrebbe riservare delle sorprese.

«Un nome che non ha molto senso a giugno potrebbe diventare un’ottima scelta ad agosto», cioè il mese in cui Biden annuncerà la candidata, ha detto al New York Times la consulente politica Jennifer Palmieri.

Le due candidate più in vista sono soprattutto le ex avversarie di Biden durante le primarie dei mesi scorsi: le senatrici Elizabeth Warren e Kamala Harris. Fino ad aprile anche la loro collega Amy Klobuchar era compresa nella lista e anzi sembrava una delle favorite, ma nelle ultime settimane il suo passato da procuratrice e alcune controverse decisioni che prese nei confronti della polizia di Minneapolis – la città dove è stato ucciso George Floyd – l’avevano di fatto squalificata. Pochi giorni fa Klobuchar stessa ha annunciato di aver ritirato il suo nome dal processo di selezione.

Anche Warren fino a pochi mesi fa era considerata una delle favorite per l’incarico: soprattutto nelle prime settimane dell’epidemia da coronavirus, quando a molti sembrava una buona idea nominare la senatrice che durante la campagna elettorale per le primarie si vantava di avere un piano per ogni problema nazionale. Anche ad aprile, però, la candidatura di Warren mostrava dei limiti evidenti: su tutti la sua età avanzata – fra pochi giorni compirà 71 anni – e la provenienza da uno stato assai poco cruciale per le elezioni presidenziali come il Massachusetts.

Poi sono iniziate le estesissime manifestazioni contro il razzismo e gli abusi della polizia, e diversi leader e finanziatori Democratici hanno iniziato a fare pressione su Biden affinché scelga una donna che appartiene a una minoranza etnica, possibilmente quella afroamericana.

– Leggi anche: Cosa dicono i sondaggi su Biden e Trump

«In un momento di estreme divisioni etniche, avere una coppia di candidati che riflette l’eterogeneità dell’America e il suo futuro, come quello che stiamo vedendo per le strade, sarebbe una grande opportunità», ha detto LaTosha Brown, cofondatrice del fondo gestito dal movimento Black Lives Matter. Una fonte di Politico vicina al comitato elettorale di Biden ha spiegato che le valutazioni dell’ex presidente su una eventuale candidata afroamericana sono «in evoluzione».

Harris è una delle più apprezzate e popolari leader del partito, ma tre consulenti di Biden che hanno parlato al New York Times in forma anonima hanno detto di avere espresso più volte dei dubbi sul suo conto, citando la fallimentare campagna per le presidenziali – Harris aveva lanciato la campagna con un evento enorme e partecipatissimo, salvo poi ritirarsi ancora prima del voto in Iowa – e le pesantissime critiche rivolte proprio a Biden durante uno dei primi dibattiti televisivi. Su Harris pesano da tempo, inoltre, diversi dubbi sul suo passato da procuratrice generale in California, innescati da un articolo del New York Times dall’eloquente titolo «Kamala Harris non è stata una magistrata progressista».

Un altro nome che circola molto nei piani alti del partito è quello di Stacey Abrams, carismatica ex candidata governatrice della Georgia, sconfitta di pochissimo alle elezioni del 2018. Abrams ha ammesso molto chiaramente di voler diventare la candidata vicepresidente ma non sembra particolarmente gradita dal circolo ristretto di Biden, oltre che giudicata da alcuni osservatori poco pronta a gestire le pressioni della politica di altissimo livello (la carica più alta mantenuta da Abrams finora è stata quella di capo dell’opposizione nel Parlamento statale della Georgia).

– Leggi anche: Come si farà con le elezioni statunitensi?

Simili perplessità circondano altre due potenziali candidate che però sono date molto in ascesa negli ultimi tempi: la deputata Val Demings e la sindaca di Atlanta, Keisha Lance Bottoms.

Demings ha un profilo molto interessante: è stata la prima afroamericana responsabile della polizia della sua città, Orlando, e in questi giorni è una delle più credibili sostenitrici della necessità di riformare la polizia locale. Inoltre proviene dalla Florida, lo swing state per eccellenza, dove il consenso di Trump al momento è pari a quello di Biden.

Lance Bottoms è invece una convinta sostenitrice di Biden sin dalle prime fasi della sua candidatura, e di recente si è guadagnata una certa notorietà per un discorso a braccio tenuto poco dopo la morte di George Floyd, diventato virale. Di lei parlano benissimo in molti fra cui anche un ascoltato consigliere di Biden ed ex collaboratore di Barack Obama, Tharon Johnson.

Sembra passata un po’ in secondo piano una figura che si riteneva potesse aiutare Biden in alcuni swing states come la governatrice del Michigan Gretchen Whitmer. Poi ci sono le possibili sorprese, fra cui il New York Times cita per esempio le senatrici Tammy Baldwin – che nel 1998 è stata la prima donna omosessuale eletta al Congresso, e rappresenta un altro swing state come il Wisconsin – e Tammy Duckworth, una reduce della guerra in Iraq di origini asiatiche.

Il processo di selezione è iniziato ad aprile, quando alle potenziali candidate era stato chiesto se accettavano di partecipare, ed era cominciata una prima fase di interviste. A inizio giugno sono invece iniziati gli approfondimenti sulla vita privata delle candidate, per assicurarsi che il loro passato non nasconda nulla di spiacevole e che la loro figura possa davvero essere compatibile e complementare a quella di Biden. Nelle prossime settimane l’elenco dovrebbe poi ridursi a qualche nome, mentre la scelta finale, attesa per agosto, sarà lasciata totalmente nelle mani di Biden.