Scaffale della carne di un supermercato della catena Kroger ad Atlanta, negli Stati Uniti, il 5 maggio 2020; i clienti possono acquistare fino a un massimo di tre confezioni di carne di questa sezione per volta (La Presse/AP Photo/Jeff Amy)
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  • lunedì 11 Maggio 2020

Il coronavirus ha fatto inceppare l’industria della carne negli Stati Uniti

Molti grandi macelli hanno dovuto chiudere per i contagi tra i lavoratori e per questo ora centinaia di animali vengono uccisi per finire in discarica

Scaffale della carne di un supermercato della catena Kroger ad Atlanta, negli Stati Uniti, il 5 maggio 2020; i clienti possono acquistare fino a un massimo di tre confezioni di carne di questa sezione per volta (La Presse/AP Photo/Jeff Amy)

Negli Stati Uniti la pandemia da coronavirus (SARS-CoV-2) ha fatto inceppare l’industria della carne. La prima settimana di maggio centinaia di ristoranti della catena fast food Wendy’s non hanno avuto hamburger da vendere e molti supermercati della più grande catena del paese, Kroger, hanno imposto dei limiti sulle quantità di confezioni di carne di manzo e di maiale che una singola persona può comprare. Non c’è una vera carenza di carne, in realtà, ma la chiusura di decine di stabilimenti dove si macellano, disossano, trasformano e confezionano le carni ne ha scombinato la produzione e il commercio.

Il contagio nei macelli
Tra i lavoratori dei macelli, persone che lavorano a stretto contatto le une con le altre, c’è uno dei più alti tassi di contagio del paese. Uno dei casi più emblematici è quello di un grande macello di Sioux Falls, in South Dakota, di proprietà della grande multinazionale della carne Smithfield. Ci lavorano 3.700 persone e in condizioni normali ci passa circa il 5 per cento di tutta la carne di maiale in commercio negli Stati Uniti. Il primo caso di infezione da coronavirus fu rilevato alla fine di marzo, ma solo a metà aprile, a causa delle pressioni dei politici locali, lo stabilimento fu chiuso. A quel punto i casi di COVID-19 legati alla fabbrica erano 644: il macello di Sioux Falls era il più grande focolaio della malattia di tutti gli Stati Uniti.

Nell’intero paese ci sono stati casi di infezione da coronavirus in 115 impianti di produzione di carne e, secondo i dati dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC), quasi cinquemila lavoratori del settore si sono ammalati; almeno 20 sono morti. A Sioux Falls, e non solo, i lavoratori sapevano che il virus girava, ma finché le fabbriche non hanno chiuso hanno continuato ad andare a lavorare perché non avevano alternative. A lavorare nei macelli sono perlopiù immigrati senza grandi prospettive, persone che si devono accontentare di uno stipendio basso per svolgere mansioni molto dure e rischiose. Se non si fossero presentati al lavoro per paura del contagio sarebbero stati licenziati.

In tutto a causa del coronavirus quasi quaranta macelli hanno chiuso per giorni o settimane. Secondo alcune analisi queste chiusure potrebbero portare a un calo del 40 o del 50 per cento della produzione di carne. Infatti negli Stati Uniti, così come in gran parte del mondo, la maggior parte della produzione di carne avviene in alcuni grandi stabilimenti di proprietà di poche grandi aziende multinazionali come Smithfield, Tyson, JBS e Cargill: se si fermano i loro stabilimenti, si ferma tutto. Per quanto riguarda la carne bovina, le quattro aziende produttrici più grosse vendono l’80 per cento della carne venduta negli Stati Uniti.

Centinaia di migliaia di animali che non mangerà nessuno
La chiusura dei macelli – e la loro riapertura con un minor numero di lavoratori per garantire un maggior distanziamento fisico – ha inceppato la filiera produttiva della carne. Molti bovini, maiali e polli non possono più essere macellati e gli allevatori sono in difficoltà. Non possono tenere in vita gli animali che avrebbero dovuto essere macellati: avrebbero bisogno di spazi che non hanno (quelli che hanno devono ospitare le generazioni successive), dovrebbero fronteggiare grandi spese per nutrirli e alla fine non riuscirebbero a farli macellare nemmeno se tutti gli stabilimenti riaprissero.

Infatti negli impianti industriali per la produzione di carne ci sono standard precisi da seguire, pensati per automatizzare il lavoro, e per questo si possono macellare solo animali di una certa stazza; nel caso dei maiali, solo gli esemplari con un peso inferiore ai 160-180 chili. Per gli allevatori la soluzione meno dispendiosa è uccidere gli animali che non possono essere macellati, rinunciando a venderne la carne. Milioni di animali da allevamento saranno “sprecati” in questo modo. Mike Boerboom, un allevatore del Minnesota che ha parlato con BBC, ha detto che in questo periodo riesce a far macellare solo il 25 per cento dei suoi maiali pronti per diventare salsicce e costolette.

Per ora il problema è sentito soprattutto dagli allevatori di maiali, dato che questi animali raggiungono le dimensioni adatte al macello in soli nove mesi contro i 24 dei bovini. Secondo la Minnesota Pork Producers Association, ogni giorno in questo periodo vengono uccisi senza essere macellati circa 10mila maiali nel solo stato del Minnesota. Gli allevatori li uccidono in massa usando gas letali oppure uno alla volta con un colpo alla testa; vendono parte delle carcasse alle aziende che producono cibo per animali e a quelle che producono fertilizzanti, ma molte finiscono nelle discariche perché ci sono troppi maiali in eccesso anche per la domanda di questi settori. Alcuni macelli che hanno riaperto dopo un periodo di chiusura hanno cominciato a offrire il servizio di eutanasia e smaltimento degli animali in eccesso.

Secondo le stime di Jayson Lusk, un economista della Purdue University esperto del settore agricolo che ha parlato con Recode, 200mila maiali non saranno macellati e se la situazione non cambierà nelle prossime settimane si arriverà a un milione.

Dato che ci vogliono 24 mesi perché un manzo possa essere macellato, l’impatto economico della pandemia potrebbe essere maggiore per gli allevatori di bovini, nonostante sia più semplice mantenere in vita questi animali evitando che crescano troppo rispetto alle dimensioni richieste dai macelli. L’allevamento è già di suo un settore dove ci sono pochi margini di guadagno, per questo molti allevatori rischiano di fallire.

Non c’è comunque una carenza di carne
Può sembrare un paradosso, dato che la produzione è rallentata, ma al momento negli Stati Uniti non c’è carenza di carne. Infatti l’industria della carne ha normalmente grandi scorte congelate e le scorte per questa primavera erano particolarmente abbondanti perché, a causa dell’epidemia di peste suina che nel 2019 colpì la Cina, il settore si era preparato all’aumento della domanda di esportazioni. Peraltro le esportazioni di carne stanno effettivamente andando bene: ancora all’inizio di maggio erano in aumento.

È vero che alcuni supermercati hanno dovuto razionare le confezioni di carne, ma questo dipende molto dal fatto che a causa dell’isolamento domestico sono cresciuti i consumi alimentari casalinghi. Contemporaneamente è calata la domanda della ristorazione ma non si può semplicemente vendere nei supermercati la carne destinata ai ristoranti, dato che non è confezionata allo stesso modo – o non è confezionata affatto. Quindi di carne ce n’è, solo che non è disponibile in abbondanza nei formati attualmente più richiesti.

Per la stessa ragione i prezzi di alcuni prodotti a base di carne sono aumentati e questa è la ragione per cui i ristoranti di Wendy’s sono rimasti senza hamburger: il primo aprile una libbra di scarti della produzione di manzo usati per gli hamburger della catena costava 25 centesimi di dollaro; all’inizio di maggio una libbra costava 1 dollaro e 93 centesimi. La carne non manca, il problema è che costa troppo per essere venduta a prezzi da fast food.

Come conseguenza di tutto ciò alcuni distributori di carne che normalmente vendono all’ingrosso ai ristoranti hanno aperto le vendite alle famiglie: chi sa fare tagli da macellaio a casa può approfittarne. Al tempo stesso nei supermercati si vendono tagli di carne meno o più pregiati di quelli che si trovano di solito.

Cosa potrebbe succedere nei prossimi mesi
Se i macelli non riapriranno e torneranno a regime in tempi rapidi, ci saranno comunque gravi conseguenze. Molti allevatori rischieranno il fallimento, molti lavoratori svantaggiati del settore della carne perderanno il lavoro (e se l’industria punterà a una maggiore automazione non li riotterranno) e molti animali vivranno in condizioni peggiori per poi essere uccisi e finire in una discarica. I consumatori invece sperimenteranno soprattutto una carenza di alcuni specifici prodotti di carne molto richiesti.