Un seggio delle primarie Democratiche ad Arlington, in Virginia, il 3 marzo. (Samuel Corum/Getty Images)
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  • sabato 16 Maggio 2020

Come si farà con le elezioni statunitensi?

Rinviarle non sembra un'opzione, ma novembre si avvicina e Trump non sembra volerne sapere del voto per posta

Un seggio delle primarie Democratiche ad Arlington, in Virginia, il 3 marzo. (Samuel Corum/Getty Images)

Nella storia degli Stati Uniti le elezioni si sono sempre tenute nella data prestabilita: non furono rimandate nemmeno durante le guerre mondiali, la pandemia di influenza spagnola del 1918 e la Guerra di secessione. Oggi la maggior parte degli esperti concorda che avranno luogo anche il 3 novembre 2020, il giorno in cui sono fissate le presidenziali con le quali Donald Trump verrà confermato o sostituito come presidente. Ma come si terranno rimane un grosso punto di domanda.

Praticamente tutti i modelli predittivi elaborati dagli scienziati prevedono un autunno in cui il virus SARS-CoV-2 continuerà a circolare nella maggior parte del pianeta: l’incognita semmai è se ci sarà l’ormai famosa “seconda ondata” di contagi, pari o perfino più intensa della prima, o se per vari motivi – legati al caso, alla natura del virus o all’efficacia del contenimento – la situazione per allora sarà meno drammatica e più facile da tenere sotto controllo. Ma gli assembramenti inevitabili in un’elezione che coinvolge circa 250 milioni di persone, come gli aventi diritto al voto negli Stati Uniti, non saranno certamente possibili.

Per questo da settimane si discute di come organizzare le presidenziali del 2020, chi possa essere favorito dalle eventuali trasformazioni al processo di voto e come cambierà tutto quello che dovrebbe normalmente accadere nei mesi che precedono novembre: in particolare la campagna elettorale e le convention estive.

Votare distanti
Il metodo più discusso e apparentemente gestibile per organizzare le elezioni di novembre è il voto per posta, che viene già largamente utilizzato negli Stati Uniti e che addirittura rappresenta la norma in diversi stati: in Oregon e Colorado la quasi totalità del voto avviene a distanza, in Arizona, California, Hawaii, Montana, Utah e Washington la maggior parte. Ci sono altri stati che da tempo stanno provando a fare la transizione da un voto prevalentemente di persona a quello per posta, ma ce ne sono anche altri che hanno leggi elettorali che lo rendono complicato. In molti stati serve una giustificazione precisa per ottenerlo, e in alcuni, come il Texas, una pandemia non rientra tra queste motivazioni.

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Per rimandare le elezioni servirebbe un voto del Congresso – difficilmente approvabile dall’attuale, diviso tra Democratici e Repubblicani – ma la conta dei “grandi elettori” e l’insediamento del presidente a gennaio potrebbero essere rimandati solo con un emendamento costituzionale, ipotesi ancora più remota. Per questo l’opzione del voto per posta sembra la più percorribile: ma anche questa è tutto meno che semplice. Serve infatti che i preparativi comincino più o meno adesso. Distribuire 250 milioni di schede agli indirizzi giusti, assicurarsi che in ogni stato i processi di certificazione degli elettori rispondano agli stessi standard di sicurezza, assumere e formare il personale che sarà richiesto per processare le schede, ma anche istruire gli elettori sulle procedure di voto, sono tutte operazioni che richiedono mesi e mesi, e molti finanziamenti.

Cosa ne pensa Trump
Attualmente il progetto più concreto per preparare le presidenziali del 2020 alla pandemia è il Natural Disaster and Emergency Ballot Act, portato avanti da un gruppo di senatori Democratici guidati dall’ex candidata alle primarie Amy Klobuchar. Prevede che tutti gli stati rendano facilmente accessibile il voto per posta, e una lunga serie di misure accessorie: dall’estensione della finestra temporale nella quale si può votare anticipatamente – in modo da consentire lo scaglionamento delle persone che, per vari motivi, non possono votare per posta – all’assunzione di scrutatori prevalentemente giovani, per evitare di esporre al rischio i più anziani. La proposta di legge non ha ancora fissato l’ammontare dei fondi federali richiesti, ma secondo il Brennan Center for Justice della New York University saranno necessari circa 2 miliardi di dollari. Nel pacchetto di finanziamenti da 2mila miliardi approvato dal governo americano a marzo sono stati inclusi però soltanto 400 milioni per estendere la capacità del voto per posta nei vari stati.

La preoccupazione dei Democratici, ma in generale degli osservatori, è che Trump stia facendo e farà di tutto per ostacolare questo processo. Uno dei più grandi dibattiti della politica americana degli ultimi tempi riguarda i decennali sforzi del Partito Repubblicano per ridurre la partecipazione degli elettori al voto e – nel caso della Camera – modificare la mappa elettorale degli Stati Uniti a proprio vantaggio con la pratica del “gerrymandering”. Ma la battaglia politica sulle regole delle elezioni è molto più ampia, ed è stata accesissima anche senza l’epidemia: i Repubblicani sono tradizionalmente ostili a tutte quelle misure che ampliano il bacino di elettori, convinti – a ragione o a torto – che una maggiore affluenza favorisca i Democratici.

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Trump non ha nascosto la sua contrarietà a un’elezione presidenziale interamente per posta: a Fox News ha detto che se passasse il disegno di legge dei Democratici «non verrà mai più eletto un Repubblicano in questo paese». Uno dei principali argomenti dei Repubblicani è che il voto per posta favorisca le frodi elettorali, un’ipotesi che però è smentita dai dati relativi agli stati dove questo avviene già abitualmente. Per questo, c’è chi è preoccupato che Trump possa usare il virus per cercare di abbassare l’affluenza, cosa che potrebbe mettere a rischio la legittimità del processo democratico.

È già successo qualcosa di simile in Wisconsin, dove il 7 aprile – durante il lockdown – si sono tenute regolarmente le primarie dei Democratici e dei Repubblicani, e contemporaneamente le elezioni per la conferma di un giudice conservatore della Corte Suprema dello Stato. I Democratici avevano chiesto di estendere almeno la finestra del voto, ma la Corte Suprema degli Stati Uniti – a maggioranza conservatrice – aveva respinto la richiesta poche ore prima del voto. In tanti l’hanno interpretato come un tentativo dei Repubblicani di abbassare l’affluenza, che però alla fine non è riuscito: è stata più alta del normale, e il giudice conservatore ha perso con un nettissimo scarto in favore dello sfidante sostenuto dai Democratici.

C’è anche chi teme per come Trump potrà sfruttare la confusione, gli imprevisti e i malfunzionamenti che quasi sicuramente avverranno prima e durante le elezioni. Trump, infatti, potrebbe fare campagna elettorale delegittimando la regolarità delle elezioni ancor prima che avvengano: nel 2016, del resto, aveva parlato per settimane di brogli e falle dopo le elezioni, pur avendole vinte. Il problema era soltanto aver perso il voto popolare: una questione prevalentemente di orgoglio, secondo tutti gli analisti. 

In tanti quindi temono cosa potrebbe succedere se le elezioni dovessero tenersi in una forma molto diversa dal solito, e se Trump dovesse perdere: lo scontro politico successivo alle elezioni sarebbe probabilmente violentissimo. I Repubblicani, dalla loro, sapranno di avere il vantaggio di una Corte Suprema a maggioranza conservatrice.

Campagna elettorale e convention
Ma ancor prima delle elezioni vere e proprie, gli effetti della pandemia sono già ben visibili su quello che la precede. Da inizio marzo le primarie del Partito Democratico non prevedono più dibattiti televisivi con il pubblico e soprattutto i comizi pubblici, che rappresentavano normalmente uno degli aspetti più centrali della costruzione del consenso, come le attività porta a porta dei volontari. Anche se Joe Biden è di fatto il candidato del partito, essendosi ritirato anche il suo ultimo sfidante Bernie Sanders, le primarie sarebbero dovute andare avanti ad aprile e maggio negli stati che ancora non avevano votato: sono invece state cancellate o rinviate temporaneamente a giugno. 

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Le notizie che in tempi normali sarebbero state dedicate alla campagna elettorale delle primarie e poi delle presidenziali, sono oggi prevalentemente occupate dall’epidemia: e questo significa un grosso calo nelle donazioni che sostengono i comitati elettorali, accentuato poi da una delle peggiori crisi economiche a memoria d’uomo e dal fatto che non si possano fare le campagne porta a porta.

Per ora la convention dei Democratici, che era prevista per luglio a Milwaukee, in Wisconsin, è stata rinviata ad agosto, pochi giorni prima di quella dei Repubblicani di Charlotte, North Carolina. Ma non si sa se si potranno tenere, e in ogni caso saranno di certo molto diverse da quelle viste finora. Normalmente, infatti, sono eventi prevalentemente cerimoniali, che servono però a mostrare la compattezza, l’entusiasmo e la vivacità di un partito in vista delle elezioni, grazie a interventi di ex presidenti, politici particolarmente amati e celebrità varie. 

Tutto questo non potrà avvenire, e i Democratici stanno già valutando di tenere interamente la convention in videoconferenza. Sul New York Times, Adam Nagourney e

Inevitabilmente è Biden a essere più danneggiato dalla situazione: sfidare un presidente uscente è già normalmente un’impresa difficile, per la visibilità e l’autorevolezza conferite dalla carica a chi la occupa, ma anche per la maggiore facilità a ottenere donazioni. In questi mesi, Biden ha poi dovuto fare campagna elettorale in streaming da casa sua, mentre Trump ha parlato quasi quotidianamente dal podio della sala stampa della Casa Bianca guidando il paese in una crisi sanitaria mai vista.

Ciononostante, Biden è davanti a Trump in praticamente tutti i sondaggi. Questo va comunque preso con grandi cautele, visti i precedenti con Trump, ma anche perché se è vero che in cinque mesi e mezzo – quelli che separano dalle elezioni – può succedere di tutto, lo è ancora di più durante un’epidemia sulle cui conseguenze economiche e sociali si possono solo fare ipotesi. Quello che è sicuro, ha detto al Guardian il docente di scienze politiche della University of California Richard Hasen, è che «non avremo delle elezioni perfette. La domanda è come potremo renderle migliori possibili, ed escludendo meno persone possibili».