Clinton ha preso due milioni di voti più di Trump

Era dall'Ottocento che il candidato perdente non staccava in questo modo il futuro presidente: ma non per questo la vittoria di Trump è stata "ingiusta"

(Chip Somodevilla/Getty Images)

Secondo gli ultimi calcoli Hillary Clinton, la candidata che ha perso le elezioni presidenziali americane contro Donald Trump, ha ottenuto complessivamente oltre due milioni di voti in più di Trump, pari all’1,6 per cento dei voti totali. In alcuni stati si stanno ancora contando i voti arrivati per posta e ci si aspetta che questo distacco possa aumentare ancora. La vittoria di Trump non è in discussione, ovviamente: già poche ore dopo la chiusura dei seggi era diventato chiaro che avrebbe vinto un numero sufficiente di “grandi elettori” per diventare presidente (negli Stati Uniti non vince chi prende complessivamente un voto in più dell’avversario ma chi ottiene almeno 270 grandi elettori, che si assegnano stato per stato). Il dato sul distacco fra Clinton e Trump nei voti complessivi però è notevole e con pochi precedenti, anche alla luce delle sbrigative analisi post-voto sulla sua presunta debolzza: nella storia elettorale degli Stati Uniti è capitato poche volte che il candidato perdente prendesse più voti del futuro presidente – quattro, per la precisione – e per di più un distacco superiore all’1,5 per cento dei voti totali non si vedeva dalle contestatissime elezioni del 1876.

statisticheclinton  Il conteggio dei voti più aggiornato fra quelli disponibili, curato dal centro studi Cook Political Report

Ogni volta che capitano situazioni del genere – l’ultima volta accadde alle presidenziali del 2000, quando il candidato Democratico Al Gore ottenne complessivamente 500mila voti in più del Repubblicano George Bush, che però ottenne molti più grandi elettori e divenne presidente – il sistema elettorale americano viene criticato per non tenere conto, in apparenza, di uno dei principi chiave della democrazia: vince chi prende almeno un voto in più degli altri.

In realtà non è così semplice: sin dall’inizio della propria storia gli Stati Uniti erano composti da cittadini e aree molto eterogenee, e il sistema dei “grandi elettori” fu studiato per costringere i candidati a fare campagna anche negli stati più piccoli o periferici, dato che altrimenti sarebbe bastato fare campagna nelle zone più popolose (cioè le città). Esiste anche un’altra ragione per cui è difficile sostenere che la sconfitta di Clinton sia “ingiusta”: le campagne elettorali vengono organizzate in funzione delle regole vigenti in quel momento, e non hanno come obiettivo far ottenere al proprio candidato più voti di tutti ma fargli ottenere un numero sufficiente di grandi elettori per essere eletto: di conseguenza è più importante vincere con uno scarto ridotto negli stati più incerti – dato che chi vince in uno stato ottiene tutti i suoi grandi elettori – piuttosto che perdere “bene” negli stati in cui il proprio avversario è sicuro di vincere.

L’ha spiegato bene lo stesso Trump, quando parlando col New York Times ha ammesso che avrebbe preferito ottenere complessivamente più voti di Clinton, ma che in quel caso avrebbe condotto una campagna “totalmente diversa”: avrebbe per esempio intensificato la sua campagna elettorale in Texas – uno stato che vota Repubblicano da 40 anni, e nel quale la sua vittoria era data praticamente per scontata – oppure, viceversa, in California (uno stato che di recente è diventato a maggioranza Democratica e che i Repubblicani danno ormai per perso). In Texas, Trump ha ottenuto un pessimo risultato per un candidato Repubblicano, battendo Clinton di soli 9 punti – per dire: nel 2012 Romney sconfisse Obama di 16 punti – mentre in California ha ottenuto la metà dei voti di Clinton, quattro milioni contro otto.

Rimane il fatto che l’enorme distacco accumulato da Clinton inquadra meglio la vittoria di Trump, avvenuta in maniera molto meno netta di quello che si può pensare leggendo certe analisi sul voto. Già nei giorni successivi alle elezioni, il sito di statistica e politica FiveThirtyEight aveva ipotizzato che se in ogni stato un solo elettore di Trump su 100 avesse votato per Clinton, le cose sarebbero andate in maniera molto diversa. Ora invece siamo in grado di stabilire che l’elezione è stata di fatto decisa da qualche migliaio di elettori, cioè quelli che compongono il distacco di Trump nei tre stati che hanno deciso le elezioni a suo favore: cioè Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Secondo le ultime stime, Trump è davanti a Clinton di 9mila voti in Michigan, 22mila in Wisconsin e 70mila in Pennsylvania: circa centomila voti, in tutto. È un numero minuscolo, se pensiamo che alle elezioni hanno votato complessivamente quasi 134 milioni di persone.

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Se Clinton avesse vinto in Michigan, Wisconsin e Pennsylvania – tre stati dove i sondaggi la davano largamente in vantaggio – avrebbe vinto le elezioni. Non a caso, gli stati in questione sono oggetto delle attenzioni di alcuni attivisti Democratici ed esperti di voto informatico, che negli ultimi giorni dicono di aver scoperto delle presunte irregolarità e stanno cercando di spingere per un riconteggio dei voti (anche se con motivazioni piuttosto traballanti).

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